A Milano i capolavori del movimento artistico che diede il via al rinnovamento dell’arte italiana a metà ’800
Solo chi mastichi con una certa consapevolezza la lingua di Dante e le sue sfumature regionali può cogliere ancora oggi nel termine «macchiaioli» il tono caustico e irridente con il quale il critico della «Gazzetta del Popolo», probabilmente di origine toscane, aveva inteso liquidare nel 1862 il gruppo di pittori che esponeva i propri quadri alla Promotrice Fiorentina.
A distanza di più di un secolo, i Macchiaioli sono invece diventati, per la maggior parte delle persone, i membri di un movimento artistico che ha avuto il merito fondamentale di dare il via al rinnovamento dell’arte italiana intorno alla metà dell’Ottocento. Un movimento al quale la Città di Milano ha deciso di dedicare in questi mesi, nell’ambito del programma culturale promosso in occasione delle Olimpiadi invernali, una grande mostra a Palazzo Reale. Del resto Milano ha avuto un ruolo centrale, fin dagli anni Venti e Trenta del Novecento, nella rivalutazione di un gruppo di artisti, in gran parte toscani, che inizialmente avevano faticato non poco a essere riconosciuti dal pubblico e dalla critica e che invece oggi molti affiancano ai loro ben più quotati colleghi impressionisti.

Silvestro Lega, Ritratto di Giuseppe Garibaldi
1861 (© Comune di Modigliana, Pinacoteca Com. “Silvestro Lega”)
I loro nomi sono in gran parte noti, quando non notissimi, e sono quelli di Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Cristiano Banti, Odoardo Borrani, Vincenzo Cabianca, Adriano Cecioni, Vito D’Ancona, Serafino De Tivoli e Raffaello Sernesi. Al loro fianco, come critico e mecenate, Diego Martelli, che li ospitava nella sua tenuta di Castiglioncello, le cui spiagge e scogliere, prima di diventare uno dei luoghi preferiti dal jet set cinematografico italiano degli anni Sessanta (da Sordi a Mastroianni, da Visconti a Fellini), costituirono i fondali dei primi esperimenti di pittura en plein air in Italia. Anche il loro luogo di ritrovo è ormai mitico: il Caffè Michelangelo in via Cavour 21 a Firenze. Ed è proprio nelle fumose salette del primo caffè letterario italiano, frequentato anche da visitatori stranieri di primo piano, quali Degas e Manet, che prese corpo, intorno alla metà dell’Ottocento, la rivoluzione della «macchia».
Reduci dai Moti del 1848, e ferventi sostenitori della lotta per l’indipendenza e l’unità d’Italia, la maggior parte degli artisti che avevano preso l’abitudine di incontrarsi al Caffè Michelangelo si opponevano in primo luogo all’arte accademica, al suo formalismo stantio e alle sue regole ingessate. L’esigenza del rinnovamento artistico, l’aspirazione a una pittura che fosse improntata al vero, trovava un indubbio riferimento nella Scuola di Barbizon e in artisti quali Corot, Rousseau, Dupré, Daubigny e Millet. Partendo dall’esperienza di questi pittori francesi, al pari degli Impressionisti e forse con un certo anticipo rispetto a loro, i Macchiaioli italiani seppero portare avanti un rinnovamento del linguaggio pittorico che, liberandosi da ogni residuo romantico, apriva la strada al naturalismo della seconda metà del secolo a partire da un nuovo modo di interpretare e tradurre sulla tela la relazione tra luce e ombra e i rapporti cromatici.
Le maggiori innovazioni dei Macchiaioli si possono riconoscere soprattutto nel campo della pitturadi paesaggio
Al di là della ritrattistica e della pittura di storia, che in considerazione del forte spirito risorgimentale da cui erano animati, continuarono ad avere un ruolo centrale nella loro poetica, è soprattutto nel campo della pittura di paesaggio che si possono misurare le maggiori innovazioni dei Macchiaioli. Ancor oggi osservando le loro opere, e la mostra di Milano è un’occasione straordinaria per vedere riuniti in un unico luogo un gran numero di capolavori, si è colpiti dall’impressione di modernità che promana dalle loro vedute delle zone rurali e costiere della Maremma toscana.
Questo senso di modernità, oltre che dalla particolare modalità pittorica, caratterizzata dall’accostamento di piccole «macchie» di colore puro, è dovuta anche a una serie di accorgimenti tecnici che spesso non vengono sufficientemente presi in considerazione. I paesaggi dei Macchiaioli hanno infatti ai nostri occhi un indubbio carattere «fotografico», ed è probabilmente anche questo legame con l’allora nascente nuova tecnica di riproduzione delle immagini, che ricerche recenti hanno messo in luce, a far sì che le loro opere non venissero inizialmente apprezzate. Rispetto alla sapiente arte della composizione, le cui regole erano tramandate dalla tradizione pittorica, i tagli fotografici avevano indubbiamente agli occhi dei contemporanei qualcosa di arbitrario e casuale.
Questo carattere fotografico era rafforzato dalla scelta del formato panoramico, quindi molto allungato, che costituisce un tratto specifico e singolare del vedutismo macchiaiolo. Verrebbe da dire, anche se si tratta ovviamente di un anacronismo, che la loro è una sorta di «pittura in cinemascope». Al carattere fotografico dei loro paesaggi contribuiva poi l’utilizzo da parte di molti di loro di uno specchio nero, il cosiddetto «specchio Claude».
Già nel Settecento si erano diffusi dei piccoli specchi neri leggermente convessi che artisti e viaggiatori portavano con sé e che utilizzavano per guardare o riprodurre i paesaggi alle loro spalle, come si fa oggi quando si fanno dei selfie. Questi specchi, oltre ad aiutare a ridurre su un piano bidimensionale paesaggi ampi, conferivano all’immagine un tono pittoresco simile a quello dei quadri di Claude Lorrain, da cui il loro nome. Lo specchio nero contribuiva infatti ad ammorbidire i contrasti, conferendo all’immagine un’armonizzazione tonale unitaria, un po’ come fanno gli occhiali da sole o i filtri di Instagram. A differenza del passato, i Macchiaioli non usavano però lo specchio nero per accentuare il tratto romantico e pittoresco del paesaggio ma, al contrario, per aumentare il realismo delle scene riprodotte. Diversamente dagli Impressionisti, per loro infatti era fondamentale il contrasto chiaroscurale che costituisce l’essenza stessa della fotografia in bianco e nero.
Nel confronto con il movimento impressionista, con il quale condivide strette analogie, l’arte dei Macchiaioli, è sempre uscita ridimensionata, venendo ricondotta a una declinazione regionalistica o al più nazionale di un rinnovamento pittorico che aveva origine nella Scuola di Barbizon, ma che i pittori francesi hanno saputo portare molto più avanti nel cammino verso la modernità. Eppure oggi guardando le loro opere si ha l’impressione che il divario tra questi pittori non fosse in realtà così ampio, sicuramente lo è molto meno di quello che i loro valori economici farebbero supporre.
