Park Chan-wook ritorna con No Other Choice, amara commedia dall’anima noir sul vivere odierno
Pare complessa, la società della Corea del Sud, ma forse, a ben guardare, non lo è più della nostra. Ciò che si esige, è di essere performanti, competitivi, «in control», efficaci, e, se possibile, con un sorriso stampato in volto. Un po’ come il bel Man-soo (Lee Byung-hun), da venticinque anni impiegato nell’azienda cartaria Solar Paper, grazie alla quale ha tutto quello che ha, ma soprattutto, tutto quello che vuole avere. Una moglie splendida e gentile, due figli (apparentemente) modello, due cani meravigliosi, una serra in cui può vivere la sua passione per i bonsai, tanti piccoli grandi confort, e soprattutto quell’enorme casa, circondata da piante, foglie e fiori, così diversa sia dalle costruzioni a schiera prive di fantasia tutt’intorno a lui, sia dagli appartamenti di città , che ricordano arnie, più che abitazioni.
Man-soo fa parte di quella stirpe – ormai in estinzione – per cui la produzione della carta è molto più di un’operazione industriale, ma assurge a impostazione filosofica: la carta come pelle, capace di suscitare emozioni. Ma la carta (e non solo quella), come ovunque nel mondo, è in crisi anche in Corea del Sud, per cui a perdere il lavoro ci vuole un attimo. E di solito, a braccetto con l’occupazione, se ne va quel sistema piramidale di benefit, lussi e vantaggi in cui anche noi possiamo facilmente riconoscerci, fatto com’è di macchine in leasing, schiaccianti ipoteche e lezioni di violoncellodanzatennis. Il tutto destinato a venire giù al primo inciampo come un misero castello di carte in balia dell’uragano.
Cosa resta da fare, dunque, a Man-soo, quando viene licenziato, per non perdere la faccia davanti a famiglia, società , parenti e, non da ultimo, sé stesso? Sembrerebbe restare solo quell’ultima ratio che fa di Park Chan-wook Park Chan-wook, e che si realizza quando, più o meno delicatamente, si scivola nell’illegalità .
Per il regista coreano, conosciuto soprattutto (ma non solo) per l’inquietante capolavoro estetico Oldboy, osannato globalmente da pubblico e critica (in primis da Quentin Tarantino, che gli assegnò il Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes nel 2004, affermando: «quel film avrei voluto farlo io») è da sempre difficile resistere al thriller e allo splatter, accompagnati però da una sottile e radicata ironia che finisce per permeare fatti e volti, rendendo più sopportabile e godibile anche ciò che per sua natura non lo sarebbe. Nella viscerale (spesso in senso letterale) Trilogia della vendetta, considerata suo massimo capolavoro, perdita, dolore e sangue sono resi più intensi – o sopportabili – dalle note di Aram Khachaturian o da soavi musiche barocche.
Con No Other Choice – Non c’è altra scelta (che è stato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia) il regista non sciocca più come un tempo, e segue una linearità che non gli è sempre appartenuta, ma non rinuncia a disseminare la pellicola di indizi che da una parte lo rendono inconfondibile, e dall’altra rimandano a suoi lavori più vecchi. Come quando l’obiettivo indugia sui volti dei protagonisti, catturandone anche la smorfia più microscopica, o come quando il protagonista si autoestrae un dente cariato (per gli amanti di Oldboy, un ricordo sbloccato) o quando soavi slanci musicali, affidati agli strumenti ad arco, accompagnano le curve di una strada immersa in un bosco dai colori esagerati, quasi fosforescenti, ricreando quel senso vagamente grottesco che fa parte della cifra di gran parte del cinema coreano.
Non ci sono personaggi del tutto buoni, né del tutto cattivi, in Park Chan-wook, ma questo lo sappiamo sin dal primo film, emblema delle zone grigie, quel Joint Security Area, fra i più grandi successi della storia del cinema coreano, in cui si narrava l’inespugnabile e innaturale odio fra i fratelli coreani del Nord e quelli del Sud nella zona demilitarizzata (DMZ), in un armistizio ancora oggi monitorato da cinque ufficiali svizzeri.
Anche Man-soo alla fine è solo un killer materiale, stritolato dai dettami di una società impietosa e attorniato di schiere di conniventi spesso inconsapevoli, che con i loro silenzi e il non agire permettono di tenere in piedi anche i sistemi più beceri, dalla moglie Mi-ri (Son Ye-jin) agli spietati dirigenti aziendali. Park Chan-wook ha, ormai, la tecnica dei grandi maestri: il suo è un film senza sbavature, dai colori e dalle inquadrature imponenti, che propone una critica alla società coreana che potrebbe essere estesa a qualsiasi società occidentale, la nostra compresa. Lo fa, qui, senza clamori, choc, o spargimenti di sangue alla Squid Game, e attutendo l’effetto sorpresa che ci aveva fatto amare il magistrale Parasite di Bong Joon-ho.
Quelli che ci vengono messi davanti sono i valori delle nostre vite, ma soprattutto quelli del nostro tempo, specie se pensiamo alle sconsolanti immagini finali, al buio e al silenzio cui un eccessivo affidamento alla tecnologia potrà condurci.
