Reportage (involontario) sulle disavventure di viaggio di un gruppo di ticinesi alle prese con un vulcano, scioperi aeroportuali e gli intoppi lungo le tratte ferroviarie italiane
Se qualcosa va male non è mai per un’unica ragione. Qui ci sono di mezzo: un vulcano, aerei costretti a terra, un cantiere per la ricostruzione di un ponte e gli abissi della volontà umana. Ma partiamo dal principio: una decina di ticinesi – di cui diversi bambini – in vacanza in Sicilia, tra Catania e Siracusa. Settimana movimentata, con piccoli incidenti che sembrano il modo in cui l’universo prova ad avvertirci. Noi, con ostinato ottimismo, decidiamo di non cogliere i segnali e di tenere alto il morale. In sottofondo i boati dell’Etna – paiono tuoni o, secondo i bimbi, fuochi d’artificio di un matrimonio che non vuole concludersi. Il vulcano, già da fine di giugno, è infatti entrato in una nuova fase eruttiva con colate laviche nell’area della Valle del Bove. Il giorno prima della partenza, è il 5 luglio, si delinea il caos: il fumo dell’Etna si trasforma in una colonna di cenere alta circa un chilometro e mezzo, mentre pure lo sciopero degli addetti aeroportuali – a Catania e non solo – tiene a terra tanti aerei.
Però l’ottimismo non molla il gruppo che, il 6 luglio, fa le valigie e si presenta in aeroporto convinto che, in un modo o nell’altro, sarebbe tornato a casa. Il programma sembra semplice: volo alle 13.25 da Catania, atterraggio alle 15.25 a Malpensa, navetta, parcheggio e un’oretta dopo sul divano. Invece comincia un’Odissea. All’ingresso dello scalo – zeppo di persone – un cartello informa: «Per intensa attività vulcanica tutte le attività di decollo e atterraggio sono sospese»: prima fino alle 14, poi alle 18, infine a orario/data da destinarsi.
I capricci della «muntagna»
«A muntagna, come la chiamiamo noi catanesi, fa quello che vuole», ci dice Umberto, un impiegato che controlla le file infinite che si stanno creando davanti alle toilette. «Noi ci siamo affezionati, anche quando rugge e fuma… Capita diverse volte l’anno e porta restrizioni parziali del traffico aereo. Chiusure complete come questa sono eventi più rari – solo oggi sono stati bloccati un centinaio di voli – e quando succede bisogna portare pazienza… La cenere nei motori non è buona cosa e le piste si sporcano». Guardandoci intorno è la ressa. Persone in piedi, sedute, sdraiate, con telefoni in mano accanto alle stazioni di ricarica. Alcuni dormono proprio. C’è chi parla agitato con amici e famigliari lontani, ma soprattutto si cercano soluzioni. Alcuni voli sono stati dirottati a Palermo (in auto dista circa tre ore da Catania) o a Comiso, uno scalo decisamente meno attrezzato di Fontanarossa. Altri cancellati e basta.
Parliamo con Alexandra, della regione di Parigi: «Mi aspettano al lavoro ma, per oggi, torno in hotel. Sono stati premurosi, ci hanno tenuto una stanza. Non so niente del mio volo, aspetterò». Mentre tre giovani austriache sedute per terra fumano, guardano il telefono e sorridono, sembrano prenderla con filosofia: «Non abbiamo più un posto dove stare ma in un qualche modo faremo, fa caldo e ci sono spiagge meravigliose…». C’è poi chi non ne vuole sapere di restare. E pianifica una fuga in auto o in treno. Intanto i prezzi per il noleggio aumentano veloci e i treni sono già stracolmi. Veniamo a sapere che – a causa dei lavori di rinnovo del Ponte al Pino, un cavalcaferrovia di Firenze costruito a fine Ottocento che Rete Ferroviaria Italiana sta sostituendo perché arrivato a fine vita tecnica – l’offerta ferroviaria nel nodo della città toscana è stata ridotta drasticamente. Scrive «Il Post»: «In pochi avrebbero saputo dire quanto questo breve cavalcavia – lungo meno di 30 metri – potesse influenzare i trasporti in buona parte del Paese, mentre ora i disagi sono evidenti: fino a venerdì i binari che passano lì sotto, che collegano il Nord e il Sud Italia, non potranno essere percorsi dai treni».
Auto o treno?
Alcuni della nostra comitiva optano per l’auto a noleggio: «Magari ci fermiamo a Roma o a Napoli per la notte, ma anche no, che poi parte il Vesuvio…», sentiamo commentare. Detto fatto. A spanne, dopo oltre 21 ore di strada – traghetto sullo Stretto compreso – poche soste per mangiare, andare in bagno e concedersi qualche «turbosiesta», arrivano a casa sani, salvi e stravolti. Noi scegliamo il treno – l’unico ancora disponibile costa: partenza da Palermo con tanto di cuccette per la notte. Ci porta nella capitale siciliana un ragazzo di Caserta con un furgone nero. Ci chiede di pagarlo in contanti, rigorosamente senza ricevuta. È gentile, ci avverte sui pericoli che potremmo incontrare in stazione centrale: «Non state a girovagare, occhio ai bagagli, non è sicuro». Noi vediamo solo due novantenni che si baciano sulla bocca, come saluto, e un uomo di origine africana che rovista nella spazzatura. Aspettiamo il treno delle 20.15, cambio a Salerno, arrivo a Milano centrale alle 20.50 del giorno dopo. Un viaggio che sulla carta sarebbe dovuto durare molto meno, ma come detto ci si sono messe diverse cose, e nessuna dalla nostra parte.
Sull’Intercity notturno Palermo-Salerno, vestiti come siamo partiti, ci mettiamo a dormire. Ci cullano il dondolio del vagone e i rumori delle rotaie. Peccato per uno che urla a Messina «Luigiiiiii che fai?!», quando il treno viene caricato sul traghetto. La mattina, altro brusco risveglio: un’anima in pena ha tirato il freno di emergenza (gli abissi della volontà umana, appunto). «Qualcuno voleva scendere», spiega un’assistente di bordo. Non si può ripartire: bisogna capire chi è stato, partono accertamenti e una denuncia, se non si trattava di vita o di morte. Aspettiamo ancora, aspettiamo sempre. Il tempo si dilata tra odori non sempre piacevoli, facce stravolte, gente in mutande. Incontriamo una giovane avvocata, Margherita di Como, che insieme a una quindicina di persone ha avuto la nostra stessa idea, dopo l’annullamento del suo volo a Catania, e finiamo per formare una sorta di compagnia di fortuna che vuole solo arrivare a destinazione. Scatta la solidarietà che incontreremo anche a ogni tappa del nostro viaggio (insieme a qualche persona poco gentile su cui sorvoleremo perché l’ottimismo non ci ha ancora abbandonato). L’idea è di continuare sul treno quando ripartirà fino a Napoli e poi sperare che ci ricollochino su qualche altro mezzo, nonostante online risultino tutti occupati.
Una trasferta di oltre 34 ore
A Napoli il personale ferroviario ci restituisce un po’ di speranza: un convoglio fino a Firenze Campo di Marte, poi bus sostitutivi scortati dalla Polizia (ricordate il vetusto ponte?) fino a Santa Maria Novella e infine un altro treno per Milano. I posti a sedere non ci sono. Ci arrangiamo come possiamo, occupando sedili liberi qua e là, finché arriva qualcuno/a a reclamarli. Però, lungo il percorso, qualche buon spirito della Protezione civile o di Frecciarossa ci rifornisce di kit di sopravvivenza con acqua e tarallucci. Se non altro, la disidratazione non sarà la causa della nostra fine. A Firenze fanno 38,5 gradi e le valigie pesano sempre di più. A Milano iniziamo a sentirci vicini al traguardo, ma ci attendono altri 55 minuti di treno per Malpensa, poi la navetta fino all’auto e infine un’altra oretta di strada. Finalmente a casa! Dopo un totale – calcolato dalla porta di partenza in Sicilia alla porta d’ingresso – di 34 ore e 45 minuti di viaggio. Ultimi due pensieri: per il ritorno abbiamo speso come se avessimo viaggiato fino in Giappone o giù di lì (speriamo in qualche rimborso) e, se quell’anima in pena non avesse tirato il freno di emergenza sull’Intercity notturno, saremmo arrivati ore dopo. Quando si dice: perfino gli abissi della volontà umana, ogni tanto, tornano utili.

