Ad un certo punto iniziai a mettermi in cammino. Ero un giovane uomo, spinto alla conoscenza del mondo quanto di me stesso. Indagare la natura dei luoghi quanto delle persone, delle opere del passato come delle nuove invenzioni rientrava in un unico atto d’immediata perlustrazione, si trattava comunque di fare esperienza, di cercare di conoscere e capire, di sentire, intuire, carpire, provare. Tra le strade di Singapore, abbellite dai caratteristici «alberi della pioggia» (Samanea saman), così come vengono chiamati, alberi invero di origine centro e sud-americana adottati per l’arredo urbano a partire dall’inizio del Novecento, e dunque per nulla autoctoni, e le foreste mature di sequoia della California, che visitai poco dopo, iniziò a fiorire nella mia immaginazione l’idea dell’Homo Radix, ovvero una forma di identità che mi avrebbe disciplinato per i vent’anni e qualcosina in più, a seguire.
Che cosa può essere e chi è un Uomo Radice? Al tempo cercavo di capirmi, anzitutto, d’inventarmi come credo accada a moltissime persone tra i venti e i trent’anni. C’è chi si comprende e chi si realizza mettendo al mondo dei figli e costruendo una famiglia, c’è chi lo fa impratichendosi in un mestiere o iniziando una professione. Per me che avevo scelto – forse, chissà, vedremo – la «poesia» come metro di passo quotidiano, tutto poteva essere un’enorme emozione o una vasta e profonda, irrimediabile, delusione. E contro ogni previsione furono da una parte la scrittura e dall’altra la natura a indicarmi il sentiero lungo il quale orientarmi. Dopo un quarto di secolo di viaggi, lavori e progetti è bene ricordarlo, e ricordarmelo: talora gli obiettivi successivi spostano l’attenzione e modificano le priorità, ci fanno dimenticare da che cosa siamo partiti e perché. Iniziai a costruire una mia geografia sensibile, fatta di grandi alberi vetusti, di città e riserve, di montagne e isole, di distanze da accorciare e di opere, anzitutto librarie, da setacciare.
Tutto per me è stato poesia, in quel mondo, in quegli anni: non solo la poesia scritta andando a capo, come si dice maldestramente, ma anche gli appunti in prosa, le fotografie, le persone incontrate, i luoghi ai quali ho avuto accesso e i luoghi che mi sono stati negati, quanti oltremodo! Impratichirsi della vita e del mondo, piccolo o grande, remoto o prossimo che sia, mi ha consentito di prendere coscienza di questa dimensione da Homo Radix, seminando ogni tanto qualche manciata di semi. Così sono nati molti dei miei libri, da Homo Radix che fu l’antesignano, pubblicato da un piccolissimo editore torinese, e gli altri che sono seguiti, tra i quali Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli), Giona delle sequoie (Bompiani), su su fino all’ultimo Il passero buddhista (Ubiliber). Ma anche qualche divertente libro per bambini e giovani lettori. Mostre fotografiche, passeggiate nei parchi nazionali, negli orti botanici o nei giardini urbani, qualche conferenza, qualche convegno, qualche seminario. Appunto: un quarto di secolo di esperienze.
Il tutto è nato, derivato, rizzomato, per così dire, da una semplice percezione: sono parte del mondo, mi sento in armonia con le cose e gli abitanti altri del pianeta, anzitutto gli annosi alberi secolari o millenari; e da un’idea minuscola: l’Homo Radix. Nasce così anche la Dendrosofia, neologismo di mio conio: dal greco déndron, «albero» e sophìa, «sapienza, conoscenza, amore». Un campo di ricerca, conoscenza, esplorazione che unisce tutto quel di cui ho accennato, dalla scienza e dalla botanica alla poesia degli antichi eremiti cinesi, dall’arte di lavorare il legno alla fotografia, dallo scrivere poesie in un bosco alla meditazione.