Una vita che ancora danza

by azione azione
18 Marzo 2026

A colloquio con le sorelle Megan e Jessica Kennedy, autrici dello spettacolo Dances Like a Bomb, in scena al Teatro Sociale di Bellinzona il 21 marzo 2026 nell’ambito di Steps, Festival di danza del Percento culturale Migros

Il tempo. Una parola sola per raggruppare tre concetti che per gli antichi greci erano separati e distinti: Kronos da una parte, Kairos dall’altra, e poi ancora Aiòn; il primo traducibile con «tempo quantificabile», in quella suddivisione in ore, minuti e secondi che risponde all’umano e ricorrente bisogno di dare una struttura là dove altrimenti prevarrebbe il caos. Il secondo, il tempo giusto, qualitativo e opportuno; l’ultimo, il tempo eterno, quello dei cicli. E proprio la sovrapposizione, o unione di questi tre concetti, ci porta al cuore della pièce Dances Like A Bomb, che andrà in scena nell’ambito di Steps, il Festival di danza del Percento culturale Migros il 21 marzo 2026 al Teatro Sociale di Bellinzona.

Pas de deux al cospetto (o alla faccia) della morte (discretamente presente sul palco come impalpabile presenza vegetale), Dances Like A Bomb si confronta su un piano artistico con temi intrinsecamente legati alla vita stessa, a partire dalla vecchiaia, cui sono subordinate una serie di conseguenze spesso fonte di riflessioni di natura etica, ma anche estetica, morale, biografica.

Finola Cronin e Luc Dunberry danzano e recitano il processo di invecchiamento, toccano i propri corpi in mutande, si tirano a vicenda la pelle cascante, fanno le prove della propria potenziale morte, si confrontano sui rimorsi e i rimpianti di una vita ma, sopra ogni cosa, vivono. Rotolandosi per terra, rialzandosi, cadendo, danzando e fingendosi morti, i due interpreti irlandesi riproducono fedelmente la vita, che finché ce n’è anche solo un barlume o un residuo di ciò che era stata, pur sempre vita rimane.

Lo spettacolo, della durata di un’ora, è stato creato e diretto dalle sorelle Jessica e Megan Kennedy, operative a Dublino, fondatrici della compagnia Junk Ensemble, con cui abbiamo parlato a pochi giorni dal debutto bellinzonese.

Jessica e Megan, siete due donne giovani: dove nasce il bisogno di confrontarsi con la vecchiaia e il corpo che invecchia?
Jessica
: Anche se nella danza contemporanea si può lavorare più a lungo rispetto al balletto classico, verso i quarant’anni la carriera può avviarsi alla fine. Noi però volevamo vedere in scena corpi di una certa età e sapere cosa quelle persone pensassero del proprio corpo. Lo spettacolo nasce dalla volontà di conoscere la prospettiva dei due protagonisti riguardo ai cambiamenti del proprio corpo e i riverberi che questi hanno prodotto su diversi aspetti della loro vita. Finola Cronin è stata una danzatrice sotto l’egida di Pina Bausch, mentre Luc Dunberry ha danzato con Sascha Waltz & Guests per 25 anni. Eravamo curiose di vederli lavorare insieme, ma prima di cominciare con le prove, li abbiamo sottoposti a una serie di esercizi di scrittura e a dei questionari per capire come si sentissero riguardo al proprio corpo, chiedendo loro se ne percepivano il declino, se lo amassero anche da vecchio, ecc.

E cosa avete scoperto?
Le loro opinioni sono risultate molto diverse. Finola invecchia con grazia ed è capace di riconoscere ciò che può e non può più fare, e cerca di lavorarci. Luc invece è arrabbiato per tutto quello che non riesce più a fare.

Credete vi siano differenze tra uomini e donne nell’accettazione del processo di invecchiamento?
Megan
: La nostra esperienza è insufficiente per generalizzare. Qualcuno nel pubblico ha commentato, «questa è una tipica risposta maschile», invece un altro «questa è una tipica risposta femminile», ma poi Finola e Luc si scambiano gli abiti e perfino le voci, e così è difficile capire chi dica cosa. Abbiamo giocato un po’ con gli stereotipi di genere.

La pressione sul corpo femminile è maggiore di quella sul corpo maschile?
Jessica
: C’è senza dubbio pressione ad avere un certo aspetto e a lottare contro l’età. Negli ultimi quindici anni l’aspetto di molte donne è in qualche modo cambiato e sono nati nuovi standard di bellezza molto omologati tra di loro.

Megan: Ciò deriva da una mancata accettazione dei cambiamenti del proprio corpo. Finola e Luc sono ancora belli e sani, nonostante abbiano rughe in faccia e la loro pelle sia cambiata.

Jessica: Per questo per noi era importante che all’inizio si presentassero in biancheria intima, affinché si vedessero la pelle cascante e le rughe. I nostri corpi non sono perfetti, ma anche nell’imperfezione si trova la bellezza, ed è quello che vogliamo dimostrare.

Megan: Nella nostra ricerca preliminare ci siamo confrontate con il saggio Rehearsing Age (Fare le prove dell’età, ndr), dove la critica americana Elinor Fuchs racconta la cura della propria madre, sempre più anziana e debilitata. Una mattina, dopo essersi svegliata, si guarda allo specchio e comincia a fare finta di essersi ingobbita, di avere una serie di malanni, rendendosi conto che, a livello inconscio, sta facendo delle «prove di età». È questa l’idea che abbiamo voluto inserire nel nostro spettacolo, quella di fare delle prove d’età, di studiare il copione previsto dalla propria età.

E come si svolgono queste «prove d’età»?
Jessica
: La pièce si compone di quattro sezioni di movimento, cui abbiamo dato dei titoli. La prima è Skin (Pelle, ndr), una specie di dimostrazione di tutto ciò che cambia nel corpo. La seconda è Resistance to care (Resistenza alla cura, ndr) e si confronta con l’idea della necessità di cure e la resistenza alle stesse. La terza è Co-Dependency (Codipendenza, ndr) che riguarda lo sforzo fisico di restare connessi. La sezione finale è Unhinged (Scardinato/Scatenato, ndr), un momento di ringiovanimento in cui i due performer danzano separatamente al ritmo della musica elettronica, celebrando la vita. Ognuno è partito per il proprio viaggio, e ciò è incredibilmente liberatorio.

Megan: Alle loro spalle incombe un mostro che abbiamo chiamato Toto. È fatto di pietra e vegetazione, e a volte ha un’aria amichevole, altre è minaccioso. Sebbene sia rigoglioso e di un verde acceso, è anche il simbolo di un potenziale passaggio a un’altra dimensione. La morte è alle spalle dei due performer, perché la morte è sempre presente: è il silenzioso elefante nella stanza.

Sebbene si intervenga sempre più presto sul proprio corpo con trattamenti e operazioni, ci sono donne che sembrano essere scese a patti con l’età, pensiamo a Helen Mirren o a Charlotte Rampling…
Megan: Sì, ma credo che influenzino solamente le donne delle generazioni più grandi. È buffo che abbia citato Hellen Mirren: quando abbiamo chiesto a Finola e Luc di immaginare i sostituti che vorrebbero il giorno in cui non dovessero più riuscire a interpretare la pièce, lui ha indicato Willem Defoe, e lei proprio Helen Mirren! Hellen Mirren è una donna bellissima, senza vanità, che non sembra avere paura di nulla. Il nostro desiderio è di riuscire a trasmettere alle generazioni più giovani l’idea di età e bellezza come sinonimo. In fondo diventeremo tutti così un giorno, quindi, forse, più che lottare contro il tempo che passa, vale la pena di cercare una vita più profonda, e avere rispetto del proprio corpo e di quello altrui. A un certo punto dello spettacolo, Finola e Luc si siedono e si fanno delle domande: se le sono fatte veramente, e le loro risposte sono incredibilmente sincere.

State portando lo spettacolo Dances Like A Bomb in tutto il mondo: come sono le reazioni?
Jessica: Ai giovani piace molto l’ultima parte, con la musica elettronica. Ma nella pièce vedono anche i propri genitori e nonni.

Megan: I giovani vedono anche come le persone di una certa età siano ancora degli individui vibranti e vivaci. Dunque, invece di evitare la vecchiaia, varrebbe la pena di celebrare la vita, morte compresa, poiché fanno parte dello stesso ciclo.