Tra neutralità, buoni uffici e richieste di maggiore fermezza, il Paese si interroga sul proprio ruolo internazionale
Con il Medio Oriente che brucia, parlare di diplomazia sembra un’impresa velleitaria. Tanto più che l’attacco all’Iran è cominciato proprio quando la diplomazia era al lavoro per trovare un accordo fra Washington e Teheran sul programma nucleare del regime degli ayatollah. Quel programma di arricchimento dell’uranio che gli Stati Uniti considerano – forse non a torto – finalizzato alla costruzione di una bomba atomica. L’attuale situazione ci riguarda da vicino. Da un lato perché quei negoziati si sono svolti a Ginevra, mediati però dall’Oman; dall’altro perché da 47 anni la Svizzera ha un ruolo di potenza protettrice degli interessi americani in Iran e garantisce così canali di comunicazione fra i due nemici. Un «servizio» che la Svizzera offre al mondo nell’ambito della sua tradizionale politica dei buoni uffici, che promuoviamo sin dal XIX secolo.
Ora, dopo la morte di Khamenei e il grande periodo di incertezza che si apre, l’ex presidente del Centro Gerhard Pfister afferma che la Svizzera dovrebbe rinunciare a questo mandato per ritrovare una piena libertà d’azione e soprattutto di parola. Una richiesta già avanzata pure dall’ex diplomatico François Nordmann in una delle sue cronache per «Le Temps» nel febbraio 2026. Secondo l’ex ambasciatore nel Regno Unito e in Francia, questo mandato di protezione si sarebbe svuotato di senso considerato che Stati Uniti e Iran hanno moltiplicato i loro contatti. Inoltre il servizio offerto non ci aprirebbe neppure più delle porte privilegiate a Washington, come la questione dei dazi ha dimostrato. E così Nordmann afferma: «Oggi l’opinione pubblica vuole una posizione più ferma da parte dei suoi governanti sulle violazioni dei diritti umani. Il mandato di rappresentanza degli interessi americani ostacola questo e serve da foglia di fico per un silenzio sempre meno accettato dalla popolazione. Il santo vale la candela?».
Questione di forza
Il capo della diplomazia Ignazio Cassis ripete da tempo che non ci si può attendere che sia la Svizzera a risolvere i conflitti in corso. Questo ruolo spetta a chi ha la forza di imporre la pace: le super potenze o le potenze regionali. E poi, ha dichiarato il consigliere federale ticinese, il mandato in Iran non ha impedito alla Svizzera di riprendere le sanzioni dell’Onu contro Teheran; l’ultima ordinanza in merito è del dicembre dello scorso anno. «Le misure sono state adottate – si legge sul sito della Segreteria di Stato dell’economia – a causa delle attività dell’Iran nel settore nucleare, della fornitura da parte dell’Iran di droni e missili alla Russia e delle violazioni dei diritti umani». Eppure, per Pfister, il mandato di potenza protettrice ha contribuito a «stabilizzare il regime omicida iraniano», ha detto all’«Aargauer Zeitung».
Per capire questa posizione prendiamo un esempio citato da molti giornali in questi tempi. Quando nel 2020 l’amministrazione Trump sferrò l’attacco che uccise a Baghdad il generale Soleimani, di fatto il numero due del regime iraniano, in pubblico Washington e Teheran rilasciarono dichiarazioni di fuoco, mentre nella discrezione del canale di comunicazione offerto dall’ambasciata svizzera le due capitali si accordarono. Teheran avrebbe risposto con un’azione militare limitata e Washington si sarebbe astenuta da ulteriori rappresaglie. Una «mediazione» che ha permesso al regime di restare al potere oppure una «mediazione» che ha salvato vite umane e preservato la stabilità della regione? Le interpretazioni divergeranno sicuramente.
E allora, per rispondere alla domanda iniziale – il santo vale la candela? – dobbiamo porgercene altre: che diverso ruolo potrebbe mai giocare la Svizzera sullo scacchiere mondiale? Possiamo influire davvero sul corso delle cose abbandonando la nostra tradizione dei buoni uffici? Domande che in questi tempi tormentati sono state poste più volte dalla e alla politica. In merito alla neutralità, in merito alla possibilità di imporre autonomamente sanzioni internazionali ecc. (settimana scorsa in Parlamento si è discusso dell’iniziativa promossa dall’UDC e dal comitato Pro Svizzera che mira a blindare il concetto di neutralità, inserendone una definizione rigida nella Costituzione e limitando la possibilità per la Confederazione di aderire a sanzioni o alleanze militari). Finora la politica una risposta diversa non l’ha trovata. Come scriveva Nordmann, confrontata di nuovo con gli orrori delle guerre e davanti ad un ordine mondiale sfacciatamente asimmetrico e dove senza pudore si impone la legge del più forte, l’opinione pubblica chiede prese di posizioni più forti, condanne più perentorie delle violazioni del diritto. E ha ragione, perché anche le parole – se sincere e non di facciata – hanno un peso. Peccato che non sempre il nostro Governo lo capisca.
Indipendenza e imparzialità
L’indignazione morale deve avere un ruolo nella politica di un Paese con una grande tradizione umanitaria come il nostro (anche se non dobbiamo essere ingenui, la nostra politica estera non si basa certo solo su valori, ma spesso su interessi). Eppure, condannare con decisione ancora non significa, lo si diceva sopra, avere i mezzi per imporre un cambiamento al corso delle cose. Almeno sul corto termine. La Svizzera, per le sue dimensioni e la sua storia, ha un altro ruolo da giocare. La pagina del suo sito che il Dipartimento federale per gli affari esteri dedica ai buoni uffici lo riassume bene: «Grazie alla sua indipendenza e imparzialità, al suo sistema democratico basato sullo scambio, sull’equilibrio e sul compromesso, e alla sua esperienza con la diversità culturale, la Svizzera crea un clima di fiducia e può costruire ponti dove altri non riescono ad avanzare». È un ruolo che spesso non si svolge sul proscenio e appare logorante per la sua lentezza, ma è quello che ci siamo ritagliati su misura anche sviluppando il polo della Ginevra internazionale. In questi anni in cui i sistemi democratici sono sotto pressione, promuovere spazi di dialogo non è scontato, senza perdere la misura delle cose e la consapevolezza che, come scrive Carlo Silini nel suo editoriale, le decisioni che contano alla fine le prendono altri, si prendono altrove.
