Colpo critico: un racconto di migrazione ottocentesca attraversa la bassa padana come spazio narrativo, tra Celati, Guareschi e nuove forme di immaginazione collettiva
Verso la fine del XIX secolo il mio bisnonno Benvenuto Fazioli partì da Cremona e andò in Svizzera. Prima lavorò a Zurigo, poi nel Canton Ticino. Per anni non diede più sue notizie a casa. Poi conobbe una donna ticinese e tornò a Cremona a prendere i documenti necessari per il matrimonio. Appena scese dal treno, sulla piazza della stazione, un uomo si avvicinò, e cominciò a sbirciarlo, poi a osservarlo sempre più da vicino. Infine osò rivolgergli la parola. «Ma tu… ma sei Benvenuto?» Il mio bisnonno fece segno di sì, e l’altro esclamò: «Sono tuo zio!».
Questo piccolo aneddoto di emigrazione pare finto, come tutte le storie della Bassa, ma è vero. Da sempre sono affascinato dalla pianura padana, nonostante sia cresciuto in mezzo alle montagne… o forse proprio per questo, perché i paesaggi estremi sono propizi alla narrazione. Sentivo una risonanza da ragazzo leggendo le vicende del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi e, più tardi, i racconti riuniti da Gianni Celati in Narratori delle pianure.
La Bassa è luogo popolato di fantasmi. Essi appaiono all’improvviso, magari in una strada che «non è asfaltata, tranne per un tratto iniziale», come racconta Celati in Fantasmi a Borgoforte (Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1985). «Intorno ci sono molte vecchie case coloniche in rovina, altre ancora intatte ma non più abitate, e passando di lì dopo il tramonto è piuttosto difficile incontrare qualcuno, soprattutto nei mesi invernali quando quel viottolo sassoso lungo il fiume è avvolto da banchi di nebbia». In un luogo del genere, come non aspettarsi l’inaspettato?
Hanno approfondito questa atmosfera anche gli autori del podcast C’è vita nel grande nulla agricolo?, disponibile su johnnyfaina.com e su varie piattaforme. Nicolò Valandro e Gianluca Dario Rota mettono in scena un’immaginaria (e perciò vera) provincia romagnola. Nel villaggio fittizio (quindi autentico) di Villamara avvengono fenomeni al limite, con un tocco alla Stephen King, fra case infestate e siluri antropofagi, in mezzo all’onnipresente nebbia. Il progetto ha vinto il premio di miglior podcast italiano agli Italian Podcast Awards del 2023.
Dal podcast gli autori hanno tratto un gioco di ruolo, pubblicato nel 2024 da Grumpy Bear. Johnny Faina (il nome d’arte di Nicolò Valandro) ha adattato l’atmosfera di Villamara, con le illustrazioni ironiche e vivaci di Feduzzi (pseudonimo di Federica Carioli), in un bel manuale compatto: Guida ai misteri del Grande Nulla Agricolo. Il libro contiene le regole del gioco, varie tabelle per suscitare e gestire gli imprevisti, diciotto personaggi, molti luoghi da esplorare, parecchie Oscure Minacce e tre moduli narrativi pronti all’uso. In Consegna finale i giocatori (4 o 5, di cui uno farà da Guida) interpretano un gruppo di Fattorini delle pizze alle prese con un’apocalisse zombie; in Metal & Misteri entra in scena il GIP (Gruppo di Indagine Paranormale di Villamara); in Bonifica et impera invece bisogna salvare il Triangolo delle Bermude padano da un’oscura minaccia (basti dire che a un certo punto entrerà in scena l’inquietante «Polzilla, il re dei polli»).
Il metodo di gioco è snello, gestito con una serie di dadi da sei e costruito secondo archi narrativi che conducono a un crescendo comico-drammatico (un’«escalation»). Il tono è umoristico, il ritmo sempre alto (grazie anche al sistema dei Dadi Rischio, che introducono Conseguenze sempre più spettacolari e rovinose…).
Il bello di un gioco come Guida ai misteri del Grande Nulla Agricolo è quello di stimolare le capacità affabulatorie (anche nascoste) dei partecipanti. In questo mi fa pensare, in un contesto ludico assai differente, a un gioco di Henrik Havighorst e Mathias Spaan: Der Abenteuer Club (Piatnik, 2022; non è dipendente dalla lingua). È un cooperativo: i partecipanti (da 2 a 5) devono escogitare dei mezzi per uscire da situazioni intricate, trovandosi magari su un’isola deserta, alle prese con un branco di scimmie urlatrici, muniti solo di una tromba, di un ombrello e di una saponetta profumata… Grazie a un mazzo di carte raffiguranti varie immagini, le storie nascono in maniera fluida, quasi da sole, proprio come se fossimo a un crocevia nella Bassa. Come scriveva Guareschi: «Il fiume scorre placido e indifferente nella pianura, e tra il fiume e i paesi, c’è l’argine; perciò le case non si specchiano nell’acqua, ma le storie d’ogni paese scavalcano l’argine, e il fiume tutte le convoglia: storie buffe e malinconiche, e se le porta via verso il gran mare della storia del mondo» (Le storie del fiume in Noi del Boscaccio, Rizzoli, 1983).
