Donne israeliane e palestinesi, accomunate dal dolore e dalla volontà di fermare la violenza, trasformano Roma in un palcoscenico globale per chiedere l’inizio di un vero dialogo tra le parti e un ruolo attivo nei processi decisionali
Lo scorso 24 marzo si è tenuta a Roma la manifestazione Barefoot Walk: Mothers’ Call for Peace, una marcia simbolica che ha visto donne israeliane e palestinesi camminare insieme per la pace a piedi nudi. Il corteo, che ha attraversato il centro storico partendo alle 17 dall’Ara Pacis per approdare alla Terrazza del Pincio, ha consegnato alla città eterna un messaggio di vulnerabilità , umanità e rifiuto della violenza al termine del Ramadan e in prossimità della Pasqua ebraica e di quella cristiana.
Da parte palestinese il costo politico è più alto
L’iniziativa fa parte di una campagna globale lanciata dall’organizzazione Mothers’ Call, frutto della cooperazione tra l’associazione israeliana Women Wage Peace e quella palestinese Women of the Sun. Si tratta di movimenti femminili dal basso che vedono decine di migliaia di donne impegnate nel dialogo, nel rifiuto della violenza come prassi e nell’inclusione femminile nei processi di prevenzione, risoluzione dei conflitti e costruzione della pace. Accanto all’appello centrale sul tema della maternità e della difesa del futuro dei bambini che meritano «scelte migliori che uccidere o essere uccisi», negli incontri istituzionali è emersa l’importanza di esercitare pressione sui leader mondiali affinché venga potenziato il ruolo delle donne nei negoziati, in ottemperanza alla Risoluzione ONU 1325 che a sua volta ha dato inizio all’agenda globale «Donne, Pace e Sicurezza» (WPS).
Le due leader a capo della marcia, la palestinese Reem Al-Hajajreh e l’israeliana Yael Admi, candidate al Nobel per la pace, si presentano al mondo come madri che hanno deciso di costruire un linguaggio comune che ponga fine al ciclo di vendetta. Reem Al-Hajajreh, che proviene dal campo profughi di Dheisheh, vicino a Betlemme (Cisgiordania), incarna il classico caso di attivismo per necessità che si batte contro il patriarcato interno e a favore della protesta civile non armata. Yael Admi rappresenta invece il pacifismo israeliano organizzato e ideologico, al quale è approdata da giovane in risposta alla morte del fratello nel 1969 nella Guerra d’attrito tra Egitto e Israele. Sono proprio le evidenti asimmetrie strutturali tra le loro realtà , nonché gli ovvi privilegi di cui gode Yael che, a differenza di Reem, opera all’interno di un sistema con libertà e accesso istituzionale, ad attirare su questo tipo di eventi le accuse di «normalizzazione». Nel dibattito critico della sinistra radicale che prende spunto dalle teorie postcoloniali si sostiene infatti che, essendo Israele una potenza statale e militare, mentre i palestinesi una popolazione sotto occupazione, creare spazi di dialogo paritari all’interno di una narrazione umanitaria oscura i rapporti di potere e responsabilità , depoliticizzando il conflitto e semplificandolo.
Empatia e complessitÃ
In tal senso, un evento dal forte impatto mediatico come la Barefoot Walk sortirebbe l’effetto di mobilitare l’empatia dell’opinione pubblica creando un immaginario universale di pace, incapace tuttavia di innescare una trasformazione che incida direttamente sulle strutture di potere dell’occupazione, finendo per privilegiare l’emozione sulla complessità . Eppure, in un contesto in cui la politica appare paralizzata all’ombra di una guerra che dura da oltre 900 giorni, resta aperto l’interrogativo se non siano proprio queste forme imperfette di dialogo e di resistenza a tenere viva l’idea di una convivenza possibile.
Movimenti come Combatants for Peace o Standing Together dimostrano infatti che, proprio in assenza di negoziati politici reali, la società civile riempie il vuoto promuovendo un cambiamento pragmatico e un linguaggio inclusivo che parte dal riconoscimento dell’umanità dell’altro. Non si tratta di un’operazione neutra, bensì di un attivismo che richiede coraggio da entrambe le parti, esponendole ad accuse di collaborazione e isolamento nelle rispettive società di provenienza. Da parte palestinese il costo politico è più alto, ma anche la società israeliana punisce gli attivisti liquidandoli come «traditori» per la rottura con il consenso interno. Inoltre se le critiche effettuate «a tavolino» negli ambienti accademici e dell’attivismo internazionale sono sostenute da un solido apparato teorico, è altrettanto vero che la stessa distanza geografica conferisce loro una rigidità ideologica e morale che rischia di perdere di vista la dimensione quotidiana, ignorare le contraddizioni reali e sottovalutare le relazioni umane e concrete che favoriscono il compromesso.
Sul campo invece, tra checkpoint, lutti e vite condivise a distanza ravvicinata, le identità si fanno più porose e le scelte più ambigue. È in questo spazio imperfetto che movimenti come Mothers’ Call trovano senso – e insieme espongono tutti i loro limiti. Ignorare simili iniziative sarebbe quindi miope proprio perché nella loro incoerenza ed ingenuità esse hanno la capacità di parlare anche a persone non esperte, creando una porta d’ingresso al tema nei contesti occidentali lontani dal conflitto. Tuttavia, nel clima militarizzato, radicalizzato e polarizzato dell’escalation regionale in Medio Oriente, il discorso pubblico si riorganizza inevitabilmente intorno a logiche di deterrenza, sicurezza e prezzo del petrolio. In un simile contesto, introdurre un linguaggio opposto, fatto di vulnerabilità , maternità e dialogo, si impone come un gesto radicalmente tanto necessario, quanto più fragile e facilmente contestabile, ma Reem, Yael e le loro compagne di attivismo non si fanno intimidire dalle sfide e proseguono con ottimismo per il loro cammino «a piedi nudi».
