Poesia: nel nuovo libro di Patrizia Valduga un poema compatto su amore, guerra, vecchiezza e perdita, attraversato da rimandi interni e accompagnato da appendice di note
Abbiamo davanti Lacrimae rerum. Non abbiamo nemmeno scostato la copertina e questo libro si annuncia subito con l’inciampo virtuoso di un genitivo ambiguo, sospeso tra un carattere soggettivo e uno oggettivo. Lacrimae rerum è estratto da un noto passo del Libro I dell’Eneide, «Sunt hic etiam sua praemia laudi, sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt»; cioè, più o meno, «Anche qui trova il suo riconoscimento il valore, ci sono le lacrime delle cose, e le sorti mortali commuovono». La storia è facile, sta all’inizio del poema virgiliano: Enea approda a Cartagine, e si commuove di fronte agli affreschi del tempio di Giunone, che raccontano la sua stessa storia e la guerra di Troia, che tanto l’ha fatto soffrire.
In alcuni lettori (forse non in tutti ma in alcuni sì, in questo lettore sì), l’inciampo consiste nel valore grammaticale di quel rerum, «le lacrime delle cose», «le cose che lacrimano» oppure «le lacrime generate dalle cose», «le cose che ci commuovono»? Ecco, se Patrizia Valduga, nell’intitolare questa raccolta, abbia pensato o meno a questa debole esitazione non è dato di sapere e non glielo chiederemo; certa è però l’impressione che la poesia proceda anche per ramificazioni di senso di questa natura, oltretutto poste all’inizio, dichiarate in corpo adeguato sul portale di legno della copertina.
Più che una raccolta di poesie, Lacrimae rerum è un intero poema a stanze, liberissime: il drone di pagina 3 torna a pagina 4; smorteggiare («insisti a smorteggiare, con le tue angosce») è usato alla pagina 6 e commentato nella successiva: «Si dice morteggiare o smorteggiare? Adesso non mi va di controllare…»; «L’amore a settant’anni», annunciato alla 15 e ripreso alla 18, è ipotizzato come lo vorresti a pagina 19 e in quale contesto alla 21. E così via.
Chi ami la compiutezza consapevole e coerente delle raccolte di poesia (non è sempre così, taluni libri sembrano fatti apposta per generare scarti e disorientamenti a ogni pagina) ha di fronte una serie fatta e finita, dove in un confortevole andirivieni di pagine in avanti e indietro, si anticipa, si ritrova, si recupera tutto l’armamentario valdughiano, vecchio e nuovo: una specie di tu, una «spola tra me e me» cui chiedere conto di affetti e amori («E anche tu, sdoppiatura, adesso sciò! / Farò senza di te, mi arrangerò»); la guerra e i suoi criminali; le lacrime delle cose e per le cose; le città («Di Milano che finge d’esser viva / meglio Venezia morta per davvero»). E infine ora, da un po’, la vecchiezza e le scatole di legno della morte.
Commuove puntualmente, perché sappiamo che è vertigine ormai nota, la poesia con la poesia dentro, come in «Poesia, è ora, prendimi per mano, / tu, gioia e gioventù di un cuore umano». E dentro la poesia il poeta: «Qui dico, e valga per l’eternità: / lui che ha dato tutto alla sua città / dalla sua città non ha avuto niente / dimenticato ignominiosamente». Le lacrime sono appunto quelle delle cose e per le cose: «piangila l’ingiustizia, ogni ingiustizia!»; e poi per le cose, per le guerre e per sé: «E sto qui, in solitudine, a sparire», «E mi decrepito… e a che velocità!/ uno smantellamento… “È morta là”.», «Così, da sola, senza compagnia, / la vita… la mia vita… vola via…».
Questo volumetto ha il corredo di una «Quasi appendice», una decina di pagine di sacrosante note ai testi. Qualcuno dovrebbe renderle obbligatorie, in ogni raccolta. Capita altrove che il lettore sia lasciato solo, smarrito, in cerca di appigli, a tentare di capire da che parte prendere quei testi, nella frustrazione e nella miseria, esposto al rischio continuo della cantonata. Qui e per fortuna ci sono rinvii, specificazioni («Giovanni: Giovanni Raboni»), veri e propri testi compiuti (ancora la Venezia dove muoiono i poeti, Wagner, Browning, Ezra Pound, Milano, Israele e Palestina, appunto Raboni), citazioni, considerazioni su lessico acquisito e ipotizzato, trascrizioni di poesie.
L’immagine favorita di questo lettore? Questa: «Se sono sobria ogni gioia è proibita, /ubriacata, la coscienza è svanita; / ma c’è un punto tra ebbrezza e sobrietà…». Un punto che è il punto di sella dei fisici e del poeta e matematico persiano medievale Omar Khayyâm: «Se sono sobrio ogni gioia è proibita, / ubriacato, la coscienza è svanita; ma c’è un punto tra ebbrezza e sobrietà; / lui mi possiede, lui solo è la vita».
C’è un’ampia nota-saggio di spiegazione, nella felice appendice di questo libro. Anche innamorarsi è incontrare un punto di sella, vedere la persona che amiamo e tutti i motivi che tanto ce la rendono cara; ma insieme fare i conti anche con i suoi limiti. E anelare la ricerca di una specie di sereno equilibrio, del punto dove, non prima non dopo, né in ragione né in sentimento, si sta al cospetto di una luminosa verità.
Insomma, Valduga!
