Il legame tra corpo e pensiero attraversa la storia di un tempo libero vissuto con impegno e applicazione
«Se la formula “vado in palestra” suona oggi quanto più distante ci possa essere da “vado a studiare filosofia” è perché siamo troppo legati all’immagine accademica e poco prestante del filosofo di professione che parla ex cathedra e dimentichiamo che in origine il filosofo va in palestra e pensa nell’orizzonte della palestra». A dirlo è Simone Regazzoni – filosofo e appassionato di arti marziali– nel saggio La palestra di Platone (Ponte alle Grazie, 2020).
A prima vista, Regazzoni sembrerebbe far parte di quella schiera di filosofi in vena di provocazioni. Quelli che non assecondano le abitudini consolidate, ma vogliono scardinare le certezze condivise e mettere sottosopra il senso comune. Eppure, dietro l’apparente provocazione, il senso della riflessione di Regazzoni appare molto chiaramente dopo che vengono avanzate alcune constatazioni.
Accademia, ring, campo da baseball, spogliatoio sono spazi di sport e pensiero che condividono la stessa funzione simbolica
Come il fatto che i luoghi in cui Platone praticava la filosofia, la famosa Accademia platonica, coincidevano, almeno in parte, con un ginnasio: una palestra, appunto, dove si mescolavano allegramente, all’insegna dell’Agon ellenico, filosofi e lottatori, lottatori e filosofi. Del resto, come ricordava già lo storico basilese Jacob Burckhardt e come ribadisce, in tempi più recenti, il filosofo francese Pierre Hadot ne La filosofia come modo di vivere (Einaudi, 2007), «la civiltà greca non era affatto nemica del corpo, era la civiltà dei giochi olimpici, della ginnastica, delle terme, tutti si occupavano del corpo con particolare cura».
Siamo noi, quindi, o meglio, è la nostra società a essere in condizione di disallineamento rispetto alla sana alleanza fra corpo e intelletto che era così centrale agli albori della filosofia occidentale. Se tale condizione, celebrata dal detto latino mens sana in corpore sano, viene forse un po’ ingiustamente trascurata da un’epoca, quella attuale, che sembra aver smarrito parte di quella saggezza sintetica per cui gli antichi vengono celebrati, la solidarietà fra esercizio fisico e attività intellettuali o affettive rimane un punto saldo del nostro immaginario.
Lo testimonia per esempio l’eccezionale forza espressiva con cui le attività sportive e gli esercizi fisici possono diventare metafore della vita. Negli States, per esempio, la scoperta dell’affettività e i primi palpeggiamenti degli adolescenti vengono spesso paragonati alla progressione di un giocatore di baseball che, con determinazione, conquista le basi sul campo da gioco. L’idea del campo da gioco come metafora si ritrova anche ne Il mestiere dello scrittore (Einaudi, 2017) di Murakami Haruki, quando il romanziere nipponico afferma che «la narrativa è come un ring di lotta libera sul quale può salire chiunque lo desideri» ma che, a conti fatti, «se salire sul ring non rappresenta particolari problemi, restarci a lungo è una faticaccia».
Dal canto suo, lo scrittore latino Marco Aurelio, nei Pensieri (Mondadori, 2024) afferma che «vivere è un’arte che assomiglia più alla lotta che alla danza, perché bisogna sempre tenersi pronti e saldi contro i colpi che arrivano imprevisti».
Tutti questi esempi rinviano, come detto, alla possibilità che le discipline sportive, l’attività fisica e, più in generale, il gioco, veicolino immagini, azioni e situazioni che mettono in moto aspetti e significati che illuminano il senso profondo dell’esistenza. Lo sport è un ambito attraverso cui la società esprime i suoi valori, e i luoghi destinati alle più svariate discipline, come il campo da baseball, da calcio, o da tennis, ma anche il ring di lotta libera e la palestra di Platone su cui insiste Simone Regazzoni, forniscono quegli spazi, concreti e metaforici, a partire dai quali riflettere sulla vita e sulla società.
C’è anche un altro spazio che definisce la pratica sportiva, specie quella che riguarda gli sport di squadra, e che rinvia a momenti importanti del vivere collettivo: è lo spogliatoio, vero e proprio spazio liminale che, come le quinte di un teatro, regola e delimita l’inizio e la fine degli allenamenti o di vere e proprie gare o partite. Come fa notare Giovanni Boniolo, autore dell’interessante Le regole e il sudore. Divagazioni su sport e filosofia (Raffaello Cortina, 2013), «nello spogliatoio […] ognuno si mostra per quello che è, senza alcuna sciocca vergogna. È il luogo in cui si festeggia una vittoria e in cui ci si dispera dopo una sconfitta».
Cosa hanno dunque in comune tutti questi luoghi, oltre a essere teatro di attività fisiche e discipline sportive? Potrà sembrare banale, ma si potrebbe dire che in questi luoghi sudare è lecito. Osservazione tanto più interessante se si pensa che in molte situazioni sociali sudorazione, rossori e altre manifestazioni corporee più o meno involontarie sono considerate fonte di possibile imbarazzo e quindi apertamente scoraggiate. Ma per cogliere appieno il valore positivo che il sudore assume nelle pratiche sportive bisogna scardinare certi stereotipi che vogliono che il tempo libero sia solo sinonimo di rilassamento, di riposo, di svago spensierato e di vacanze tropicali in spiagge da sogno.
La palestra come spazio liminale del vivere collettivo, dove il corpo non si nasconde e il sudore non imbarazza
Di solito, i luoghi comuni del linguaggio tendono a valorizzare il sudore associandolo al lavoro ed escludendo, forse troppo frettolosamente, le pratiche del tempo libero. Ma le cose non stanno proprio così: se «sudare sette camicie», «guadagnarsi il pane col sudore della fronte» rinviano in effetti all’esperienza del lavoro e della fatica, e alla possibilità di ottenere una ricompensa per gli sforzi profusi, ci sono altresì contesti e situazioni dove il sudore si configura, più genericamente, come un segno concreto dello svolgimento di un’attività secondo le modalità auspicate. Ed è qui che si inseriscono di diritto le attività sportive: da quelle che si praticano in palestra a quelle che si svolgono all’aria aperta, dagli sport individuali a quelli di squadra.
Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che il sudore rappresenta la parte seria del tempo libero. Se dunque Regazzoni rivendica, a ragione, la palestra quale spazio per praticare esercizi filosofici, oltreché sportivi, allo stesso modo ci pare giusto rivendicare il sudore quale componente vivificante e rigenerante del tempo libero. Ne sanno qualcosa gli adepti dello Hot Yoga, disciplina molto in voga praticata in stanze riscaldate a 35-42°C con il 40% di umidità.
Come suggerisce un internauta in una discussione dedicata al tema: «Se sudo, lo vedo come un segno che sto lavorando sodo!». E allora, se la palestra e l’aula universitaria in fondo non sono poi così inconciliabili, che ci piaccia o meno dobbiamo riconoscere che lavoro, fatica, e tempo libero a volte vanno pure a braccetto.
