Il mercato dell’alloggio diventa tema di campagne elettorali in Svizzera, ma nessuna soluzione si delinea all’orizzonte
Sembra proprio che le abbia provate tutte, il presidente della Confederazione Guy Parmenlin. Lo scorso 18 marzo, davanti al Consiglio Nazionale, il ministro dell’economia ha ricordato gli sforzi compiuti in questi ultimi anni dal suo Dipartimento per affrontare l’esplosione sempre più diffusa dei prezzi degli alloggi. «Abbiamo aperto una serie di discussioni sul diritto di locazione. Ho invitato tutte le parti interessate a partecipare a incontri e tavole, non solo rotonde, ma anche quadrate e rettangolari. Abbiamo provato di tutto, ma i problemi non sono stati risolti». E i problemi in questione sono quelli del mercato dell’alloggio svizzero, in un Paese in cui il 60% delle persone vive in affitto e in cui si fatica sempre più a trovare un tetto a prezzi abbordabili. E questo non soltanto nelle grandi città ma anche in diverse altre regioni della Svizzera, a cominciare da quelle a vocazione turistica. Basti dire che nel corso del 2025 il tasso di appartamenti vuoti su scala nazionale si è aggirato attorno all’1%, una cifra molto bassa che è sinonimo, secondo gli esperti del settore, di «emergenza abitativa».
A Zurigo si fa la fila per visitare un appartamento
Parmelin era intervenuto durante una cosiddetta «sessione straordinaria» voluta dal Consiglio nazionale per affrontare proprio questo argomento che, con la sanità, rappresenta una delle più grandi preoccupazioni dei cittadini svizzeri, come emerge regolarmente dalle ricerche demoscopiche sui principali grattacapi della nostra popolazione. La «sessione straordinaria» in questione ha fatto emergere, ancora una volta, l’assenza di una soluzione di compromesso sulle misure da adottare per cercare di calmierare questo mercato. A sinistra si punta il dito contro i proprietari e contro i grandi gruppi – banche, assicurazioni e casse pensioni – che in questi ultimi anni hanno intensificato i loro investimenti nel settore immobiliare, con lo scopo, si dice a sinistra, di massimizzare il più possibile i loro profitti, alzando a dismisura il livello delle pigioni. Non per nulla il fronte progressista fa spesso riferimento ad uno studio del 2022 realizzato dall’istituto di ricerca Bass, con sede a Berna.
Un’analisi che è giunta a questa conclusione: ogni anno in Svizzera vengono pagate pigioni in sovrapprezzo per un totale di dieci miliardi di franchi. E questo perché manca un vero e proprio sistema di controllo pubblico sul livello degli affitti e sui loro aumenti. Per i partiti borghesi – PLR, Centro e Verdi liberali – il problema sta invece soprattutto nell’eccessiva regolamentazione del mercato delle costruzioni. L’edilizia si trova troppo spesso imbrigliata in norme, permessi e burocrazia, per questo motivo non riesce ad accrescere l’offerta di spazi abitativi, così da poter soddisfare una domanda ormai galoppante. Da qui la penuria sempre più diffusa di spazi liberi, basti ricordare che a Zurigo si sono viste, anche di recente, file di persone incolonnate lungo i marciapiedi, in attesa di poter visitare un appartamento da affittare o da acquistare. I dati dicono che, sempre a Zurigo, solo sette alloggi su diecimila sono liberi, tasso tra i più bassi al mondo. Un quadro estremamente preoccupante, in cui i prezzi delle abitazioni non possono che gonfiarsi a dismisura, anche se si registrano comunque delle differenze regionali, il Ticino ad esempio non si trova in una fase di emergenza così acuta.
Tornando al recente dibattito parlamentare va ricordata anche la posizione dell’UDC. Per il primo partito svizzero la colpa di questa crescente tensione immobiliare è soprattutto dell’immigrazione, per questo i democentristi hanno utilizzato il recente dibattito sul mercato dell’alloggio per lanciare, già dal Parlamento, la loro iniziativa detta «per la sostenibilità». Un’iniziativa su cui voteremo il prossimo 14 giugno e che chiede di introdurre un tetto massimo della popolazione nel nostro Paese, fissato attorno ai 10 milioni di persone. Per rispettare questa soglia, a detta dell’UDC, occorrerà anche denunciare l’accordo sulla libera circolazione delle persone sottoscritto con l’Unione europea, sempre che non sia «possibile invocare una clausola di eccezione».
Per contrastare gli abusi
Il mercato dell’alloggio sarà dunque al centro della campagna che porterà a questa votazione popolare, su cui l’UDC gioca molte delle sue carte per sabotare gli accordi bilaterali con l’Ue, quelli oggi in vigore e anche quelli che sono stati negoziati in questi ultimi anni per stabilizzare e sviluppare le nostre relazioni con Bruxelles. Un pacchetto su cui voteremo probabilmente nel 2028. Ma al capitolo «alloggio» c’è anche un’altra iniziativa che si affaccia sullo scacchiere politico svizzero, quella che chiede di proteggere questo mercato dalle «pigioni abusive». L’iniziativa è stata lanciata dall’Associazione svizzera degli inquilini ed è sostenuta da un’alleanza di cui fanno parte i partiti della sinistra, i principali sindacati e Caritas svizzera. La raccolta delle firme è tuttora in corso, per una modifica costituzionale che chiede l’istituzione di un chiaro meccanismo «automatico e periodico» per controllare il livello degli affitti e per lottare contro gli abusi. In altri termini si tratta di andare al di là dell’obiettivo, definito in termini generici, già iscritto nella Costituzione svizzera, che all’articolo 41 recita: «La Confederazione e i Cantoni si adoperano affinché (…) ognuno possa trovare, per sé stesso e per la sua famiglia, un’abitazione adeguata e a condizioni sopportabili». Va detto che su questo fronte si è mosso di recente anche il Consiglio federale. Lo scorso 26 febbraio ha aperto una procedura di consultazione per una riforma di un’ordinanza proprio sul tema del controllo degli affitti. Nel farlo il Governo si basa sulla prassi del Tribunale federale e sul Codice delle obbligazioni, che vieta «le pigioni abusive con le quali è ottenuto un reddito della cosa locata».
Il nodo principale da sciogliere sembra proprio quello della regolamentazione e dell’intervento dello Stato in questo mercato. A livello politico non si delineano compromessi possibili, tra chi chiede a gran voce che lo Stato si assuma almeno parzialmente questo incarico e chi invece ritiene che l’autorità pubblica non debba intromettersi in una questione fondamentalmente privata. E qui, in conclusione, val la pena di tornare alle parole di Parmelin in Parlamento. Rimproverato da un deputato di essere troppo passivo su questo fronte, il ministro dell’economia ha sottolineato come in questi anni non si sia mai riusciti a trovare un compromesso su questo aspetto. «A l’impossible nul n’est tenu», ha concluso – forse in modo troppo pilatesco – il presidente della Confederazione.
