Dall’invasione russa dell’Ucraina a una nuova stagione di rivalità e conflitti, in un mondo ancora senza alternative
Gli storici amano ritagliare la storia in trance. Per questo cercano date spartiacque, ad esempio il 12 ottobre 1492. Per questo secolo, il perno attorno al quale tutto sta girando, non sappiamo verso dove, è il 24 febbraio 2022. Quel giorno, all’alba di Mosca, Vladimir Putin annunciava l’«Operazione militare speciale», ovvero l’invasione dell’Ucraina per stabilirvi un regime filorusso. Operazione che sarebbe dovuto chiudersi in un paio di settimane con la parata militare russa a Kiev. Nel loro bagaglio, i soldati del corpo di spedizione mobilitato dal Cremlino avevano le divise da festa. Resteranno nei loro sacchi. L’Operazione speciale si chiama ancora così, ma da oltre quattro anni si è tramutata in sanguinosissima guerra senza apparente sbocco. Ma ciò che fa di quel 24 febbraio un marchio destinato a dividere il passato dal presente/futuro non è l’azione militare. È il fatto che forse inconsciamente la Russia ha aperto una nuova fase della storia universale: l’era post-americana. Messaggio: si possono sfidare gli Stati Uniti senza rischiare la vita.
Tutto quello che sta accadendo, e che oggi culmina nella guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, deriva dalla consapevolezza che l’America non è in grado di difendere la sua egemonia globale. Gli altri soggetti che disegnano la traiettoria delle relazioni internazionali ne hanno preso nota e si comportano di conseguenza. Le regole del gioco sono saltate perché erano americane anche se si volevano globali. Come tali erano trattate dal resto del pianeta, compresi i numerosi nemici latenti o espliciti dell’impero a stelle e strisce. Non abbiamo idea di quale tipo di egemonia o di ordine più o meno globale possa emergere fra qualche tempo, in sostituzione del defunto. Sappiamo invece che noi europei siamo fuori fase, ancora sconvolti dalla perdita del riferimento supremo, incapaci di individuare qualsiasi alternativa.
Ritorno delle inimicizie tra europei
Lo sbandamento riguarda tutti i Paesi ancora formalmente parte della ex famiglia euroatlantica. Lo sconcerto deriva dall’evidenza che senza l’alleato americano siamo tutti gattini ciechi. E soprattutto ci riscopriamo divisi. Il rischio è che l’ottantennio di relativa pace, tranquillità e benessere avviato dalla catastrofe europea nelle due guerre mondiali, produca il ritorno alle inimicizie, alle diffidenze e – Dio non voglia – alle guerre fra europei. Ci siamo raccontati, spesso credendoci, che l’Europa (alias Unione europea) ha garantito la pace sul Continente eponimo. Falso: la pace europea è stata assicurata dalla scelta americana di restare nel Vecchio Continente dopo la vittoria del 1945 per contrastarvi la penetrazione sovietica e comunista. La crisi della strategia americana, di conseguenza degli approcci europei da essa derivati, sta nel non poter più spiegare a sé stessa perché resta qui dopo il suicidio dell’Urss e la riduzione del comunismo a un’ideologia fra le tante assimilate e respinte dalla storia.
Ricordiamo una sequenza temporale a sostegno di questa tesi: 1945, vittoria angloamericana sul nazismo e penetrazione dell’Urss fino a Berlino, con relativa risposta di Washington, indisponibile a lasciare il campo a Stalin una volta distrutto il nazismo; 1947, Piano Marshall per risollevare le economie e le società europee, schermandole dal bacillo bolscevico; 1949, battesimo della Nato, struttura militare dell’impero europeo degli Usa; 1957 Comunità europee, braccio economico europeo inscritto nel sistema americano, evoluto nel 1993 in Unione europea. Lo conferma il fatto che ormai la lista dei soci dell’Unione europea e della Nato coincidano quasi perfettamente.
Un vuoto strategico
Da allora, solo aggiustamenti e allargamenti euroatlantici, nel contesto di un vuoto strategico. Finché Putin ha sfidato l’ordine a stelle e strisce. Senza grande successo, anzi finendo per convincere gli americani che gli europei possono e debbono difendersi con i loro mezzi. L’articolo 5 della Nato, contrariamente a quanto spesso si afferma, non garantisce un bel niente. Sia nella forma, volutamente ambigua, sia soprattutto perché gli Stati Uniti lo intendono come un suggerimento, non un impegno a battersi in caso di attacco nemico a qualsiasi membro atlantico.
Le guerre in Medio Oriente e l’inasprimento della competizione con la Cina derivano dalla crisi della globalizzazione americana e dall’assenza di alternative. Urgente per gli europei adattarsi a questa realtà concertando, per quanto possibile, un nuovo assetto del Continente basato sulla svolta in atto e non sulla nostalgia di un passato irripetibile. L’Unione europea e la Nato di fatto non esistono più. Non potranno reinventarsi con gli stessi soci secondo gli schemi trascorsi. Viviamo l’alba di una fase pericolosa della storia europea e mondiale. Ciascuno per sé, nessuno per tutti. Quel che ne nascerà, sarà al meglio un arcipelago di allineamenti informali, come già si intravvede nel formato dei «volenterosi» e improvvisazioni analoghe. È ora di guardare le cose per come sono e non per come vorremmo fossero. Oppure lasciarci trasportare dalla corrente. Ma verso dove?
