Al LAC di Lugano lo spettacolo tratto dal romanzo di Zannoni conferma la vitalità del passaggio dalla narrativa contemporanea alla scena, mettendo in relazione linguaggio, violenza e potere
In Italia e nello spazio italofono tout court esiste il vizio dello steccato (o dell’orticello). Ognuno si occupa del suo mondo, credendo forse o illudendosi che esso rispecchi la totalità del campo, e non percependo sempre con lucidità che quella che appare come un’area esaustiva sia in realtà, vista da fuori, solo una porzione. Una porzione di contenuti e immagini del mondo che si mettono in atto quando ci si occupa di cultura, di arte, di letteratura, eccetera. E così chi si occupa di libri non sempre va alle mostre o a teatro; chi lavora nella scena ignora o non segue assiduamente le novità in libreria, comprese quelle più solide e stratificate. E via discorrendo.
Una tendenza attuale, messa in atto da compagnie teatrali coraggiose, cerca di invertire la direzione e porta in scena la parola delle autrici e degli autori contemporanei o recenti. Non è un caso che due di questi allestimenti abbiano vinto lo scorso anno pari merito l’Ubu, il più prestigioso premio teatrale della Penisola. Si tratta di Trilogia della città di K – dal celebre ed enigmatico romanzo della scrittrice ungherese Ágota Kristóf – di Federica Fracassi e Fanny & Alexander, che ha vinto il premio come miglior spettacolo di teatro insieme a La ferocia, tratto dal romanzo del pugliese Nicola Lagioia, ideato e portato in scena dalla compagnia VicoQuartoMazzini. Due lavori solidi, cui va sicuramente affiancata la messa in scena realizzata da Daria Deflorian sulla Vegetariana del premio Nobel Han Kang.
L’alto livello di questi spettacoli e il riconoscimento che hanno registrato da pubblico e critica dimostra che il lavoro su testi narrativi recentissimi si può fare, senza che la traduzione dalla pagina alla scena acquisti un sapore meccanico o, peggio, posticcio. Il lavoro di avvicinamento fra i due mondi – foriero, forse, anche di una rinascita della drammaturgia contemporanea, per cui l’Italia risente ancora di un ritardo rispetto ad altri Paesi– continua. Lo abbiamo visto due settimane fa, al Sociale di Bellinzona, dove Federica Fracassi ha portato in scena una perturbante Ágota Kristóf, partendo da un altro testo dell’autrice, il meno conosciuto L’analfabeta (edizioni Casagrande), di cui abbiamo già parlato su «Azione» dell’8 aprile. E ne abbiamo avuto la riprova settimana scorsa, quando il LAC ha proposto nelle due serate di martedì e mercoledì un lavoro che ha prodotto insieme ad altri partner (fra cui il Piccolo di Milano), basato sul romanzo I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni (edizioni Sellerio).
Portare in scena un testo del genere rappresentava sicuramente una scommessa. Il romanzo affronta con una linea straniante e fiabesca – ma con il passo e le atmosfere della favola nera – il tema del linguaggio negli animali; ma, per scansare ogni equivoco, non in direzione della ricerca di una Eva Meijer. Il plot è, in breve, questo: una faina, Archy, nasce in una famiglia povera, dove manca la figura paterna e per fame la madre è costretta a cederla a una volpe, che vive di commerci e di loschi affari, al confine con l’usura e con lo sfruttamento. Volpe però custodisce un segreto, che subito alletta Faina. Sa leggere, sa scrivere, conosce le parole e tramanderà questo sapere al suo allievo.
In scena la compagine narrativa è risolta per il tramite di uno sdoppiamento, che è una trovata funzionale e interessante, ma forse all’inizio confonde i piani e rende non immediata e subitanea la messa a fuoco: da una parte abbiamo la faina giovane, le sue sofferenze, i suoi drammi, dall’altra la faina anziana nei panni del narratore in prima persona, in un gioco continuo di flashback. L’accostamento di tempi non è svolto in maniera didascalica, ma tramite sovrapposizioni, mescolanze, voci che si intercalano, si intrecciano.
Il tema della scrittura (e della cultura) è affrontato con un cenno alla doppiezza che conosce chi si sia interrogato a fondo su queste questioni: se da una parte essa servirà a ingentilire Volpe, che a inizio spettacolo sfrutta senza pietà la faina tenendola al guinzaglio (l’occhio più attento avrà certamente colto Beckett, e nello specifico la dinamica servo-padrone entro i personaggi di Pozzo e Lucky, in Aspettando Godot, con Hegel sullo sfondo), per poi diventare il maestro, colui che passa il sapere, dall’altra la scrittura è legata ai commerci e le lettere dell’alfabeto sono scritte con il sangue, lo stesso che a Volpe serve per marchiare le merci.
La scrittura, che porta l’uomo a lasciare memoria di sé, a costruire un reticolato di contenuti che si tramandano per esprimere il dolore di fronte all’agnizione stupefatta della morte, non solo non riesce ad agire sulla violenza dei rapporti, ma anzi ne diventa il tramite. È intrisa di sangue. È sangue. Sangue e proprietà privata. In questo senso lo spettacolo portato in scena dai registi e autori teatrali Michele Altamura e Gabriele Paolocà ha in alcuni punti il passo di un classico. Segno che anche nella scrittura contemporanea si possono trovare i puntelli per elaborare le questioni e le domande attorno alle quali il teatro si interroga da secoli: le stesse, sempre le stesse e sempre misteriosamente nuove. La morte, la violenza, il potere, il bisogno di amarsi e di accudimento.
E poi la paura di fronte alla morte, che è quella che fa urlare Volpe in braccio a Faina, un primo epilogo da tragedia shakespeariana, un passaggio che non teme la vertigine (complimenti ai due attori, Cederna e Capuano). Che è la paura di tutti, anche dei potenti, i quali di fronte all’abisso della morte invocano la mamma e l’ingiustizia. Un testo crudo, a tinte fosche, ma con aperture di tenerezza e alcune punte liriche e commoventi.
