La solitudine del cavallo e il limite della parola

by azione azione
29 Aprile 2026

Letteratura palestinese: dentro la poesia di Mahmoud Darwish una riflessione sul lutto, sulla precarietà delle vite e sulla lingua che non redime ma circoscrive

Nei lunghi mesi nei quali la guerra asimmetrica occupava ogni orizzonte, la riedizione di Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? del poeta palestinese Mahmoud Darwish è rimasto sulla mia scrivania. Recensire Darwish a Tel Aviv, mentre a Gaza era in corso una carneficina, oltre che un lusso, sembrava soprattutto un gesto improprio, l’ennesima forma di appropriazione, mentre a pochi chilometri la sopravvivenza prendeva il posto del pensiero. Ora l’imbarazzante «tregua» imposta da Trump – fragile, politica, reversibile e non meno asimmetrica del conflitto stesso – ha diradato il rumore delle bombe quel tanto da far di nuovo spazio alla letteratura, senza che leggere o scrivere poesia si traduca automaticamente in senso di colpa.

Leggere Darwish a Tel Aviv mentre mentre a Gaza era in corso una carneficina obbliga a ripensare il ruolo stesso della letteratura

Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?, uscito in originale nel 1995, non è un libro sull’eroismo, né sulla redenzione, bensì un testo che lavora ostinatamente sulla perdita, sulla rinuncia e sul limite. Nell’immaginario classico, e anche nella tradizione poetica araba, il cavallo è potenza, guerra, conquista, compagno dell’eroe, ma Darwish sovverte radicalmente tale simbologia. Nei suoi versi il cavallo non combatte, non accompagna, non viene sacrificato per una causa, non viene salvato né mitizzato, nè diventa promessa di ritorno. Al contrario l’animale resta solo, lasciato indietro.

Lo scrittore è consapevole del fatto che, quando viene negata, la perdita ritorna come violenza e si trasforma in rivendicazione totale. Per questo la sua opera non costruisce un diritto assoluto a partire dal trauma, non trasforma la ferita in sovranità, non autorizza la violenza né l’identificazione militante. Lasciare il cavallo alla sua solitudine significa allora accettare che qualcosa resti fuori dal discorso del potere e che la poesia non serve a colmare, bensì a circoscrivere. La lingua di Darwish è consapevole di essere provvisoria e insufficiente, pur essendo l’unica vera casa nell’esilio essa non salva né ripara, ridimensiona invece di amplificare, sottrae alla memoria invece di sacralizzare.

La proposta del poeta è quella di riconoscere la perdita accettando il limite e rispettando ciò che resta fuori dal proprio controllo. In questo modo egli apre uno spazio di parola che non coincide mai con la narrazione ufficiale. Ciò è reso possibile anche dal fatto che l’identità palestinese nei suoi versi è mobile, fragile, spesso contraddittoria e il soggetto emerge come relazionale, storico, esposto all’altro. La sua è una resistenza che rompe le cornici discorsive anche quando il rapporto è profondamente asimmetrico: riesce a parlare di occupazione e violenza senza disumanizzare il nemico, anteponendo all’odio il riconoscimento della vulnerabilità reciproca.

Non a caso la studiosa Judith Butler legge Mahmoud Darwish soprattutto come il poeta che riesce a tenere insieme politica, lutto e universalità. Per Butler, Darwish non scrive solo del dolore palestinese, ma del lutto come esperienza umana universale e condivisibile. La perdita della terra, dell’esilio, dei morti non è presentata come un’eccezione incomprensibile agli altri, bensì come qualcosa che può essere riconosciuta anche da chi non è palestinese. Alcune vite, che da tempo la filosofa definisce «precarie», sono rese «non piangibili» dal discorso politico dominante, e la poesia serve proprio a restituire dignità al lutto.

In questa grammatica di esili e attraversamenti, l’arte di Darwish è generosa nella forma più radicale, disponibile alla fruizione persino di noi israeliani portatori del privilegio. Lungi dall’assolverci, il suo pensiero ci raggiunge per aggiustare la nostra fragile postura etica con autorevole pacatezza. Quella funzione inquieta e scomoda di «coscienza critica», che lo storico Enzo Traverso ha attribuito agli ebrei diasporici fino alla Seconda Guerra Mondiale, oggi è incarnata dagli intellettuali palestinesi. Soprattutto quando l’ideologia prende il sopravvento sul pensiero abbiamo bisogno delle loro voci come bussola.

Edward Said ha insistito sulla figura dell’intellettuale come disturbatore del consenso, come soggetto in esilio permanente; Rashid Khalidi ha mostrato quanto sia cruciale leggere la politica palestinese senza ridurla a simbolo romantico o causa eroica. Darwish, con la sua poesia, realizza qualcosa di simile sul piano culturale: radica l’universale nel concreto e mostra l’etica che può derivare proprio dall’esposizione alla perdita.

L’universale, in Darwish, non nasce dall’astrazione, ma dalla fedeltà al concreto. La sua poesia rallenta lo sguardo, riduce, ridimensiona. Non universalizza cancellando il contesto, ma rende quest’ultimo così preciso da diventare condivisibile. In questo modo la Nakba, la catastrofe palestinese cominciata nella primavera del 1948, non si trasforma in epica mitizzata, bensì è fatta di dettagli minimi, di oggetti abbandonati, di gesti incompleti.

Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? è dunque anche una lezione per chi ama la Palestina da lontano, che grazie al poeta viene messo in condizione di attraversare Gaza senza trasformare la perdita in spettacolo morale. Costringendo a sentire prima di giudicare o cedere alla seduzione della totalità, la postura di Darwish non si colloca fuori dal sistema, bensì lo incrina dall’interno sostando nella contraddizione. E come la grandezza del poeta sta nella capacità di disorientare il lettore, anche il ruolo della componente palestinese è quello di mettere in discussione l’ordine precostituito che le fazioni ebraiche hanno a lungo dato per stabile.

In queste settimane, nelle quali Israele commemora le vittime della Shoah e i caduti di guerra e celebra la propria Giornata dell’Indipendenza, la lezione di Darwish colma il vuoto assordante della retorica ufficiale militaristica, autoreferenziale, impermeabile al dolore dell’altro. In attesa di tempi migliori, ricordiamoci del cavallo come orizzonte etico che impedisce tanto la rinuncia quanto l’assolutizzazione.