L’Africa travolta da nuove ondate epidemiche

by azione azione
11 Marzo 2026

Guerre, crisi dei profughi e tagli agli aiuti internazionali alimentano un’emergenza sanitaria senza precedenti

Una tempesta perfetta si è addensata sulla salute degli africani. Il concorso di potenti fattori negativi accresce l’impotenza di sistemi sanitari già fragili e inefficienti nel far fronte alle minacce alla salute globale. Cambiamento climatico, drastica riduzione degli aiuti internazionali, collasso delle strutture pubbliche causano il ritorno di malattie che sembravano ormai sotto controllo, come la poliomielite, la tubercolosi o la sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids), e il manifestarsi di epidemie vecchie e nuove, da Ebola al vaiolo delle scimmie. Uno studio pubblicato su «The Lancet», forse la più prestigiosa rivista medica al mondo, prevede un aumento di oltre nove milioni di decessi entro il 2030, in particolare per i tagli agli aiuti sanitari decisi dall’Amministrazione americana. Di questi, due milioni e mezzo sono bambini.

Altre volte, in un passato non molto lontano, all’Africa erano state profetizzate catastrofi sanitarie che poi non si sono verificate. Oppure ci sono state, ma in misura minore del previsto. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, l’Aids ha causato milioni di morti nel Continente, di gran lunga il più colpito dal virus HIV. Ma il tardivo risveglio di classi dirigenti prima indifferenti o addirittura negazioniste, la progressiva diffusione dei farmaci antiretrovirali e la lenta presa di coscienza delle popolazioni hanno impedito che l’impatto dell’epidemia fosse ancora più devastante.

Un gran numero di sfollati

Più recentemente, considerata la debolezza dei sistemi sanitari, l’Organizzazione mondiale della sanità e altri centri studi internazionali avevano preannunciato che la pandemia di Covid sarebbe stata in Africa molto più letale che altrove. Con sorpresa generale così non è stato e solo in seguito se ne sono ipotizzate le paradossali ragioni. Tra queste, la maggiore attenzione da sempre dedicata dai servizi sanitari africani all’igiene pubblica, una medicina sociale a basso costo e molto efficace nella prevenzione. Anche una società e una sanità povere, ma armate di buona volontà, possono dotarsi di mascherine e imparare elementari ma fondamentali misure igieniche sia individuali che collettive.

È però poco probabile che la congiuntura attuale finisca per avere conseguenze meno drammatiche delle previsioni e portare a un generale sospiro di sollievo. A preoccupare è soprattutto l’assommarsi di fattori negativi e l’effetto moltiplicatore che essi hanno l’uno con l’altro. I fenomeni meteorologici estremi causati dal cambiamento del clima, che hanno colpito le regioni tropicali con cicloni, precipitazioni eccezionali e alluvioni, o viceversa siccità implacabili e carestie, hanno causato un gran numero di sfollati in Paesi come il Sudafrica, lo Zimbabwe, il Mozambico, il Malawi e altri. La concentrazione di migliaia di persone in condizioni igieniche precarie è all’origine di una nuova ondata di epidemie di colera.

Anche le guerre, con il loro desolante corteo di profughi interni e il tracollo di strutture sanitarie già molto fragili, generano epidemie. Nei mesi scorsi, l’organizzazione umanitaria non governativa Medici senza frontiere (Msf) è stata in prima linea nella lotta contro il colera nella Repubblica democratica del Congo, nella provincia del Sud Kivu, teatro di un conflitto che oppone le forze armate governative e le milizie loro alleate ai ribelli del movimento M23. In un contesto nel quale la popolazione è costantemente in fuga dai combattimenti, la prevenzione è molto difficile, spiega Msf. Il problema chiave, in questo caso, è il difficile accesso all’acqua potabile e la mancanza del minimo di stabilità necessario a svolgere un’efficace campagna educativa tra la popolazione.

Non solo la natura ma la volontà degli uomini

Quando parliamo di guerre, la causa prima non è più la natura, sia pure una natura malata, ma la volontà degli uomini. L’Africa centro-orientale è da tempo teatro della più grave emergenza umanitaria al mondo, il conflitto in Sudan, che compirà presto i tre anni. Fin dalle sue prime settimane, nell’aprile-maggio 2023, gli ospedali della capitale Khartoum furono costretti a chiudere uno dopo l’altro. Le due forze armate che si combattono impediscono l’accesso agli aiuti umanitari nel timore che possano giovare alla fazione opposta. Il sistema sanitario non esiste più. E l’effetto domino è estremamente allarmante, perché milioni di profughi si sono riversati in Paesi confinanti già in grave difficoltà, come il Ciad, la Repubblica Centrafricana, il Sud Sudan o l’Etiopia.

La volontà degli uomini c’entra anche in un altro fattore chiave, il taglio o addirittura l’azzeramento degli aiuti internazionali, in primo luogo quelli sanitari. Tra i primi provvedimenti della seconda Amministrazione Trump, nel 2025, ci fu il quasi totale smantellamento di USAID, l’agenzia governativa americana per gli aiuti allo sviluppo, finanziata con decine di miliardi di dollari, e la conseguente cessazione quasi immediata di centinaia di programmi sanitari da essa sostenuti, dalle campagne di vaccinazione all’acquisto di farmaci antiretrovirali. Un anno dopo, come ha rivelato la rivista «The Atlantic», il Dipartimento di Stato ha deciso di porre fine ad altri progetti che dodici mesi prima erano stati giudicati «salvavita».

Cessa la totalità degli aiuti umanitari di Washington a sette Paesi africani: Burkina Faso, Camerun, Malawi, Mali, Niger, Somalia e Zimbabwe. Il motivo, si legge nel documento interno pubblicato da «The Atlantic», è l’assenza «di un forte legame tra la risposta umanitaria e l’interesse nazionale Usa». All’interno dei Paesi abbandonati ci sono, secondo fonti Onu, almeno sei milioni di persone in «condizioni estreme o catastrofiche».

Tagliano il sostegno anche Francia, Svizzera e Italia

Amref, organizzazione non governativa che si occupa di aiuti sanitari in Africa, ci ricorda che la riduzione di questo tipo di finanziamenti caratterizza molti altri Paesi industrializzati, dalla Francia al Regno Unito alla Germania, compresi Svizzera e Italia. Quello che colpisce nella decisione americana, oltre all’entità del taglio, è la sua repentinità e soprattutto la motivazione. Per esplicita affermazione dei suoi responsabili, la nuova politica estera dell’Amministrazione è ispirata al principio America First. È una politica transazionale: dà qualcosa in cambio di un qualcos’altro suggerito dall’«interesse nazionale». Evidentemente i sette Paesi in questione non hanno nulla da dare, né vantaggi geopolitici, né rare materie prime. Resta da chiedersi – per chi vuole – quanto debba essere «transazionale» il principio umanitario.