Il rapporto tra uomo e animale è cambiato moltissimo negli ultimi decenni e carica i veterinari di grandi responsabilità e aspettative a volte irrealistiche
Maria ha il cane malato e si dispera: «Io sto in piedi grazie a lui; senza cane non esco più di casa, non ho nessun altro che mi voglia bene né un’altra ragione di vita». Ottavio porta il suo gatto dal veterinario che sta male e si raccomanda: «Curamelo bene, perché per noi è come un figlio. Se muore glielo dici tu a mia moglie…». Norma è diventata vedova recentemente e non appena vede che il suo animale da compagnia ha un primo piccolo acciacco ha paura di rivivere la lunga agonia del marito: chiede dunque di sopprimere l’animale.
Ancora una situazione: Romina ha lasciato il suo cagnolino troppo a lungo in macchina ed è morto. La veterinaria la riceve in studio, la consola, va con lei a prenderlo nell’automobile, si occupa del corpo.
Questi sono solo quattro degli infiniti casi ai quali vengono confrontati ormai quotidianamente i veterinari e le veterinarie. Un mestiere che, infatti, da qualche anno ha il tasso più alto di burnout e di suicidi in Svizzera. Eppure, è un mestiere che si fa con passione e che si sceglie per passione. «La giornata tipo di un veterinario è molto pesante», spiega Roberto Mossi, presidente della Società delle veterinarie e dei veterinari svizzeri. «Sveglia prestissimo (magari dopo una notte in cui sei stato di picchetto!), visite ad animali, che siano da reddito o da affezione. Hai un’agenda con gli appuntamenti, ma se c’è un’emergenza devi rivedere tutto: non ci sono servizi di pronto soccorso per gli animali, vengono da te. Poi c’è la burocrazia, che ti toglie tanto tempo, la formazione continua, che è fondamentale… ma soprattutto è la complessità e la quantità di mansioni che ci sfianca».
La questione più urgente riguarda la categoria di veterinari che lavora in ambito clinico, in uno studio o nella pratica rurale (altri veterinari sono attivi nella sicurezza alimentare, nella tutela degli animali che fanno da cavia nel settore farmaceutico e altro). «Il rapporto tra uomo e animale è cambiato moltissimo negli ultimi decenni», racconta Martina Casella, veterinaria. «Forse la solitudine, forse lo sfilacciamento dei rapporti sociali, o l’aumento del valore della vita, fatto sta che ormai sempre più spesso la bestiolina che tieni in casa diventa uno di famiglia, che ami e tratti quasi come un parente. Sviluppi un rapporto molto stretto con il tuo animale, che diventa benefico per molte persone: si riallacciano al loro lato più emotivo, si occupano di qualcuno, ricevono in cambio un amore incondizionato e senza giudizio. Questo è positivo, da un lato, ma ci carica, noi veterinari, di responsabilità immense. Curare un animale significa oggi avere un approccio sistemico, cioè ci occupiamo tanto di lui quanto del suo proprietario. Ascoltiamo le persone coinvolte, prendiamo decisioni insieme a loro, portando sempre il benessere dell’animale al primo posto, ma tenendo conto di chi abbiamo davanti, del suo dolore, delle sue paure, dei suoi dubbi. Ci sono molta etica e molta psicologia richieste nel nostro mestiere, oltre che sensi di colpa da gestire. Facciamo le diagnosi, la comunicazione con il proprietario, ci occupiamo della cura. Siamo dentisti, ginecologi, chirurghi e levatrici per gli animali. C’è l’adrenalina dell’urgenza, il tempo da prendersi per gli aspetti relazionali e un equilibrio da trovare tra empatia e razionalità . Non dobbiamo stare troppo male per ogni paziente, ma i proprietari si aspettano da noi una condivisione emotiva».
I veterinari sono stanchi e spesso non si sentono capiti. Ricevono minacce quando devono eseguire eutanasie. E a volte hanno paura delle reazioni violente dei proprietari di animali, che sono pronti a tutto pur di fare «giustizia» al loro compagno domestico.
C’è un altro cambiamento nella società che rende tutto più difficile: internet. L’illusione di sapere tutto, di trovare risposte veritiere e precise sul web, anche le diagnosi. «Spesso i clienti arrivano con la soluzione e non ti raccontano più i sintomi dell’animale», racconta Roberto Mossi. La gente è più stressata, ha aspettative più alte per una diagnosi e una cura veloci. Disinformazione, aggressività , stress. Le condizioni di lavoro in uno studio veterinario possono essere veramente difficili. Inoltre, fino a pochi anni fa erano previste fino a 50 ore di lavoro alla settimana, che sono scese recentemente a 44; ora la Società dei veterinari chiede una riduzione progressiva con un tetto massimo di 42. «Oltre a questa, abbiamo altre rivendicazioni puntuali, come categoria», mi illustra Mossi. «Migliori condizioni professionali, come per esempio un tariffario; regole chiare sui picchetti; aumento dei posti nelle università possibilmente senza numerus clausus, perché adesso disponiamo di troppo poco personale e dobbiamo importarlo; incentivi per garantire la copertura di cure mediche; diminuzione della burocrazia, ecc… ma la cosa più importante credo sia la formazione – sottolinea – in altri Paesi c’è un riconoscimento maggiore delle nostre mansioni sociali e gli studi mettono moltissimo l’accento sulle questioni di etica, comunicazione, relazione con il proprietario dell’animale e sulla gestione delle situazioni critiche».
Il picchetto di notte è poi una questione fondamentale, perché se sei proprietario del tuo studio non sottostai al contratto di lavoro per cui hai diritto a un riposo di otto ore di fila. «E quante persone pensano invece che possono chiamare a qualsiasi ora anche se non è un’emergenza… A volte non sono neanche gentili e ci prendono a male parole se facciamo qualche domanda in più prima di attivare lo stato di urgenza!», aggiunge Martina Casella. Dormire poco significa essere ancora più sotto pressione e porta a un circolo vizioso da cui può essere difficile uscire.
Ci sarebbe anche bisogno di un servizio, come esiste in altri luoghi, di supporto psicologico per chi lavora in questo ambito. «A noi capita di fare eutanasie o di dover accompagnare alla morte; in ogni caso non è semplice e dobbiamo prenderci carico anche del dolore dei proprietari. Possono essere momenti di condivisione meravigliosa e arricchente, pur nella tristezza; ma possono anche essere momenti di negatività che da qualche parte anche noi abbiamo bisogno di sfogare», sottolinea Martina, che fa anche cromoterapia e floriterapia per animali.
Il fatto di dare tanta importanza agli animali domestici dovrebbe portare a un cambio di paradigma anche a livello di società : bisogna istruire i proprietari sui limiti da porre all’umanizzazione di un gatto o di un cane, adeguare la formazione e i contratti dei veterinari e anche ripensare a qualche legge: per esempio, suggerisce Mossi, si potrebbe dare alle persone alcune ore di permesso dal lavoro all’anno per portare dal veterinario il proprio animale malato (come succede con i figli) o avere un congedo almeno di una giornata per il lutto che le colpisce quando un animale da compagnia muore. Perché, ne è convinto, «senza animali domestici ormai il nostro sistema sanitario collasserebbe. Gli animali da affezione svolgono un compito sociale fondamentale».
Conclude Martina Casella: «Non riuscirei a smettere il mio lavoro, mi piace troppo. Mi piace quella complicità che si crea, la fiducia in questa squadra speciale composta da animale, proprietario e veterinaria. La complessità dei rapporti aumenta e può essere stupendo: mi sembra di accompagnare un’amicizia profonda, e questo va molto oltre la somministrazione dei medicamenti. Mi pare di aiutare le persone, attraverso i loro animali da compagnia. E attraverso le persone, con grande rispetto e cura per loro, di difendere sempre il benessere dei loro piccoli amici a quattro zampe».
