Quando l’attualità e la guerra entrano nelle conversazioni di famiglia gli adulti devono trovare le parole giuste, e anche la scuola è chiamata a fare la sua parte. Il parere di Ilario Lodi, direttore di Pro Juventute Svizzera italiana
«Papà, scoppia la terza guerra mondiale. Non possiamo andare in Italia: ci sono le basi americane, ci bombardano!». Queste le parole di una bambina di otto anni, sul treno Lugano-Chiasso. Il genitore la guarda con gli occhi sgranati di chi deve replicare, ma non sa bene come. E come lui molti adulti, spiazzati da un clima che fatica a trovare parole rassicuranti. In un mondo che sembra scivolare verso un delirio bellico senza fine – un delirio che lambisce anche la «sicura» Europa – abbiamo chiesto aiuto a Ilario Lodi, direttore di Pro Juventute Svizzera italiana, fondazione impegnata nel supporto di bambini, giovani e famiglie sul territorio. Come rispondere alle domande «scomode» dei più piccoli? Come spiegare loro cosa sta succedendo senza spaventarli?
«La guerra è un mistero, non solo per i bambini ma anche per gli adulti», osserva il nostro interlocutore. «È un contesto in cui emergono dinamiche legate all’istinto di conservazione e a quello di aggressività, e in cui si intrecciano forze profonde come eros e thanatos, amore e morte, come ci hanno insegnato gli antichi. Fa parte della natura umana difendere i propri interessi anche a scapito degli altri, ma oggi – sempre più spesso – sembra che il ricorso alle armi sia il risultato di una rinuncia collettiva alla ragione. È come se avessimo dimenticato l’Illuminismo e l’idea di un progresso dell’umanità».
La rinuncia collettiva alla ragione
Lodi prosegue spiegando che è difficile raccontare la guerra ai più piccoli perché siamo noi adulti per primi a non comprenderla davvero; ci limitiamo ad osservare le sue conseguenze più drammatiche. Tuttavia, secondo l’esperto, è importante cogliere le occasioni che l’attualità ci offre per approfondire alcuni aspetti che l’esperienza bellica porta con sé. «Parlare di ciò che accade nel mondo diventa così un modo per avvicinarsi a bambini e ragazzi, stimolandoli a sviluppare un pensiero critico. In particolare, se ci impegniamo a “scomporre” un fenomeno complesso come la guerra, possiamo trovare punti di appoggio – semplici e concreti – utili per dialogare con i più piccoli, per aiutarli ad orientarsi nella complessità e sviluppare maggiore consapevolezza emotiva».
Lodi suggerisce di partire dal tema della paura, perché è un’emozione che tutte le persone conoscono (torniamo al «Ci bombardano!»). Si può cominciare chiedendo semplicemente: «Hai paura?» e da lì si incoraggia il bambino, la bambina a ricordare quando, nella sua esperienza, ha provato timore e come l’ha superato. Lui o lei ripenserà ai suoi modi spontanei di proteggersi: rifugiarsi in camera, spegnere la televisione, cercare la mamma o il papà… Strategie che mostrano come la paura, pur essendo un’emozione forte, possa essere riconosciuta, gestita e attraversata. Partire da queste esperienze personali aiuta a capire che anche i timori e le ansie legati alla guerra possono essere affrontati. Ci sono altre tematiche fondamentali che si possono approfondire con le nuove generazioni, dice l’intervistato. «Ad esempio il rapporto con ciò che è sconosciuto e con chi la pensa diversamente, perché il conflitto mette in evidenza la difficoltà di convivere con l’alterità. Si possono poi considerare gli aspetti pratici della vita quotidiana – il cibo, il sonno, la casa – che in tempo di pace si danno per scontati, ma che la guerra rende improvvisamente fragili e preziosi».
Il tema della fame è facilmente comprensibile per i più piccoli, i quali intuiscono che il cibo non «arriva dal nulla», che non va sprecato e che forse non andrebbe consumato tutto e subito… «Questo semplice spunto – spiega il direttore di Pro Juventute – apre la riflessione sulla dimensione del tempo e della pianificazione, concetti oggi difficili da afferrare per molti giovani. La maggioranza di loro fatica infatti a proiettarsi nel futuro, anche a causa degli stimoli continui a cui è esposta, soprattutto con l’avvento delle nuove tecnologie, che richiedono e incoraggiano risposte immediate». Partire da un tema concreto come la fame permette quindi di costruire con bambini e ragazzi un ragionamento che va oltre l’appetito: li aiuta a pensare al futuro, a organizzare la giornata, a capire che anche nelle difficoltà esistono strategie e scelte possibili.
Tra fame e sonno
Passiamo al sonno: Lodi spiega che, in un contesto di pericolo, dormire è possibile solo in un luogo protetto o percepito come tale, e questo introduce naturalmente il tema della sicurezza e dei bisogni primari. Emergono poi le dimensioni dell’affetto, dell’amore e della cura, fondamentali per sentirsi protetti e per riuscire a gestire le emozioni difficili… Insomma, tutti mondi e modi da scoprire insieme. Un altro tema centrale – quando si parla di guerra – è quello della verità: ciò che ascoltiamo in televisione o vediamo sui social è affidabile? Come si riconoscono le fonti attendibili? E come ci sentiamo quando qualcuno ci dice una bugia? Parlare di questi aspetti aiuta i bambini a sviluppare un primo senso di valutazione critica delle informazioni e delle emozioni che ne derivano. Lodi sottolinea a questo punto un aspetto fondamentale: «Davanti a tv, internet ecc. serve una mediazione consapevole ed equilibrata da parte degli adulti di riferimento. I bambini apprendono tutto ciò che vivono, nel bene e nel male. Ritengo che un accesso completamente libero alle informazioni non sia per niente salutare. Allo stesso modo, se i più piccoli sono esposti solo a persone che enfatizzano il lato drammatico della guerra e della vita, finiranno per costruirsi un’immagine esclusivamente drammatica di queste, senza avere gli strumenti per comprenderle. Il rischio? L’esplosione di ansie e paure».
Il nostro interlocutore insiste sul ruolo dell’adulto: «Non possiamo chiamarci fuori dalla responsabilità di filtrare – non negare, ma filtrare – le esperienze informative a cui bambini e ragazzi sono esposti. E non dobbiamo esimerci dal chiedere loro: cosa è successo? Cosa hai sentito? Cosa ti ha fatto pensare? Dobbiamo metterli nelle condizioni di trovare parole per ciò che hanno vissuto e per ciò che provano». Se non lo facciamo noi – afferma – lo faranno gli altri, e lo faranno con logiche che non sono educative. I social, ad esempio, sono imprese commerciali: hanno bisogno che le persone passino tempo a scorrere post e storie, di continuo. Che cosa ci sia nei post o nelle storie non interessa minimamente… Il «marciume cerebrale» delle nuove generazioni, diciamo noi, il cosiddetto brain rot, non è un loro problema.
Il ruolo della scuola
Infine due parole sul ruolo della scuola davanti al caos dell’attualità. Quale ruolo deve assumersi, si chiede Lodi. «Se scoppia un’emergenza, se arrivano domande scomode, cosa deve fare? Lasciare i piccoli in balia dei più grandi che – cellulare alla mano – prendono quello che percepiscono e ne fanno ciò che vogliono? Oppure affrontare la questione in termini educativi, tematizzandola?». Nella realtà – per esempio della scuola elementare – molto è lasciato alla sensibilità dei singoli maestri e delle singole maestre. Ma, secondo l’esperto, non è sufficiente: «Questa è un’occasione unica per rifondare la scuola. Bambini/e e ragazzi/e sono curiosi/e e molto avanti… Si tratta di persone capacissime di apprendere. Non ci si dovrebbe concentrare solo sulla trasmissione di competenze finalizzate al mercato del lavoro, ma insegnare loro a rispondere a domande come: cosa significa oggi vivere?»
Lodi prosegue: «Questo passa anche da ciò di cui stiamo parlando ora. Insomma, non insisterei oltre sui contenuti – pur fondamentali – delle materie scolastiche, ma cercherei di valorizzare l’esperienza di vita. Parlare, ad esempio, della guerra significa offrire ai bambini un’occasione di crescita che, se ben elaborata, permette di guardare a una tragedia del genere con maggiore maturità. Perché sviluppa empatia, attenzione, ascolto, capacità di relazione. Se queste competenze non si sperimentano davanti a situazioni così forti, si rischia di non apprenderle più o solo in parte. Puoi saper fare di conto, parlare quattro lingue, programmare… ma se non sai perché lo fai, manca qualcosa. Ed è questa, credo, la sfida più importante che la scuola deve affrontare oggi».
