La guerra dell’Iran non è la guerra della Cina

by azione azione
18 Marzo 2026

Gli interessi nel Golfo pesano più dell’alleanza con Teheran: sul conflitto con Usa e Israele Pechino resta defilata

L’ultimo viaggio all’estero reso noto al pubblico di Ali Khamenei – la Guida suprema della Repubblica islamica uccisa il 28 febbraio scorso nel primo strike contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele – risale al maggio del 1989, quando si recò in Cina e in Corea del Nord. All’epoca Khamenei era al suo secondo mandato da presidente del Paese mediorientale: dieci anni prima Ruhollah Khomeini, prima Guida suprema dell’Iran, aveva guidato la rivoluzione, e Khamenei avrebbe preso il suo posto appena un mese dopo quella visita di Stato. Per una coincidenza che oggi molti dissidenti cinesi ricordano con amarezza, quel viaggio avvenne proprio mentre a Pechino iniziavano le proteste di Piazza Tienanmen, culminate nel massacro del 3 e 4 giugno 1989. Le manifestazioni contro il regime iraniano, iniziate nel gennaio 2026, hanno avuto un destino simile: sono state soffocate nel sangue, nella violenza e nelle intimidazioni contro i giovani che chiedevano libertà. Dopo il primo attacco americano-israeliano che ha ucciso Khamenei, molti iraniani hanno festeggiato, sollevati.

Nel corso delle ultime settimane molti analisti di questioni iraniane hanno detto che Khamenei potrebbe aver trovato ispirazione nel massacro di Tienanmen per reprimere le proteste in Iran, forse perfino chiedendo suggerimenti di ordine pubblico. Non sarebbe l’unico aiuto che la Repubblica popolare cinese negli ultimi anni ha offerto al regime di Teheran. Nel gennaio del 2016 il leader cinese Xi Jinping ha incontrato Ali Khamenei durante la sua visita di Stato proprio a Teheran, la prima di un leader cinese in Iran da quattordici anni e avvenuta pochi giorni dopo la revoca delle sanzioni internazionali legate al programma nucleare iraniano. In quell’occasione Khamenei sottolineò la volontà dell’Iran di rafforzare i rapporti con Pechino e accusò gli Stati Uniti e in generale il mondo occidentale di «non essere partner affidabili», affermando che Teheran «non ha mai avuto fiducia nell’Occidente» e che preferisce sviluppare relazioni con «Paesi indipendenti e affidabili come la Cina».

L’incontro di Xi Jinping e Ali Khamenei 

Xi parlò dell’apertura di un «nuovo capitolo» nelle relazioni bilaterali e i due Paesi firmarono 17 accordi di cooperazione in settori come energia, infrastrutture, trasporti e tecnologia, oltre a discutere l’avvio di una partnership strategica di 25 anni. Da quel momento, le relazioni bilaterali fra Cina e Iran si sono enormemente intensificate, su diversi settori. Primo fra tutti, quello repressivo. Da più di un decennio colossi cinesi come ZTE, Huawei, Tiandy e Hikvision hanno continuato a operare in Iran, spesso tramite intermediari, fornendo tecnologie di sorveglianza e monitoraggio che hanno rafforzato la capacità del regime di controllare dissenso, comunicazioni e spazio pubblico. Non si tratta solo di commercio ma di un’infrastruttura di potere molto sofisticata: anche il blocco totale di internet avvenuto sin dall’inizio delle proteste in Iran si ispira – e probabilmente è stato fornito – al sistema del Great Firewall (censura digitale) cinese, dove solo pochi fidati funzionari di Governo accedono alla rete globale, mentre il resto del Paese è confinato in una rete intranet nella quale circolano solo alcune notizie. La cooperazione è aumentata anche nel settore della difesa: il 2019 è l’anno in cui l’interoperabilità delle forze navali di Cina, Iran e Russia è diventata strutturata, con l’avvio delle esercitazioni annuali “Maritime Security Belt” e di altri addestramenti anche di fronte al Golfo dell’Oman. In quell’area, negli anni successivi, sono stati testati sistemi poi riprodotti in scenari operativi durante la guerra, come il disturbo dei segnali di navigazione.

Nonostante questo profondo legame costruito nel tempo, da settimane gli osservatori e gli analisti di questioni cinesi discutono su quale sia davvero la posizione della Repubblica popolare nei riguardi della guerra. E si domandano se la leadership di Xi Jinping sia pronta a farsi coinvolgere contro America e Israele in difesa del regime, oppure se Pechino non sia affatto disposta a farsi trascinare in una guerra lontana e poco vantaggiosa. Le dichiarazioni dei funzionari cinesi, soprattutto nelle prime fasi di fine febbraio, sono state piuttosto fredde, come lo erano state durante la guerra dei dodici giorni con Israele. Il ruolo dei Paesi del Golfo, da questo punto di vista, è cruciale.

Fino a poco prima dell’ultimo conflitto, la Cina era il vero polmone del greggio iraniano: secondo Reuters, nel 2025 ha assorbito oltre l’80 per cento del petrolio esportato via mare da Teheran, per una media di 1,38 milioni di barili al giorno, pari a circa il 13,4 per cento delle importazioni cinesi via mare. A comprare sono soprattutto le raffinerie indipendenti della regione dello Shandong, le cosiddette teapot, che da sole rappresentano circa un quarto della capacità di raffinazione cinese e inseguono il greggio iraniano perché arriva con sconti di 8-10 dollari al barile rispetto al greggio non sanzionato come quello dell’Oman. Ma proprio qui sta il punto: la Cina, cioè la maggiore importatrice di petrolio al mondo, ci guadagna molto dall’aggiramento delle sanzioni iraniane. Ma non è una dipendenza essenziale per il fabbisogno energetico cinese: la leadership di Pechino si prepara «alla crisi dello Stretto di Hormuz» da anni, ha scritto il «Wall Street Journal», riducendo la dipendenza dalle importazioni, aumentando la produzione interna, diversificando i fornitori – soprattutto con la Russia – e soprattutto accumulando grandi riserve di petrolio (oltre 1,2 miliardi di barili). Se la crisi della navigazione attraverso Hormuz andasse per le lunghe, però, Pechino potrebbe aver bisogno dei suoi alleati nel Golfo: è per questo che il vero incubo della leadership di Xi Jinping è che l’Iran, lanciando missili su Arabia Saudita ed Emirati, renda instabile l’intero ecosistema energetico del Golfo, da cui dipende non solo per il greggio ma anche per una quota cruciale di gas naturale liquefatto.

L’Iran non è centrale nella grande strategia cinese

È per questo che in un lungo articolo su «National Review», il noto dissidente cinese Jianli Yang, ricercatore alla Harvard Kennedy School e fondatore dell’organizzazione Citizen Power Initiatives, mette in guardia da un errore strategico che Washington ha già commesso in passato: pensare che una guerra in Medio Oriente indebolisca automaticamente la Cina. «L’Iran non è centrale nella grande strategia cinese», scrive. «Se quel pezzo sulla scacchiera si rompe, Pechino lo sostituirà». Anzi: «Le lunghe guerre in Iraq e Afghanistan hanno assorbito l’attenzione americana per vent’anni. In quegli stessi vent’anni la Cina ha ampliato silenziosamente le proprie capacità economiche, tecnologiche e militari».