Dall’Europa a Taiwan, il confine tra sicurezza e vulnerabilità passa sempre più spesso dalla nostra capacità di organizzarci da soli/e
Nel marzo scorso la Commissione europea ha fatto qualcosa di insolito: con un video che è circolato molto sui social network, Hadja Lahbib, commissaria Ue per l’Uguaglianza e la Preparazione e gestione delle crisi, ha invitato i cittadini dell’Unione a preparare un kit di emergenza per 72 ore, con acqua, cibo non deperibile, medicine e documenti essenziali. Il messaggio era piuttosto semplice, ma anche un po’ preoccupante: in caso di crisi come blackout, disastri naturali, attacchi informatici o perfino conflitti improvvisi ogni persona dovrebbe poter contare per almeno tre giorni solo sulle proprie risorse. Non è paranoia, aveva spiegato Bruxelles, ma realismo. Il tempo medio necessario perché i servizi tornino a funzionare dopo una grande interruzione è stimata in circa 72 ore. E la raccomandazione di marzo si inseriva in una strategia più ampia di Preparedness Union, che punta a rafforzare la resilienza civile in tutta l’Europa. Eppure la mossa ha suscitato un certo spaesamento, con talk show ed editoriali sull’allarmismo europeo.
Anche un recente studio della Banca centrale europea, analizzando l’uso del contante durante crisi significative nell’area dell’euro – la pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina, il blackout iberico dell’aprile del 2025 e la crisi del debito sovrano greco di dieci anni fa – spiegava che il contante resta un bene rifugio e uno strumento di pagamento essenziale anche in economie altamente digitalizzate. Il suggerimento quindi di tenere in casa contanti utili per «circa 72 ore» veniva trasformato da qualcuno come una specie di «allarme della Bce». Il fatto è che finora, nella coscienza collettiva occidentale, i kit di sopravvivenza e i consigli per le emergenze appartengono a un passato remoto, alle guide militari, a Paesi lontani o ai gruppi che frequentano i corsi di sopravvivenza per complottisti. Ma in molte realtà questo genere di informazioni per la società civile sono tornate da tempo.
La Svezia e la Finlandia
A partire dal 2018 il Governo svedese ha ricominciato a distribuire annualmente a milioni di famiglie un opuscolo intitolato If Crisis or War Comes, una trentina di pagine su cosa fare in caso di bombardamenti, attentati, interruzioni elettriche da tenere «in un posto sicuro», per poterlo consultare in qualunque momento. Spiega come procurarsi acqua, come reagire a un’allerta, come comportarsi se arrivano ordini di evacuazione. È un manuale pratico e sobrio, che tratta il cittadino come parte attiva della Difesa nazionale, un elemento fondamentale per non trasformarlo in spettatore impotente.
Più di recente la Finlandia ha scelto un approccio simile, ma digitale: il Governo ha messo online The Preparing for incidents and crises guide (Guida per prepararsi a incidenti e crisi) dove si trovano istruzioni su come affrontare emergenze di ogni tipo, dai blackout agli attacchi informatici fino a un eventuale attacco militare. C’è anche una sezione dedicata alla disinformazione, con consigli su come distinguere i messaggi ufficiali dalle voci costruite per seminare panico o confusione.
Per la sopravvivenza
È soprattutto dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, ma anche dopo la pandemia da Covid-19 e altre emergenze simili, che l’idea di una società civile completamente scollegata dal sistema emergenziale pubblico è tornata a essere un potenziale problema. E così anche altri Paesi hanno seguito la strada di Svezia e Finlandia. La Francia, per esempio, ha annunciato la creazione di un «manuale di sopravvivenza» per ogni famiglia, mentre nei Paesi baltici da anni esistono campagne che incoraggiano i cittadini a prepararsi a crisi improvvise, dai blackout ai sabotaggi. In tutti questi casi il messaggio è simile: la Difesa non riguarda solo gli eserciti, ma anche la capacità dei civili di resistere (o meglio, sopravvivere). A spingere in questa direzione non è soltanto la paura della guerra in senso classico, ma qualcosa di più subdolo: la guerra ibrida, che non si dichiara mai apertamente e si combatte nelle infrastrutture, nei server, manipolando le informazioni a disposizione delle persone. Prepararsi significa anche imparare a riconoscere quando l’allarme è reale e quando è costruito.
Sin dalle scuole elementari
Dall’altra parte del mondo, in Asia orientale, il principio di precauzione e di coinvolgimento della società nei servizi d’emergenza civili funziona da sempre. In Giappone il cosiddetto «kit di sopravvivenza» si prepara sin dalle scuole elementari, per esempio, per affrontare le catastrofi naturali. Nell’ultimo anno, con l’Amministrazione guidata da Lai Ching-te, anche Taiwan ha portato il concetto di preparazione civile a un livello ancora più esplicito, dopo che per anni servizi privati di addestramento della società civile avevano avuto un boom di iscrizioni.
A settembre il Governo di Taipei, continuamente minacciato da una potenziale invasione militare da parte della Repubblica popolare cinese, ha pubblicato un nuovo manuale di difesa civile, l’ultima versione di un progetto avviato nel 2022. È un documento dettagliato che spiega come reagire in caso di un attacco, dove trovare i rifugi antimissile, come comunicare con le autorità, come mantenere la calma e verificare le informazioni. Include anche consigli su come parlare di guerra con i bambini, come affrontare la paura, come non farsi manipolare dal panico collettivo. Non è un manuale militare, ma un testo di educazione civica per tempi incerti.
Ostilità della Cina
«Quello che sta facendo il presidente Lai Ching-te non è eccessivo», dice ad «Azione» Hung-jen Wang, professore di Scienze politiche alla National Cheng Kung University di Taiwan e direttore esecutivo dell’Institute for National Policy Research. «In realtà programmi simili esistono già in diversi Paesi nordici e in alcune aree degli Usa: mirano a rafforzare la capacità dei cittadini di difendersi e di mantenere la resilienza durante le crisi. Non si tratta solo di prepararsi alla guerra, ma anche a disastri naturali o emergenze su larga scala. Considerata la crescente ostilità della Cina nei confronti di Taiwan, l’approccio del presidente Lai rappresenta un importante richiamo alla necessità di sviluppare un senso di vigilanza e di difesa collettivo. Ritengo che sia una scelta prudente e necessaria». La logica è la stessa che Bruxelles ha provato a importare in Europa: la preparazione non è catastrofismo, ma una forma di responsabilità. Se gli ultimi anni ci hanno insegnato qualcosa – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dagli attacchi hacker alle catene di approvvigionamento interrotte – è che la normalità è più fragile di quanto pensassimo. E che il confine tra sicurezza e vulnerabilità passa sempre più spesso per la nostra capacità di organizzarci da soli.
