La condizione femminile declinata in dieci anni di articoli dalla giornalista statunitense Rebecca Solnit
Rebecca Solnit ha raggiunto la fama in Europa nel 2014 grazie al suo best seller Gli uomini mi spiegano le cose. Adesso che la casa editrice milanese Ponte alle Grazie ha pubblicato una raccolta di suoi articoli e saggi, usciti negli Stati Uniti su diverse testate e blog negli ultimi dieci anni, non si fa fatica ad ammettere che è Rebecca Solnit a spiegarci le cose e che ci piace molto quando lo fa. In questa miscellanea di suoi testi intitolata La madre di tutte le domande, la giornalista statunitense affronta i temi più svariati correlando le sue riflessioni di una bibliografia ampia che va dalla letteratura all’antropologia, a una conoscenza precisa dell’attualità e della cronaca del suo Paese. In apertura troviamo il saggio che dà ragione al titolo della raccolta: Solnit racconta di come alla fine di una conferenza su Virginia Woolf un giornalista, ignorando il tema del suo intervento, le abbia chiesto come mai non avesse fatto figli. Ecco la madre di tutte le domande, a cui, dopo aver risposto che era stata una scelta consapevole, Solnit aggiunge anche un sacrosanto improperio.
Il focus che tiene insieme queste pagine è la condizione femminile, ma Solnit prende parola anche sulle discriminazioni subite dagli afroamericani e più in generale sulle dinamiche di perpetrazione di ingiustizie nel sistema occidentale, domandandosi a tal proposito come sia avvenuto che nella nostra cultura sia diventata ormai da decenni preponderante la domanda: «sei felice?», quando dovremmo piuttosto cercare di capire se quello che facciamo ha un senso, quanto meno per noi stessi. La messa in discussione del mito della felicità che Solnit faceva ormai dieci anni fa è ora al centro di un dibattito più ampio e al cuore del saggio, per esempio, di Raffaele Ventura La conquista dell’infelicità (Einaudi, 2025), a riprova che in effetti la giornalista e blogger californiana è, come si usa dire, davvero un passo avanti.
Molti degli argomenti di cui scrive Rebecca Solnit sono temi su cui si dibatte da tempo, ma gli aspetti su cui si sofferma permettono anche a chi è stufo di sentirne parlare di avere una prospettiva non solo inedita, ma più convincente. Per esempio, Solnit scrive nero su bianco che negli Stati Uniti «quasi una donna su cinque è vittima di stupro»: questo dato la conduce a definire la violenza sessuale una vera e propria «epidemia». A partire da tale evidenza statistica, Solnit propone una riflessione non tanto sull’inutilità dell’hashtag #notallmen, visto che nessuno che abbia un po’ di sale in zucca crede che tutti gli uomini siano degli stupratori, quanto su come il sistema reagisca all’epidemia dello stupro. In particolare, attingendo a un suo ricordo personale, scrive che quando la madre andò alla polizia a denunciare suo padre perché lui la picchiava si sentì rispondere che forse tutto si sarebbe risolto se fosse tornata a casa a cucinare qualcosa di buono per cena.

Continuando nell’alternanza di dati e di considerazioni politiche, alla possibile obiezione per cui questo ricordo appartiene a un’epoca ormai finita, Solnit aggiunge che sono attualmente centinaia di migliaia i campioni biologici prelevati in occasione delle denunce per stupro che la polizia dei diversi stati nordamericani ha semplicemente ignorato. Poi, si sposta all’altro capo del mondo (quella dello stupro è a tutti gli effetti una pandemia) citando il primo ministro indiano Narendra Modi, famoso conservatore, che nel discorso per la festa dell’Indipendenza nel 2014 arriva a ricordare ai suoi cittadini che la piaga dello stupro riguarda i loro figli maschi, che devono essere educati e indirizzati, come lo sono, fin troppo, le giovani figlie. In un altro brano della raccolta Solnit ricorda anche come le sparatorie che purtroppo avvengono regolarmente negli Stati Uniti, causando stragi, sono sempre agite da «uomini bianchi», anche quando vengono compiute per uccidere «gli uomini neri che violentano le nostre donne» come è accaduto, per esempio, a Jacksonville nel 2023.
Rebecca Solnit non scrive solo di violenza, seppur questo sia il tema che occupa indubbiamente più spazio nelle sue riflessioni, ma anche di censura: in particolare riesce ad affrontare con grande efficacia il problema del linguaggio di genere che negli ultimi anni è stato abbastanza penoso. A coloro che vorrebbero abolire l’utilizzo dei termini «uomini e donne», risponde: «maschio e femmina, è così che le persone organizzano gran parte del loro pensiero sociale da molto tempo», sottolineando poi la necessità che noi esseri umani abbiamo di comunicare, di parlare per provare a capirci e non per essere politicamente corretti.
