In memoriam: devoto a Dante e innamorato di Tasso, Kemeny portava i classici fuori dall’accademia e li rimetteva in circolo come esperienza fisica
Strano miscuglio, come disse Alda Merini, tra il folletto Puck e un capo indiano, fuggito ancora bambino dall’Ungheria nel 1948, Tomaso Kemeny – scomparso di recente – era uno di quei rarissimi esseri umani che, quasi fossero eletti dagli dei, nascono poeti. Come Mandel’štam, come Kavafis o Garcia Lorca, nei versi di Kemeny si percepisce la forza sovversiva della grande poesia. Milanese d’adozione ma viandante a Parigi e in mille altre città, diede da subito prova di eclettismo pubblicando poesie, traduzioni e saggi critici. Ma il libro che gli aprì le porte dell’insegnamento accademico fu nel 1976 un volume sull’unico poeta dionisiaco, sosteneva, insieme a D’Annunzio: La poesia di Dylan Thomas: enucleazione della dinamica compositiva.
Kemeny frammentava le lezioni, sovrapponeva cinque lingue diverse e rovesciava la letteratura inglese in un teatro di voci
Lo conobbi quando già da vari anni aveva una cattedra di letteratura inglese all’università di Pavia e andai ad ascoltare le sue lezioni per l’insistenza di un’amica. Dire che insegnasse letteratura inglese è approssimativo, perché le sue lezioni erano un affascinante fuoco d’artificio di aneddoti, commenti penetranti, humour anglosassone, dichiarazioni d’amore o d’odio per questo o quel poeta o critico, citazioni di versi in cinque o sei lingue, lazzi, commozioni… Insomma era la versione folle e geniale di ciò che normalmente si definisce un corso di letteratura comparata.
Le sue lezioni erano sempre affollate e gli studenti lo adoravano. Conoscendo la sua grande competenza nella letteratura italiana, molti gli chiedevano di tenere lezioni anche per gli italianisti. Spesso li accontentò. Nel 1988 tenne un corso sul fascinoso Byron (si deve a lui una stupenda versione italiana del Don Juan) e per una sorta di proiezione freudiana tutte le allieve si innamorarono di quello strano professore.
La sua eccentricità non era un vezzo o una maschera come hanno tanti, ma una condizione naturale. Bastava poco perché gli studenti si abituassero e amassero il rapporto non mediato, epidermico che Kemeny intratteneva con la poesia e i poeti. A lezione diceva che ogni volta che si parla di Dante bisognerebbe inginocchiarsi. E affermava che la superiorità del fiorentino sta anche nel fatto che con una sua terzina ci si fa una serata. Per lui la poesia doveva uscire dalle accademie e salire sulle barricate. Affermava che la bellezza è insurrezionale e che la poesia è l’unica rivoluzione non violenta («ognuno di noi ha dentro di sé una divinità addormentata, che solo la poesia può risvegliare»).
Creò la corrente del mitomodernismo, un tentativo di energizzare la poesia italiana al grido di «Fight for Beauty!». In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, con altri poeti occupò la collina dell’Infinito a Recanati per rivendicare il potere della poesia e per amore verso Leopardi. Grande traduttore, pubblicò splendide versioni da Byron, Marlowe, Jòzsef, Schiller, Wordsworth, Dylan. Tuttavia si vantava soprattutto della sua traduzione di Alice in Wonderland.
Il suo amore più grande però fu per Torquato Tasso. Sosteneva che l’endecasillabo del Tasso, per la musica del ritmo, era inimitabile e addirittura superiore a Dante e che l’autore dell’Aminta nascondeva la sensualità dietro il sacro e l’eroico (i cui i versi del duello di Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme sono un esempio eloquente).
Nel corso della sua vita Kemeny conobbe varie figure leggendarie della poesia e dell’arte del Novecento, a cominciare da Dalì. Un giorno bussò alla porta della sua casa parigina, si presentò e gli disse che voleva vedere da vicino i suoi magnifici baffi. Dalì si avvicinò, lo baciò sulla fronte e gli diede una specie di benedizione. Dopodiché lo mise alla porta. Di qualche anno successivo fu il commovente incontro con Pound. Come vendetta per il suo dissennato appoggio al regime fascista gli americani lo avevano rinchiuso per tredici anni in un manicomio criminale. Infine libero grazie alle proteste internazionali, l’autore dei Cantos non parlava più, tranne che per un’espressione tedesca che ripeteva come un mantra: «immer wieder, immer wieder» («sempre ancora»). Solo dopo parecchio tempo Kemeny capì cosa intendesse dire: «bisogna rimanere fedeli alla propria musa».
Quando Dylan Thomas intraprese un tour di conferenze in Italia, Kemeny andò a Firenze per conoscerlo. Nella camera dell’albergo, tuttavia, trovò solo la moglie, piuttosto imbarazzata. Senonché, da un armadio sentì dei mugolii. Lo aprì e dentro ci trovò nascosto il poeta, il quale gli confessò che era terrorizzato da tutti quei giovani italiani che volevano sempre parlargli di Marx e Freud.
