Come i conflitti generazionali e di genere possono influenzare il futuro comune, non solo in Svizzera, e quali strategie adottare per invertire una tendenza preoccupante
Sapevamo che il graduale invecchiamento dei tanti baby boomer (1946-1964) avrebbe stravolto le piramidi dell’età dei Paesi industrializzati, trasformandole in obelischi. Ma lo scenario demografico medio del Ticino, stimato dal nostro Ufficio di statistica, mostra che, nel 2050, al 42% della popolazione attiva residente (tra i 30 e i 64 anni) toccherà l’onere di sostenere il restante 58%, costituito più da ultraottantenni (14,2%) che da bambini 0-14 anni (11,7%). Superata anche la forma ad obelisco, le proiezioni evocano piuttosto un vaso dalla spalla panciuta, il piede sottilissimo e un orlo che si allarga per far spazio, prima volta nella storia, ai molti centenari. Tra le cause di denatalità figurano il passaggio da economia rurale a industriale e dei servizi, i progressi nella medicina e l’empowerment femminile. Tutte evoluzioni che hanno contribuito all’aumento del reddito pro-capite, che della natalità sembrerebbe il più fiero oppositore.
Meno figli e più investimento di risorse
Ma da qui a concludere che l’accresciuto benessere abbia comportato una perdita di interesse per la genitorialità , ce ne corre. In realtà , la risposta alle mutate condizioni di contesto è stata razionale: minore numero di figli e maggiore investimento di risorse in ciascuno di essi. Il desiderio di avere due figli si è così affermato nel tempo come il più diffuso e le politiche degli ultimi decenni hanno provato a sostenere il tasso di fecondità affinché non si discostasse troppo dal livello di sostituzione, pari a 2,07 figli per donna.
Le voci di spesa pubblica attivate a questo scopo ricadono in tre tipologie: prestazioni in denaro per il sostegno alla famiglia, sovvenzioni per servizi a supporto del lavoro di cura e incentivi fiscali. Le scelte di ciascun Paese sono state condizionate dai valori associati a un ambito così delicato come la famiglia ma, ad eccezione di alcuni casi, il risultato è stato fallimentare nel suo complesso: il tasso di fecondità ha continuato a scendere e, in Svizzera, nel 2024, ha toccato il minimo storico di 1,29 (1,16 in Ticino). In più, il protrarsi della denatalità ha già ridotto il potenziale di genitori e donne in età fertile (la «trappola della fecondità ») e se anche il tasso di fecondità aumentasse ora, mancherebbe il tempo fisico per allevare la generazione in grado di sostenere una popolazione già oggi così anziana, numerosa e longeva. Ecco servita la «glaciazione demografica» con preoccupazione per il connesso declino sociale, economico, politico e democratico.
Possibili vie di uscita
Come uscire da questa spirale? Per molto tempo ha prevalso la narrativa tradizionale secondo cui istruzione e occupazione femminile fossero le cause principali del calo delle nascite (ritardando tra l’altro la decisione di avere il primo figlio). Tuttavia, già dai primi anni 2000, la correlazione tra occupazione femminile e natalità è diventata positiva e i casi di politiche pubbliche di successo sono proprio quelli che hanno puntato sull’empowerment femminile come motore indiretto della natalità . Lo hanno fatto prima i Paesi del Nord Europa, poi la Germania: negli ultimi 20 anni è passata da un modello che vedeva la maternità come antitetica alla professione a un orientamento che favorisce le scelte lavorative delle madri e la famiglia a doppio reddito; ha quindi investito in servizi e strutture per l’infanzia; ha introdotto un generoso congedo parentale, incoraggiando i neo padri ad usufruirne. Al contrario, i fallimenti più clamorosi hanno coinciso con le politiche pro-nataliste che puntano a mettere le donne di fronte alla scelta tra lavoro e famiglia, per esempio con bonus mamme o incentivi una tantum; quasi sempre la tendenza a non lasciare il lavoro ha prevalso, spesso anche perché due stipendi sono divenuti necessari. L’Ufficio federale di statistica ha pubblicato un estratto dell’Indagine sulle famiglie e le generazioni (EGG) per dar conto delle mutate attitudini verso la genitorialità . I dati restituiscono il quadro di una giovane generazione sfiduciata: sempre più single, sempre più persone che non desiderano diventare genitori, sempre meno frequente la scelta di avere un secondo o un terzo figlio, sempre più avanzata l’età media alla prima nascita (31,4 anni le madri, 35,3 i padri).
Entrando nel dettaglio dei fattori che influiscono sulla decisione di avere un figlio, tra il 2013 e il 2023 si sono distinti, specie per le donne: la possibilità di condividere nella coppia i compiti domestici e di cura, le condizioni professionali, la disponibilità di servizi e strutture per l’infanzia (la qualità della relazione di coppia e della situazione finanziari restano comunque fattori determinanti per entrambi i sessi). Per quanto riguarda gli effetti attesi della nascita di un figlio, il 62% delle donne tra i 20 e i 39 anni si aspetta un peggioramento delle prospettive professionali, che denota consapevolezza della situazione del mercato del lavoro, a partire alla sottoccupazione femminile di cui soffre il nostro Paese.
Quando le lavoratrici diventano madri
La sottoccupazione è una delle manifestazioni della studiata «penalizzazione della maternità », quell’insieme di svantaggi che colpiscono le lavoratrici quando diventano madri: le opportunità di carriera si contraggono, le discriminazioni aumentano, il reddito si assottiglia. Invece la paternità non incide in modo strutturale sui tempi di impiego e, anzi, spesso coincide con avanzamenti e nuovi sbocchi professionali. Un’interessante prospettiva sul legame che unisce la natalità alla cultura dei ruoli di genere e su come le diverse percezioni di uomini e donne, nonché generazionali, impattino la scelta genitoriale, è offerta dallo studio «Babies and the Macroeconomy», di recente pubblicato da Claudia Goldin.
Storica del lavoro, docente ad Harvard e premio Nobel per l’Economia 2023, Goldin ha analizzato le cause del declino globale dei tassi di fecondità distinguendo due gruppi di Paesi sviluppati a natalità bassa. Il primo (Danimarca, Francia, Germania, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti) è stato caratterizzato da una crescita economica continua e piuttosto costante, con tassi di fertilità scesi nel tempo; il secondo gruppo (Grecia, Italia, Giappone, Corea, Portogallo e Spagna) ha conosciuto maggiore volatilità , con crescita rapida e improvvisa nel dopoguerra, tassi di fertilità aumentati in modo altrettanto repentino e poi rimasti elevati più a lungo, prima di calare drasticamente.
Cambiamenti repentini
La tesi di Goldin è che quando il cambiamento macroeconomico è troppo veloce, i valori sociali e familiari non riescano a tenere il passo. In particolare, dimostra che gli uomini reagiscono più lentamente all’opportunità di sperimentare ruoli diversi da quelli tradizionali. Questa distonia dà origine a conflitti generazionali e di genere che influiscono sulla natalità . Nel primo gruppo di Paesi, le donne sono entrate nel mondo del lavoro in modo graduale e gli uomini hanno avuto il tempo di accogliere un nuovo modello di paternità coinvolto nella cura; le politiche pubbliche hanno potuto assecondare l’affermarsi di nuovi modelli professionali e familiari fornendo i servizi e le strutture necessarie. Al contrario, nel secondo gruppo, all’emancipazione femminile non è seguito un coerente cambiamento della cultura familiare, i padri hanno opposto resistenza all’assunzione di responsabilità non tradizionali e le politiche pubbliche sono rimaste incerte sulla direzione da prendere.
Ed è qui che la distonia tra valori maschili e femminili si trasforma in conflitto: il desiderio di maternità non scompare certo con l’emancipazione femminile, ma entra in rotta di collisione con il rifiuto del partner di assumere la propria parte di responsabilità . Si conferma, cioè, che non sono l’istruzione o il tasso di occupazione femminili, di per sé, a ridurre le nascite, ma la minore disponibilità delle donne a continuare a sobbarcarsi, accanto a quello professionale, un carico di lavoro domestico e di cura sproporzionato, ritenuto vieppiù ingiusto ed anacronistico.
Goldin, che vinse il Nobel proprio per aver dimostrato che le disparità nel mondo del lavoro sono originate e alimentate da quelle interne al nucleo famigliare, conclude che, finché la rivoluzione culturale non avrà coinvolto pienamente anche gli uomini, i conflitti generazionali e di genere continueranno a frenare la natalità : una lettura della realtà che non contraddice e, anzi, trova conferma, nelle osservazioni globali del fenomeno, inclusi i dati snocciolati più sopra. Non c’è dubbio che una rivoluzione sia già in corso: nelle nuove generazioni di padri è sempre più frequente la partecipazione attiva alla quotidianità domestica, così come l’aspirazione a un buon equilibrio tra vita privata e lavoro. Quello che invece manca all’appello è un dibattito pubblico sulle misure di contrasto alla denatalità che si ponga in modo agnostico rispetto ai ruoli di genere e accetti il valore sociale ed economico dei modelli familiari e professionali di cui le giovani generazioni sono portatrici.
