Paul Klee, astratto e libero

by azione azione
20 Marzo 2026

La Fondazione Braglia di Lugano, nell’ambito della mostra sull’Espressionismo tedesco, espone anche un nucleo importante di opere dell’artista svizzero

Dalla Svizzera, un Paese che, sull’onda della passione per cliché e luoghi comuni, tendiamo sempre ad associare a una realtà ipercontrollata e, perché no?, ordinata al punto da diventare grigia, a volte si diramano verso il mondo guizzi creativi di grande peso, capaci di scrivere la storia. Se ci rifacciamo al Novecento, basti pensare a due mostri della letteratura come Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt, o, in campo artistico, ad Alberto Giacometti o Sophie Taeuber-Arp.

Anche Paul Klee, nato nel 1879 a Münchenbuchsee, nel Canton Berna, grazie a una libertà di spirito che fondava su una solida formazione in ambito culturale – il padre, tedesco, era professore di musica, la madre, cantante – combinata a un talento straordinario, è riuscito a ritagliarsi un posto di spicco nell’olimpo artistico europeo del Novecento.

L’eclettica figura dell’artista svizzero è stata ripercorsa sabato 14 marzo alla Fondazione Gabriele e Anna Braglia di Lugano, dove due giorni prima si era inaugurato il secondo tempo dell’esposizione Kandinsky, Jawlensky, Werefkin e i Maestri dell’Espressionismo (v. «Azione» La via gioiosa all’Espressionismo di Carlo Silini, 13 ottobre 2025) aperta al pubblico fino al 18 luglio.

Al fine di approfondire il discorso intorno alle opere esposte, infatti, dalla Fondazione sono stati programmati una serie di eventi collaterali (per il programma completo vedi box) inauguratisi con l’incontro e la visita guidata di Elena Pontiggia, professoressa all’Accademia di Brera e Politecnico di Milano ed esperta di Klee.

Partiti da un’opera del 1913 di Klee, i coniugi Braglia hanno dato vita a una collezione di grandi Espressionisti tedeschi

Il nucleo principale della mostra luganese è rappresentato da opere realizzate da Paul Klee tra il 1912 e il 1929. Un’ammirazione, quella in casa Braglia per l’artista elvetico, che non nasce solamente dal riconoscimento di un talento straordinario, ma anche dalla stessa biografia di Gabriele e Anna, che li vide iniziare il proprio percorso di collezionisti dell’Espressionismo tedesco con un’opera di Klee. E che oggi, a distanza di molti anni dall’infatuazione per quell’Erinnerung an Romanshorn del 1913, li ha portati ad assemblare una collezione che, oltre alle opere di Klee, vede rappresentati numerosi esponenti chiave dell’Espressionismo tedesco, come Ernst Ludwig Kirchner, Otto Müller, Emil Nolde, e i protagonisti del gruppo Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro) Wassily Kandinsky, Franz Marc, August Macke, Gabriele Münter, Alexej von Jawlensky, Marianne von Werefkin e Lyonel Feininger.

Come ha sottolineato Elena Pontiggia, sarebbe però sbagliato e assai limitante «rinchiudere Paul Klee nella gabbia di una tendenza artistica, e questo nonostante sia stato vicino al Cavaliere Azzurro e sia stato uno dei maestri dell’astrattismo». In quella che era una continua ricerca espressiva che rifuggiva le categorie, pur restando sempre nell’ambito della pittura concettuale, se si volesse definire l’artista, non resterebbe dunque che appoggiarsi a lui stesso, riprendendo una sua affermazione: «Io sono un astratto con qualche ricordo». E i ricordi sono quelle concessioni all’elemento biografico, a un passato che non ritorna, riconoscibili nelle singole opere attraverso un segno, un accenno, come ha fatto notare Elena Pontiggia, nonostante l’aderenza del pittore al rigore astrattivo e, non dimentichiamolo, alle leggi della grafica – disciplina che Klee tanto amava.

Pur provenendo da una città come Berna, di dimensioni modeste, e per molti versi tradizionale, Klee dovette respirare aria di internazionalità sin dai primi anni di esistenza, una disposizione alla vita che lo portò a non avere paura di un mondo che allora era davvero grande, e sconosciuto. E così, se la formazione dell’artista avvenne in Germania, dove Klee espose alla mostra internazionale della Secessione di Monaco e a quella di Berlino, egli viaggiò anche in Italia, e a Parigi, dove conobbe Robert Delaunay. Quasi in concomitanza con l’inizio della Prima guerra mondiale, insieme ad August Macke e a Louis Moilliet (artista anch’egli bernese) fece un soggiorno in Tunisia che, senza dubbio, visto e considerato anche il contesto storico, in qualche modo dovette rappresentare un’importante esperienza esistenzial-artistica per Klee, risale a quel periodo la sua affermazione «io e il colore siamo una cosa sola».

Come ha ricordato Elena Pontiggia, la guerra allora come oggi rappresenta una catastrofe anche per il mondo dell’arte, e se Klee ebbe la fortuna di non essere inviato ad alcun fronte, e tantomeno in trincea (si vide infatti assegnato un ruolo di scritturale dal 1916 al 1918, a 36 anni), diversa fu la sorte di alcuni suoi colleghi artisti, che persero la vita nel corso del primo conflitto mondiale, come i tedeschi August Macke e Franz Marc, ma anche gli italiani Umberto Boccioni e Antonio Sant’Elia.

Al termine della guerra, Klee espone oltre trecento opere alla Galerie Hans Goltz di Monaco, in quella che una decina di anni prima era stata la Galleria del Cavaliere Azzurro, e ora, all’inizio degli Anni Venti, è protagonista della nuova oggettività tedesca. Il fermento di Klee, aggiunto alla sua verve e a quell’instancabile perpetuo moto di ricerca, porteranno Walter Gropius a invitarlo a insegnare al prestigioso Bauhaus di Weimar; un’esperienza che se da una parte sottrarrà Klee all’incertezza legata a ogni condizione d’artista che si rispetti, dall’altra gli occuperà molto tempo – sebbene non abbastanza per distoglierlo del tutto dalla riflessione, oltre che dalla creazione. Per l’artista l’arte resta mistero ed enigma, e la realtà è ciò che li alimenta. È di quegli anni la celebre frase «L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è», sorta di estensione del pensiero socratico secondo cui «L’unica cosa che sappiamo è che non sappiamo», consapevolezza che, d’altronde, come ha sottolineato Pontiggia, attraversa ogni avanguardia che possa ritenersi tale.

Pur appartenendo alla pittura concettuale, Paul Klee amava definirsi così: «Io sono un astratto con qualche ricordo»

I nuovi venti di guerra che ricominciarono a soffiare sull’Europa a partire dagli anni Trenta non lasciarono indifferente Paul Klee: alla stessa stregua di Max Ernst e Salvador Dalì, anche l’artista svizzero percepiva l’imminenza di una nuova catastrofe, sensazione che si riverbera sulle opere del periodo, che esprimono una rara tensione. Una specie di lutto preventivo che sostituisce la serenità e la gioia che erano state cifra di gran parte della produzione artistica di uno svizzero fuori dagli schemi, che morì nel 1940 (risparmiandosi la presa di coscienza della tragica portata della Seconda guerra mondiale), ma di cui si parla ancora oggi.