In due decenni il Paese è passato dall’agricoltura al digitale, grazie a capitale umano qualificato, poli tecnologici in espansione e investimenti che stanno trasformando il suo ruolo sul piano mondiale
C’era una volta il mito della «Silicon Valley indiana» che per anni ha fatto da padrone sulle pubblicazioni occidentali. Una specie di miracolo tecnologico, un oasi di cavi, cemento e metallo fiorita come dal nulla tra vacche sacre e rituali millenari. C’era una volta, appunto. Perché adesso «Bangalore è dove si mettono in scena tutti gli spettacoli tecnologici per gli stranieri. Ma sembra che sia invece Hyderabad il posto in cui accadono i veri cambiamenti tecnologici». Abhijit Iyer-Mitra non usa mezzi termini. Analista all’Institute for Peace and Conflict e voce ben nota nel dibattito pubblico indiano, racconta una trasformazione che non è solo geografica, ma quasi simbolica: il passaggio da un’immagine in qualche modo cristallizzata a una realtà in rapido mutamento.
Per anni Bangalore è stata la «Silicon Valley indiana». E lo è ancora, almeno sulla carta. La sua ascesa affonda le radici negli anni Settanta, quando il Governo iniziò a investire nel settore informatico, attirando aziende come Texas Instruments e IBM. Negli anni Ottanta una combinazione di fattori – manodopera qualificata, politiche favorevoli e posizione strategica – ha trasformato la città in un hub tecnologico globale. Oggi Bangalore ospita giganti come Infosys, Wipro e TCS, oltre a più di 10’000 startup. Il settore IT ha ormai superato i 240 miliardi di dollari e continua a crescere, con proiezioni che lo portano verso i 350 miliardi entro la fine del decennio. E però il traffico è diventato proverbiale, gli affitti proibitivi, gli spostamenti quotidiani un’impresa. Più che per i suoi giardini e il clima temperato, Bangalore è oggi sinonimo di congestione. Una sovraesposizione che, secondo Iyer-Mitra, ha finito per eroderne il primato.
Hyderabad, invece, si muove in direzione opposta. La Hyderabad Information Technology and Engineering Consultancy City – Hitec City – è di fatto una città dentro la città . Un ecosistema pianificato, nato nel 1997, che oggi prende anche il nome di Cyberabad. Qui hanno sede colossi come Hyundai, Bank of America, IBM, Wells Fargo, General Electric, Accenture e Microsoft. Facebook ha aperto il suo quarto ufficio globale proprio qui nel 2010. Amazon, nel 2019, ha inaugurato il suo più grande campus al mondo: 9,5 acri, oltre 15’000 dipendenti. Negli ultimi cinque anni la trasformazione della città è stata sorprendente. L’economia è diversificata: manifattura, farmaceutica, informatica. E intorno cresce un ecosistema che include difesa, aerospazio, missili e droni – settori che richiedono infrastrutture, stabilità e visione a lungo termine. A poca distanza, a Sriharikota, il Satish Dhawan Space Centre – il principale spazioporto dell’India, operativo dagli anni Settanta — ha ospitato nell’agosto 2023 il lancio della missione Chandrayaan-3. Non solo un successo tecnico, con l’atterraggio controllato nei pressi del polo sud lunare, ma anche un passaggio simbolico: la conferma che l’India non si muove più soltanto nel perimetro dell’economia digitale, ma sta progressivamente ridefinendo il proprio ruolo anche nei settori più avanzati della tecnologia, dallo spazio alla difesa.
Per anni Bangalore è stata la «Silicon Valley indiana»
Questa evoluzione si inserisce in un quadro più ampio. Negli ultimi due decenni l’India ha attraversato una trasformazione tecnologica tra le più significative a livello globale. Da economia prevalentemente agricola, si è progressivamente affermata come hub digitale capace di attrarre investimenti e generare innovazione. Il motore principale resta il capitale umano. Una popolazione giovane, ampia, sempre più istruita, con una forte presenza di laureati STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). Gli Indian Institutes of Technology hanno formato generazioni di ingegneri che, dopo aver contribuito alla crescita delle grandi aziende occidentali, stanno riportando competenze nel Paese. A questo si aggiunge il costo competitivo della manodopera qualificata, che fin dagli anni Novanta ha reso l’India una destinazione privilegiata per l’outsourcing tecnologico. Le multinazionali hanno delocalizzato sviluppo software, supporto tecnico, servizi IT. È così che città come Bangalore, Hyderabad e Pune sono diventate poli globali. Ma oggi l’India non è più solo un centro servizi. È un motore di innovazione. Startup, incubatori, venture capital. Un ecosistema che ha prodotto un numero crescente di unicorni – quelle startup ancora private che superano il miliardo di dollari di valutazione, un tempo rare come creature mitologiche – soprattutto nei settori fintech, e-commerce, intelligenza artificiale ed EdTech, cioè piattaforme e servizi digitali per l’istruzione e la formazione. Soluzioni pensate per il mercato interno, in cui è necessario raggiungere milioni di studenti in un Paese vastissimo, spesso superando i limiti fisici delle infrastrutture scolastiche, ma con ambizioni globali.
Le politiche pubbliche hanno fatto la loro parte. Il programma «Digital India», lanciato nel 2015, ha spinto la digitalizzazione dei servizi, migliorato la connettività e promosso l’inclusione digitale. Un’iniziativa pensata per trasformare il Paese in una «società digitalmente abilitata», intervenendo su tre livelli: infrastrutture (accesso a internet e identità digitale), servizi pubblici online e diffusione delle competenze digitali. Nel frattempo, la diffusione degli smartphone e il crollo dei costi dei dati mobili hanno portato centinaia di milioni di persone online. Un’espansione che ha aperto opportunità enormi per aziende locali e internazionali. Così l’India è oggi il primo esportatore mondiale di servizi IT, il terzo nel settore farmaceutico e nell’outsourcing dei processi aziendali. I numeri raccontano la scala del fenomeno: le esportazioni di servizi IT e BPO si attestano oggi oltre i 220 miliardi di dollari, con il solo export di servizi software che ha raggiunto circa 204,7 miliardi nel 2024-25. E continuano a crescere.
Non solo: l’industria IT si sta decentralizzando. Nuovi poli emergono in città come Chandigarh, Ahmedabad, Nagpur e Kanpur. Offrono costi operativi più bassi, maggiore accesso alle risorse umane e un minor tasso di abbandono dei dipendenti, oltre a incentivi statali e infrastrutture in miglioramento. Aziende come Infosys, Wipro, HCLTech e WNS hanno già iniziato a espandersi in queste aree. In questo contesto, la rivalità tra Bangalore e Hyderabad appare superata quasi quanto la «Silicon Valley indiana». Non perché non esista più: ma perché la Silicon Valley, nell’India divenuta la quarta economia mondiale, è già una categoria del passato.
