Polli in libertà

by azione azione
18 Marzo 2026

Siamo alla vigilia della primavera, e splende il sole. Un gruppo di famiglie ha invaso una valletta sprofondata nel verde sotto un tratto dell’autostrada. Il paese è vicino. La campana della chiesa batte dodici colpi. È il segnale atteso, ogni famiglia stende una tovaglia a terra. Dai bauli delle auto poste lungo la strada campestre mariti e padri estraggono cibarie di ogni tipo. Il traffico si sta rarefacendo e non produce più quel rombo continuo.

Tutti tacciono nei primi magici momenti dell’assalto al picnic. Questa fase di operoso raccoglimento, di preghiera laica, dura poco, troppo poco. È interrotta di colpo da uno sbattere di ferraglia. Il rumore arriva dalla sovrastante autostrada. Tutti gli officianti il picnic alzano gli occhi al cielo. E vedono planare, dopo aver divelto un tratto del guardrail, un camion carico di gabbie di polli. Vivi. Le mamme afferrano i bambini e schizzano con loro ai bordi della radura, gli uomini si attardano a mettere in salvo i bottiglioni di vino. Ritardo che potrebbe essere fatale se il camion non avesse il buon senso di andare a morire su un pezzo di prato sgombro.

Per una volta nella loro breve vita tacciono anche i polli. Un padre di famiglia mentre abbraccia il bottiglione della grappa (fatta in casa), è il primo a parlare: «Tiriamo fuori l’autista!». Sotto lo sforzo coordinato dei maschi adulti, il camion inizia a oscillare, scricchiolando. È qui che i pennuti riprendono a schiamazzare nella loro lingua: «Chi ti ha dato la patente? Basta! Vogliamo tornare a casa! Se sapevo che finiva così io non venivo!». Magari qualcuno desse retta ai polli.

Gli uomini raddoppiano gli sforzi e riescono a coricare il camion sul lato sinistro. Un grido li distrae dal dovere di occuparsi dell’autista estratto sano dalla cabina: «Guardate! I polli!». Perdendo piume e districandosi a fatica fra i legni fracassati delle gabbie, gli sventurati risalgono alla luce. Stretti gli uni agli altri, si affollano sul fianco del cassone, rimanendo impietriti: non hanno mai visto, prima di allora, l’erba. Come recita l’etichetta che legata a una zampa li accompagna, sono animali «allevati a terra», ovvero su uno strato di segatura. Alla vista dell’erba sono colti da un delirio, una vertigine mai provata prima; la mancanza di confini certi procura loro un acuto senso di panico, una nausea che li costringe all’immobilità, le zampe piantate sul cassone. Vorrebbero tornare dentro, rintanarsi nelle gabbie o, meglio ancora, essere riportati negli stabbi dove sono nati e hanno trascorso la loro troppo breve esistenza. Ma altri polli spingono per uscire mentre i primi cercano di restare fermi, immobili, gli occhi chiusi, trattenendo il respiro. Fin quanto, grati ai gitanti che accorrono, si sentono afferrati e tenuti ben stretti: finalmente qualcuno torna a occuparsi di loro. Una calda beatitudine scende a calmare i loro petti ansiosi. Continuando a tenere gli occhi chiusi, dalle tenere mani dei bambini passano a quelle più calde e robuste dei padri e delle madri. Mani che li accarezzano lungo il petto e le ali e poi si divaricano: una scende alle zampe e l’altra scorre in alto fino a inanellare il collo. Ah… L’onda lunga del piacere! E poi: track! Uno strappo repentino e l’ultimo grido stroncato in gola prima di finire gettati sul fondo del baule delle auto. Come tutti i cittadini che, quando si trovano in campagna lontani dagli occhi dei padroni, arraffano tutto quello che capita a tiro, dai funghi alle fragole, ai mirtilli, alle castagne, alle patate, alle zucche, i gitanti sono in preda a un’eccitazione frenetica. Ai loro occhi, tirare il collo a dei polli d’allevamento, e perciò ignari dei pericoli del mondo, riscatta l’inanità di una domenica trascorsa nei prati, è un segno, il pegno di una futura felicità. Lavorano in coppia, alternandosi nell’impresa, mentre uno agisce, l’altro scatta i selfie o meglio ancora riprende la scena con il cellulare, da inviare agli amici per farsi invidiare.

Dopo un’ora, i gitanti sono esausti: non ne possono più di arraffare polli e tirar loro il collo; sembra che sia già arrivato il lunedì, sembra di essere ritornati alla catena di montaggio di un tempo, quando non c’erano i robot. Sì, ma come si può lasciar perdere tutto questo ben di Dio? Il senso del dovere li obbliga ad ammucchiare cadaveri: è più forte di loro. Perciò sono contenti quando un piccolo gruppo di polli riesce a scappare andandosi a nascondere, poveri illusi, nel bosco che circonda il prato.

Un padre di famiglia, sbuffante e sudato, esprime ad alta voce il pensiero di tutti: «Finiamo il picnic, tanto non andranno lontano, faremo in tempo ad acchiapparli dopo».