Petrolio: risorsa essenziale ma fonte di incertezza

by azione azione
25 Marzo 2026

La guerra che coinvolge l’Iran rischia di produrre effetti sull’economia globale difficili da calcolare

Sin dai primi utilizzi dei giacimenti di petrolio superficiali nell’antichità – ma ancor più con l’avvento dell’industria petrolifera moderna dagli anni Cinquanta del XIX secolo, grazie alla scoperta del motore a combustione interna – l’«oro nero» è una delle principali materie prime a livello globale. Oltre all’impiego nella produzione di carburanti e combustibili, il petrolio è anche alla base di diverse materie plastiche presenti in beni di utilizzo quotidiano quale fertilizzanti, prodotti chimici e materiali edili. Nel contempo, proprio tale strategicità lo ha reso storicamente un «volano» di crisi economiche globali. Poco conta se si tratti del Brent o WTI, cioè rispettivamente del greggio di riferimento europeo o statunitense che hanno un ruolo di particolare rilievo negli scambi internazionali: dalla dinamica del suo prezzo dipendono frequentemente i tassi di crescita del Pil di un’economia così come la stabilità, o meno, dei prezzi al consumo. Ne sono esempi le celebri crisi petrolifere degli anni Settanta (1973-1974, 1979) e – sebbene prematuro per affermarlo – potenzialmente anche l’incertezza nel Medio Oriente di questi tempi, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran e dal cui «collo di bottiglia» transitano il 20% del petrolio e gas naturale liquido globale.

Una dipendenza strutturale

Se ogni crisi energetica ha i suoi fattori scatenanti, i «minimi comuni denominatori» non mutano. Da un lato la dipendenza strutturale dal petrolio pur in epoche di tentativi di diversificazione energetica verso fonti rinnovabili; dall’altro la configurazione di cartello economico dei 12 Paesi OPEC (Algeria, Arabia Saudita, Congo, Emirati Arabi Uniti, Guinea Equatoriale, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria e Venezuela) e 10 Paesi OPEC+ (Azerbaigian, Bahrein, Brunei, Kazakistan, Malesia, Messico, Oman, Russia, Sudan del Sud e Sudan) che stabiliscono l’offerta di greggio grazie al loro potere di mercato. In altre parole: è il principio secondo cui «l’unione fa la forza» ad essere alla base di tali accordi fra Paesi in quanto – stando alle rilevazioni della U.S. Energy Information Administration – il principale produttore (individuale) di petrolio a livello mondiale nel 2023 erano gli Usa (22%). A tali due fattori d’instabilità economica se ne aggiunge un terzo di carattere geopolitico legato alla provenienza e/o al transito di tali materie prime.

A fronte della strategicità del bene «petrolio», delle forti posizioni di mercato dei Paesi produttori e dell’instabilità geopolitica che caratterizza molte aree OPEC e OPEC+, il prezzo del petrolio non può essere altro che soggetto a volatilità – perlopiù al rialzo – in tempi di crisi. Solo per dare un riferimento: dalla fine dell’Ottocento fino a dopo il 1945 il suo prezzo si è mantenuto intorno a un dollaro al barile, mentre nelle fasi più critiche del suo andamento ha superato anche i 400 dollari.

A ciò si aggiunge che i maggiori consumatori spesso non coincidono con le Nazioni produttrici. Ad esempio, la Cina consuma il 15% di petrolio globale (2022) ma ne produce soltanto il 5% (2023): sono gli Usa che – pur consumando il 20% del greggio globale (2022) – ne producono il 22% (2023). Non è quindi un caso (complice anche una quota inferiore di tasse sul carburante) che la benzina 95 ottani costasse mediamente in Svizzera 1,785 CHF/l ma l’equivalente di «soli» 0,844 CHF/l negli USA e di «ben» 0,935 CHF/l in Cina stando ai dati di GlobalPetrolPrices (16 marzo 2026). È altrettanto intuitivo – pur senza facili allarmismi – che i Paesi maggiormente colpiti da una crisi energetica prolungata e su larga scala potrebbero essere proprio quelli europei o comunque fortemente dipendenti dall’approvvigionamento di greggio.

La «collosità» dei prezzi al ribasso

Tutto dipenderà non soltanto dalla durata della guerra in Iran, ma anche dall’eventuale nuovo «ordine economico» post-bellico nella regione. In altre parole: gli scambi e i transiti commerciali saranno durevolmente ripristinati? E – se sì – con quanta immediatezza genereranno un effetto di distensione sull’economia globale? Prendendo i prezzi al consumo (su cui l’input «petrolio» influisce notevolmente), è risaputo che questi tendano ad aumentare con maggiore facilità ma non altrettanto a diminuire. Tale dinamica è imputabile alla «collosità» dei prezzi al ribasso, cioè alla scarsa elasticità con cui il prezzo finale (composto da una quota di costi e una di profitti) si adatta alle situazioni. In altre parole, una riduzione del prezzo del greggio implica il contenimento o dei costi di produzione lungo la filiera o dei margini di guadagno delle aziende petrolifere. L’incertezza geopolitica fatta anche di attacchi militari all’infrastruttura estrattiva «giustifica» – in base all’approccio economico di cui sopra – rialzi delle quotazioni del greggio. Prendendo l’esempio del carburante, Tax Foundation evidenzia come il prezzo finale del diesel in Svizzera sia composto per il 52% da accise (media OCSE 46,4%) mentre quello della benzina senza piombo per il 54,5% (media OCSE 53,2%), fatto che rende il prezzo del carburante strutturalmente «colloso» al ribasso.

Il principale produttore individuale di petrolio: gli Stati Uniti

Anche il rilascio di riserve petrolifere strategiche da parte dell’Agenzia internazionale dell’energia con i suoi 32 Paesi membri al fine di aumentare l’offerta di barili, e quindi cercare di ridurre il prezzo dell’«oro nero» (o comunque di far fronte al fabbisogno corrente), potrà difficilmente essere altro se non un palliativo laddove l’incertezza perdurasse. Di certo, il petrolio nel suo ruolo di combustibile fossile non rinnovabile sta dimostrando (ancora una volta e in barba alla cosiddetta «Rivoluzione verde») di essere strategico e di potere tenere l’economia globale con il fiato sospeso, temendone i suoi possibili effetti «a cascata». Ad esempio, un rialzo dell’inflazione potrebbe – se sufficientemente durevole – comportare l’inasprimento delle politiche monetarie e una riduzione dei consumi. Sebbene l’evidenza degli ultimi anni ci ricordi come le crisi siano spesso ingenerate anche da fattori esterni al sistema economico – ne sono esempi la pandemia da Covid-19, che nel 2020 ha comportato una contrazione del Pil globale del 2,9%, ma anche l’instabilità geopolitica sempre più diffusa – l’attuale impennata del prezzo del petrolio sa di déjà vu. Il monito è chiaro: le epoche possono essere diverse ma molti fattori di crisi sono gli stessi. Urge quanto mai cautela in uno scacchiere internazionale sempre più articolato e di difficile gestione.