Mondoanimale: percorsi e professionisti al lavoro per restituire equilibrio e fiducia agli animali sequestrati
Dal 2009 in Ticino è in vigore la Legge sui cani, che stabilisce regole precise per la detenzione di alcune razze considerate a potenziale offensivo elevato, imponendo obblighi come autorizzazioni, corsi di formazione e requisiti per i proprietari. Una normativa che continua a produrre conseguenze concrete. Ogni anno, infatti, diversi cani vengono sequestrati perché i proprietari non rispettano le condizioni previste.
A spiegare come funziona è Emanuele Besomi, presidente della Società Protezione Animali Bellinzona (SPAB), che chiarisce: «Il principio del sequestro scatta quando non vengono rispettati i requisiti di base: ad esempio, l’autorizzazione non è stata richiesta, il proprietario non può ottenerla (ad esempio per suoi precedenti con la legge), oppure il cane non ha seguito o superato il percorso formativo obbligatorio». Egli stima che in Ticino «si parla di circa 20-30 casi all’anno, ripartiti tra le principali società di protezione animali del Cantone. Solo la nostra struttura di Bellinzona ne gestisce mediamente una quindicina».
La decisione sul sequestro, e su eventuali margini di regolarizzazione, spetta all’Ufficio del veterinario cantonale e in rari casi, «quando le condizioni di base sono buone (assenza di problemi penali, struttura abitativa adeguata)», può essere concesso un termine per mettersi in regola con i corsi. Si tratta però di eccezioni. «Più spesso – racconta Besomi – questi cani appartengono a persone con difficoltà sociali importanti, il che rende improbabile una restituzione». Il primo passo è dunque il sequestro, mentre in una fase successiva può arrivare la confisca: «In quel momento il proprietario perde definitivamente i diritti sull’animale e il veterinario cantonale ne diventa formalmente proprietario, affidandolo poi alla protezione animali». Cosa accade nell’immediato? «Se l’animale resta temporaneamente di proprietà del detentore, viene attivata una fase di osservazione e quarantena comportamentale. Le strutture adottano misure di sicurezza rigorose: box protetti, nessuna informazione divulgata sulla collocazione del cane, accesso limitato al personale qualificato, con l’obiettivo di tutelare operatori e animali, soprattutto nei casi in cui il proprietario possa rappresentare un rischio». Parallelamente inizia il lavoro sul cane con un approccio prudente e graduale: «Nei primi giorni si punta a creare stabilità attraverso routine precise, automatismi che aiutano l’animale a ritrovare equilibrio. Nel frattempo, si osservano le sue reazioni, le fonti di stress, la capacità di interazione con altri cani. Spesso, il cane in questione viene inizialmente tenuto separato, per evitare ulteriori tensioni». Quando invece si tratta di proprietari collaborativi e senza problematiche gravi, è possibile mantenere un contatto controllato: «Visite, incontri in spazi protetti, in attesa che la situazione amministrativa si risolva». Però Besomi ammette che «sono pochi i casi che si concludono così positivamente, e nella maggior parte delle situazioni si arriva alla confisca definitiva». A quel punto inizia la fase più delicata: «La riabilitazione e la preparazione a una nuova adozione». Secondo Besomi, questo lavoro di rieducazione e recupero consiste nel comprendere l’imprinting ricevuto dal cane e compensare eventuali carenze educative. Il tasso di riuscita è buono, ma bisogna essere consapevoli che restano quasi sempre fragilità che il futuro proprietario deve conoscere e saper gestire. Perciò le famiglie adottive vengono seguite da istruttori diplomati: «Perché il “buon cuore” non basta: servono competenze, tempo e risorse economiche. Spesso è necessario continuare con un accompagnamento professionale anche dopo l’adozione». I tempi sono lunghi. «Se un cane senza particolari problematiche può trovare casa in due o tre mesi, per le razze soggette a restrizioni si parla mediamente di almeno sei mesi, talvolta molto di più, occorre conoscere a fondo l’animale». In Ticino, trovare adottanti per questi cani è difficile, per questo motivo la protezione animali di Bellinzona ha costruito una rete di contatti nella Svizzera interna, dove in diversi cantoni non esiste una lista restrittiva di razze. «Circa due terzi dei cani vengono affidati oltre Gottardo, con esiti generalmente positivi».
Besomi riferisce del caso emblematico e recente di un Dogo argentino rimasto in struttura per un anno e mezzo: «Cane molto buono con le persone, ma totalmente inconsapevole della propria forza. Dopo mesi di lavoro, è stata individuata una coppia già esperta di molossoidi, disposta a seguire il percorso necessario. Ricordiamo sempre che l’adozione richiede comunque autorizzazioni, struttura adeguata e monitoraggio attento, soprattutto in presenza di altri cani». In tutto questo, un elemento spesso poco noto riguarda le risorse economiche: «Da quest’anno, parte delle tasse sui cani previste dalla legge viene destinata anche al sostegno delle società protezione animali e degli enti di soccorso. Un aiuto concreto per coprire i costi di gestione, riabilitazione e accompagnamento di questi animali complessi», afferma il nostro interlocutore. La legge, insomma, non si limita a vietare o sequestrare: crea anche un sistema di responsabilità e sostegno. Ma il percorso resta impegnativo.
