Come si fa a non avvicinarsi all’uomo che ami?

by azione azione
8 Aprile 2026

La premio Nobel Svetlana Aleksievič ci insegna che la storia è un intreccio di memorie, emozioni e destini personali

«Sono davvero in troppi ad ammalarsi, anche persone giovani. Tumori, ictus, problemi mentali. Bisognerebbe fare delle ricerche per capire se è solo una mia percezione… Mi sembra comunque emblematico». Questa confidenza, raccolta di recente da un’operatrice dei servizi di accoglienza in Ticino, riguarda i profughi in fuga dalla guerra in Ucraina, molti dei quali provenienti da aree ancora oggi segnate dal disastro di Černobyl’. È da questa suggestione che nasce il nostro ragionamento: è il conflitto presente e/o il passato nucleare a far ammalare la gente?

Secondo l’UNSCEAR, il Comitato scientifico dell’Onu sugli effetti delle radiazioni atomiche, fatta eccezione per il marcato aumento dei tumori alla tiroide nei bambini e negli adolescenti esposti nel 1986 e per alcuni effetti specifici sui «liquidatori» (le persone chiamate dall’Urss a «ripulire» il luogo della tragedia, spesso senza protezioni adeguate), non esistono prove di un incremento dell’incidenza di malattie fisiche attribuibile alle radiazioni tra la popolazione che vive oggi nelle zone contaminate. L’organismo sottolinea però il peso duraturo delle conseguenze psicologiche e sociali dell’incidente. Černobyl’ resta un incubo mai davvero esaurito. Continua a interrogarci e a tormentarci, mentre molti preferiscono ignorare o dimenticare. E questo accade nonostante l’enorme mole di materiali – studi, libri, inchieste, serie televisive – che hanno cercato di raccontarlo. «Černobyl’ è un enigma che dobbiamo ancora decifrare», scrive Svetlana Aleksievič in Preghiera per Černobyl’, opera pubblicata la prima volta nel 1997, che le è valsa il Nobel per la Letteratura nel 2015. Per tre anni la scrittrice e giornalista bielorussa ha raccolto testimonianze nel suo Paese, in Ucraina e Russia, ascoltando centinaia di persone che «hanno toccato con mano l’ignoto». «Černobyl’ è il principale contenuto del loro mondo. Ha avvelenato ogni cosa che hanno dentro, e anche attorno, e non solo la terra e l’acqua. Tutto il loro tempo».

«Non è più un uomo, è un reattore»

Il suo libro presenta questa moltitudine di voci che diventano storia. Vicende dure, sconvolgenti, che mostrano ciò che Černobyl’ ha lasciato dietro di sé. Si parte da Ljudmila Ignatenko, giovane moglie del vigile del fuoco Vasilij, chiamato a spegnere l’incendio divampato nella centrale la notte del 26 aprile. Sindrome acuta da irradiazione: in 14 giorni si muore fra atroci sofferenze. «Non è più un uomo, è un reattore. Brucerete insieme!», le dicono. Lei gli resta accanto, lo accudisce, nascondendo di essere incinta (la bimba morirà poche ore dopo la nascita). «Ma come si fa a non avvicinarsi all’uomo che ami?». Un uomo e una neonata tra i tanti morti di Černobyl’, seppelliti in bare di zinco sigillate e sotto lastre di cemento – lontani dai propri cari – perché altamente radioattivi.

C’è anche la contadina che non vuole lasciare la sua terra, trascinata via a forza mentre piange come se le strappassero un figlio. Ci sono le parole dei residenti rimasti nella zona proibita, come Anna Petrovna Badaeva: «Il latte non lo si può più bere… Proibito raccogliere i fagioli… Lo stesso vale per funghi e bacche… Ci hanno ordinato di tenere a mollo la carne per tre ore prima di cucinarla. E di cambiare due volte l’acqua delle patate durante la cottura…». L’alito della morte e il senso di ingiustizia attraversano ogni testimonianza.

Umanità colta alla sprovvista

Che dire del soldato incaricato di abbattere gli animali contaminati, addestrato a sparare ai nemici, non ai cani impauriti senza più dimora. E di quello che ricorda la scritta su una casa nella zona off limits: «Uomo gentile e caro, non cercare oggetti di valore, non ne abbiamo mai avuti. Utilizza tutto ciò che ti serve, ma non saccheggiarci la casa. Ritorneremo». C’è anche la maestra che non si arrende, mentre i più piccoli vomitano e cambiano colore. Ma «niente panico». «Nei disegni dei bambini c’è Černobyl’», racconta dal canto suo Nina Prochorovna. «Gli alberi crescono capovolti, con le radici all’aria. L’acqua dei fiumi è rossa o gialla. Fanno il disegno e cominciano a piangere». Un’altra immagine: la madre che partorisce una bimba gravemente malata – «niente fessurina, niente sederino, un solo rene» – e la stringe come fosse un miracolo: «Prendete la mia bambina, anche per degli esperimenti… Non voglio che muoia… Do il mio consenso a che la mia bambina faccia da cavia, come un ranocchio, un coniglio, purché possa sopravvivere». E queste sono solo alcune delle suggestioni rubate dal saggio di Aleksievič. Impressioni e sentimenti di un’umanità colta alla sprovvista, travolta da qualcosa che nessuno era pronto ad affrontare.