Il fascino degli antieroi nordici

by azione azione
22 Aprile 2026

La serie Netflix sul poliziotto Harry Hole è l’ennesimo esempio riuscito del filone letterario e audiovisivo del Nordic Noir

È forse il più brillante di tutti gli investigatori nella storia della polizia norvegese, al punto che nei primi due romanzi a lui dedicati viene mandato all’estero (Australia nel primo libro, Flaggermusmannen, 1997, in italiano Il pipistrello, Einaudi, 2014; Thailandia nel secondo, Kakerlakkene, 1998, in italiano Scarafaggi, Einaudi, 2015) per risolvere dei casi molto delicati. Ma è anche il più tormentato, tanto da rifugiarsi principalmente nell’alcolismo che in più di un’occasione mette a rischio la sua carriera e il rapporto con la compagna Rakel Fauke, con cui ha una relazione altalenante e intermittente a partire dal terzo romanzo (Rødstrupe, 2000, in italiano Il pettirosso, Piemme, 2006). Parliamo di Harry Hole, il personaggio ideato da Jo Nesbø, già interpretato al cinema da Michael Fassbender in L’uomo di neve del 2017, un film a dir poco sfortunato (il regista Tomas Alfredson lo ha disconosciuto perché una modifica del calendario di lavorazione dell’ultimo minuto portò a non girare una gran parte del copione) e da poco protagonista, con le fattezze di Tobias Santelmann, della serie Detective Hole su Netflix, questa volta girata in norvegese e con lo stesso Nesbø come supervisore creativo.

Di Harry Hole emerge progressivamente una dimensione personale segnata dall’alcolismo e da relazioni instabili

È uno dei tanti esempi di quello che nei paesi anglofoni chiamano Nordic Noir, termine coniato nel 2010 ma applicato retroattivamente a libri usciti a partire dalla metà degli anni Sessanta (nel 2025, al Cinema Ritrovato a Bologna, è stata presentata una serie di film «precursori» girati negli anni Quaranta e Cinquanta): è infatti del 1965 il primo dei dieci romanzi – scritti da Maj Sjöwall e Per Wahlöö – aventi come figura centrale Martin Beck, poliziotto attivo a Stoccolma e ancora oggi personaggio iconico dell’immaginario popolare nordico (grazie anche ai film – finora 51 – girati per la televisione svedese dal 1997 in poi, con l’attore Peter Haber nei panni di Beck). Lì, secondo gli esperti e altri autori di genere, si trovano i primi ingredienti del filone, caratterizzato dall’uso degli stilemi del giallo/thriller per affrontare tematiche sociali legate alla nazione e/o la città in cui si svolgono gli eventi.

I protagonisti sono anche spesso lontani anni luce dall’immagine classica dell’investigatore letterario o cinetelevisivo: Hole, come già detto, è attaccato alla bottiglia; Kurt Wallander, attivo nel sud della Svezia e creato da Henning Mankell, è reduce da un brutto divorzio e ha rapporti instabili con la figlia e con il padre, affetto da Alzheimer (con l’avanzare dell’età, Kurt comincia anche a interrogarsi sul rischio di ereditare la malattia); Carl Mørck, che indaga su casi irrisolti nei romanzi della serie Department Q di Jussi Adler-Olsen, si è allontanato dal lavoro sul campo dopo essere stato coinvolto in una sparatoria che è quasi costata la vita a un collega; Mikael Blomkvist, giornalista al centro dei romanzi Millennium ideati da Stieg Larsson, è al verde dopo una causa per diffamazione e accetta di indagare sulla scomparsa di Harriet Vanger non per altruismo, ma perché in cambio gli vengono promesse prove in grado di sconfiggere l’uomo che lo ha distrutto in tribunale; la sua alleata Lisbeth Salander, dal canto suo, è ufficialmente incapace di intendere e volere, in realtà una copertura inventata dai servizi segreti svedesi per proteggere un agente che altri non è che il violento padre della giovane donna. Insomma, al confronto Sherlock Holmes, che era solito fare uso di cocaina – all’epoca considerato un medicinale – nei momenti di noia in assenza di casi, era una figura abbastanza esemplare.

Non sempre, tra l’altro, i protagonisti sono poliziotti (o, come nel caso del finlandese Jussi Vares, investigatori privati): Mikael e Lisbeth sono rispettivamente un giornalista (come lo era Larsson nella vita di tutti i giorni) e una hacker; e nella trilogia incentrata sui lati oscuri della capitale della Svezia – che lo scrittore Jens Lapidus ha esplicitamente chiamato Stockholm Noir – seguiamo soprattutto dei criminali, in particolare Johan Westlund detto JW che si finge benestante e vende cocaina per finanziare uno stile di vita del tutto posticcio. Naturalmente non poteva mancare anche in questo caso l’adattamento cinematografico, che ha segnato una svolta nella carriera dell’attore Joel Kinnaman, americano da parte di padre, che da una quindicina d’anni alterna ruoli hollywoodiani e scandinavi, incluso quello di Tom Waaler, poliziotto corrotto e antagonista della prima stagione di Detective Hole, ma anche Stephen Holder in The Killing, remake dell’omonima serie danese che è considerata un caposaldo del fenomeno Nordic Noir in ambito audiovisivo senza una matrice letteraria preesistente. Remake, peraltro, che è insolito nel contesto dei rifacimenti dei thriller nordici perché il più delle volte viene conservata la location originale anche se i personaggi parlano inglese.

È grazie al successo internazionale che il così detto Nordic Noir è passato dalla letteratura svedese alla televisione globale

Rara eccezione, e anch’essa nel catalogo Netflix dalla scorsa estate, è l’adattamento seriale di Department Q (Dept Q – Sezione casi irrisolti), spostato da Copenaghen a Edimburgo (dove Mørck diventa Morck), forse per evitare la sovrapposizione con le trasposizioni cinematografiche girate in patria e in corso dal 2013 (con un cambio di cast e produttori a partire dal quinto film perché Adler-Olsen non era soddisfatto dei primi quattro siccome deviavano eccessivamente dai libri).

Per il resto, si tende a non toccare troppo l’originale, a volte per una questione di coerenza narrativa (la condizione giuridica di Lisbeth Salander è unicamente svedese, pertanto il film americano basato su Uomini che odiano le donne non è ambientato negli Stati Uniti, anche se l’ipotesi fu presa in considerazione), ma soprattutto perché quelle città sono parte integrante delle storie raccontate, quasi dei veri e propri personaggi.

È il motivo per cui Jo Nesbø ha scelto, per la versione seriale delle indagini di Hole, di partire dal quinto romanzo (Marekors, 2003, in italiano La stella del diavolo, Piemme, 2008), la spettacolare parte finale della trilogia che riportava Harry a Oslo dopo le sue avventure intercontinentali. Ed è anche quello per cui Kenneth Branagh, nei panni di Wallander, ha voluto girare in loco a Ystad, portando la stampa nazionale ad ammettere che, al netto della pronuncia dei nomi (si dice «Vallánder» e non «Uóllander»), quello prodotto dalla BBC è il migliore dei vari adattamenti dei libri di Mankell. Perché anche se parlano la lingua di Shakespeare, lo spirito rimane esplicitamente, disperatamente nordico. E noir. Come lo è la serie dedicata al detective Hole e la sua cara, a volte straziante, città.