Siamo alla vigilia della primavera, e splende il sole. Un gruppo di famiglie ha invaso una valletta sprofondata nel verde sotto un tratto dell’autostrada. Il paese è vicino. La campana della chiesa batte dodici colpi. È il segnale atteso, ogni famiglia stende una tovaglia a terra. Dai bauli delle auto poste lungo la strada campestre mariti e padri estraggono cibarie di ogni tipo. Il traffico si sta rarefacendo e non produce più quel rombo continuo.
Tutti tacciono nei primi magici momenti dell’assalto al picnic. Questa fase di operoso raccoglimento, di preghiera laica, dura poco, troppo poco. È interrotta di colpo da uno sbattere di ferraglia. Il rumore arriva dalla sovrastante autostrada. Tutti gli officianti il picnic alzano gli occhi al cielo. E vedono planare, dopo aver divelto un tratto del guardrail, un camion carico di gabbie di polli. Vivi. Le mamme afferrano i bambini e schizzano con loro ai bordi della radura, gli uomini si attardano a mettere in salvo i bottiglioni di vino. Ritardo che potrebbe essere fatale se il camion non avesse il buon senso di andare a morire su un pezzo di prato sgombro.
Per una volta nella loro breve vita tacciono anche i polli. Un padre di famiglia mentre abbraccia il bottiglione della grappa (fatta in casa), è il primo a parlare: «Tiriamo fuori l’autista!». Sotto lo sforzo coordinato dei maschi adulti, il camion inizia a oscillare, scricchiolando. È qui che i pennuti riprendono a schiamazzare nella loro lingua: «Chi ti ha dato la patente? Basta! Vogliamo tornare a casa! Se sapevo che finiva così io non venivo!». Magari qualcuno desse retta ai polli.
Gli uomini raddoppiano gli sforzi e riescono a coricare il camion sul lato sinistro. Un grido li distrae dal dovere di occuparsi dell’autista estratto sano dalla cabina: «Guardate! I polli!». Perdendo piume e districandosi a fatica fra i legni fracassati delle gabbie, gli sventurati risalgono alla luce. Stretti gli uni agli altri, si affollano sul fianco del cassone, rimanendo impietriti: non hanno mai visto, prima di allora, l’erba. Come recita l’etichetta che legata a una zampa li accompagna, sono animali «allevati a terra», ovvero su uno strato di segatura. Alla vista dell’erba sono colti da un delirio, una vertigine mai provata prima; la mancanza di confini certi procura loro un acuto senso di panico, una nausea che li costringe all’immobilità , le zampe piantate sul cassone. Vorrebbero tornare dentro, rintanarsi nelle gabbie o, meglio ancora, essere riportati negli stabbi dove sono nati e hanno trascorso la loro troppo breve esistenza. Ma altri polli spingono per uscire mentre i primi cercano di restare fermi, immobili, gli occhi chiusi, trattenendo il respiro. Fin quanto, grati ai gitanti che accorrono, si sentono afferrati e tenuti ben stretti: finalmente qualcuno torna a occuparsi di loro. Una calda beatitudine scende a calmare i loro petti ansiosi. Continuando a tenere gli occhi chiusi, dalle tenere mani dei bambini passano a quelle più calde e robuste dei padri e delle madri. Mani che li accarezzano lungo il petto e le ali e poi si divaricano: una scende alle zampe e l’altra scorre in alto fino a inanellare il collo. Ah… L’onda lunga del piacere! E poi: track! Uno strappo repentino e l’ultimo grido stroncato in gola prima di finire gettati sul fondo del baule delle auto. Come tutti i cittadini che, quando si trovano in campagna lontani dagli occhi dei padroni, arraffano tutto quello che capita a tiro, dai funghi alle fragole, ai mirtilli, alle castagne, alle patate, alle zucche, i gitanti sono in preda a un’eccitazione frenetica. Ai loro occhi, tirare il collo a dei polli d’allevamento, e perciò ignari dei pericoli del mondo, riscatta l’inanità di una domenica trascorsa nei prati, è un segno, il pegno di una futura felicità . Lavorano in coppia, alternandosi nell’impresa, mentre uno agisce, l’altro scatta i selfie o meglio ancora riprende la scena con il cellulare, da inviare agli amici per farsi invidiare.
Dopo un’ora, i gitanti sono esausti: non ne possono più di arraffare polli e tirar loro il collo; sembra che sia già arrivato il lunedì, sembra di essere ritornati alla catena di montaggio di un tempo, quando non c’erano i robot. Sì, ma come si può lasciar perdere tutto questo ben di Dio? Il senso del dovere li obbliga ad ammucchiare cadaveri: è più forte di loro. Perciò sono contenti quando un piccolo gruppo di polli riesce a scappare andandosi a nascondere, poveri illusi, nel bosco che circonda il prato.
Un padre di famiglia, sbuffante e sudato, esprime ad alta voce il pensiero di tutti: «Finiamo il picnic, tanto non andranno lontano, faremo in tempo ad acchiapparli dopo».