Nel ghiaccio restano in piedi i morti

by azione azione
15 Aprile 2026

Cavalli che impazziscono e sprofondano, corpi piantati come croci e soldati mandati a perdersi: Norek guarda alla Guerra d’inverno senza arretrare e costruisce un romanzo che avverte sul presente

Pedinare i propri personaggi conciandosi da far schifo nei campi che si disgelano in fanghiglia, puzzare di polvere da sparo, aver l’alito che sa di viina, «quell’orribile vino locale», perdere sensibilità alle mani, ai piedi, al naso, lacrimare agli occhi colare dal naso sentire i denti dolere per gli spifferi, avere le vesciche e poi sentire scoppiare le piaghe ai piedi dentro gli anfibi per le marce su su su nella Lapponia a meno cinquanta gradi. Anzi a meno «cinquantuno», ché Olivier Norek (pronuncia con l’accento sulla «e») resta uomo e autore da dettagli profondi, accurati, curati: com’era prima, ce lo racconta lui, «poliziotto operativo nella regione più criminale di Francia, investigatore, capitano per oltre quindici anni», ecco, tale è adesso, del resto «ho bisogno di andare sul posto, soltanto così trovo una certa verità».

Olivier Norek segue le tracce dei guerrieri finlandesi del 1939 vivendo il freddo, la faticae la polvere da sparo

Norek, scrittore di anni 50, è andato in Finlandia e una certa verità l’ha trovata nella storia dei guerrieri d’inverno, il suo ultimo libro, in lingua italiana edito da Rizzoli, ovvero le donne e gli uomini della Finlandia che nel 1939 s’opposero, pochi e mal armati, al colosso sovietico, «un Paese grande come un continente che decide di invadere una nazione pacifica, un conflitto di 105 giorni dimenticato e cancellato dai manuali scolastici».

A un’unica domanda non risponde, Norek, nato in un paesino della regione dell’Occitania; gli chiediamo a quale punto del processo artigianale egli sia in quanto si coglie in questo testo un lavoro di sottrazione, di asciuttezza ancor più marcato rispetto al passato, sorgono analogie con l’odierno Don Winslow, americano di New York, il campionissimo ritornato alla produzione letteraria dopo la campagna civile anti-Trump e impegnato in una ricerca del minimalismo stilistico, ma giustappunto Norek tace, con rispetto peccando d’eccesso d’umiltà, due milioni, in fondo, le copie vendute in carriera, «non sono del tutto un fan del parlare di me stesso», laddove però nei suoi noir lo sbirro duro e grintoso protagonista, insomma un po’ lo ricorda…

Inezie suvvia: ascolti, Norek, lei insegue la storia, quella diplomatica, militare, sociale e sociologica, e quella degli anonimi della quotidianità, e lo fa permettendo l’emersione, finanche rivoluzionaria in questo periodo di facilitazioni artificiali, di pigrizia mentale e fisica, d’un metodo classico: camminare, vedere, annotare, vivaddio faticare, l’attesa, il sudore: «Ho riunito intorno a me un esercito di persone di buona volontà. Un professore di storia specializzato nella Guerra d’inverno (che ho perseguitato per due anni e mezzo), un cecchino della guardia civile finlandese che mi ha portato a sparare nei boschi con la stessa arma usata all’epoca, l’M28/30 Mosin Nagant, guide museali, il team degli archivi di Helsinki, conquistando la loro fiducia giorno dopo giorno… Bisogna aggiungere anche la base, dove dormono segreti e memorie: le chiese, i cimiteri e i bar malfamati. Ho scoperto documenti inediti che nemmeno gli archivi possedevano! E come parlare di un tiratore scelto senza usare la sua arma e sentire il rinculo del colpo, l’urto contro la spalla, il rumore dell’esplosione?»

Quel tiratore scelto aveva il soprannome di «Morte Bianca», un prodigio di tecnica balistica e concentrazione sul quale ora nulla aggiungiamo, lasciandovi la bellezza dell’esplorazione.

Indugia, Norek, nell’osservare compassionevole i disgraziati, su di un fronte come un altro, infermieri e soldati agli ordini di questo o quel generale, persi, perduti, (m)andati alla rovina, a morte sicura, allo strazio degli arti amputati, delle budella sparse sulla neve. Inevitabile l’accostamento col contemporaneo: «Sì, è in sostanza un romanzo di guerra pacifico, perché ci racconta anche l’oggi, e ci mette in guardia. Parlo della Guerra d’inverno, ma tra le righe parlo anche dell’Ucraina. Certo, lo stesso nemico, la Russia. Certo, una guerra totalmente squilibrata per potenza, per soldati e per armamenti…».

S’affollano nelle pagine scenari da fine del mondo, corpi congelati piantati come croci di sé stessi, cavalli impazziti scalcianti nel vuoto che s’inabissano nel ghiaccio, russi che avanzano «per costrizione o patriottismo», assaltatori che battono in ritirata oppure divengono becchini dei propri compagni. Non è un ingenuo, Norek, giammai, basta l’analisi di una scena del crimine, da detective beninteso, non da lettore o spettatore notturno delle serie, per svegliarti e tenerti ancorato all’asfalto, anzi alle pozzanghere sudicie e livide; siamo tutti quanti nessuno escluso seduti su di un trono di sangue poiché il genere umano distrugge, ammonisce il maestro supremo Guillermo Arriaga, messicano e scrittore anche lui, e sceneggiatore, e regista; «se vuoi la pace, prepara la guerra» mi dice Norek, oggi «siamo equilibristi sopra un abisso, e ogni minuto di libertà deve essere assaporato come un dono prezioso. Dibattere con le parole prima di combattere con i pugni. Far prevalere l’intelligenza e la diplomazia sulla violenza, tentare l’impossibile per preservare la pace, ma sempre, sempre, rimanere pronti a difendere chi amiamo. Se vuoi la pace, prepara la guerra».