Trame immaginarie in una Paris noir

by azione azione
11 Marzo 2026

Fotografia: alla Casa Rotonda di Corzoneso, il lavoro di Stefania Beretta dal soggiorno parigino del 1994 a oggi

È il 1994 quando Stefania Beretta sbarca a Parigi, dove vivrà per qualche mese grazie a una borsa di studio. L’incanto della Ville Lumière le si spegne subito, quando si accorge che «tutto mi sembrava già stato detto, fatto e soprattutto fotografato. Così ho cominciato a cercare nella notte quello che il giorno non mi sapeva dare. Per alcune settimane mi sono svegliata in piena notte, girovagando per la città avvolta nel buio, fino a quando l’alba non mi riportava a casa. Ho scelto di tradurre l’atmosfera di Parigi in bianco e nero, ma soprattutto in nero». Così scrive Stefania Beretta – nel volumetto dedicatole nel 1997 dai Quaderni di Biolda – ricordando la genesi della sua raccolta intitolata appunto Paris noir.

Stefania Beretta, Paris noir, Le Grand moulin de Paris, 1994 (© Prolitteris Zurich 2025)

«Sono tornata a Bercy con una vecchia Polaroïd, apparecchiatura fotografica che mi permetteva l’effetto immediato, ma contemporaneamente salvavo il negativo». Scatti che Beretta sviluppa poi nella classica camera oscura, alla pari della solita pellicola. «Naturalmente essendo un film Polaroïd a strappo generava ogni volta sorprese di ogni genere, e anche questa era la sua peculiarità». Un procedimento e un risultato che destano l’interesse di Jean-Claude Lemagny, direttore del Dipartimento di Fotografia alla Bibliothèque National: «È una Parigi visionaria quella di Stefania Beretta, che ricorda quella dei Miserabili di Victor Hugo. Sono le vie che hanno visto le barricate del 1848».

Paris noir, la sezione che accoglie il visitatore alla Casa Rotonda di Corzoneso, «potrebbe apparire come una serie di fotogrammi di un thriller» annota Antonio Mariotti. «È facile immaginarci Alain Delon col bavero del trench rialzato per mascherarsi il viso che si aggira cercando di nascondersi nell’ombra». Magari mettendo in allerta i piccioni di Rue d’Oran: una splendida quanto audace inquadratura dal basso che riesce a cogliere un tocco di cielo plumbeo tra due sinistri e decadenti palazzoni.

L’altra parte della mostra (accompagnata dall’elegante portfolio creato dal grafico Daniele Garbarino con sette immagini formato cartolina) testimonia il deciso cambio di rotta nella ricerca della Beretta. È intitolata Trame immaginarie e ricorda un altro lavoro della fotografa, Paesaggi improbabili-Religamen. Un termine polisemantico latino, questo Religamen, che tentiamo di tradurre con legàmi. Quando una sua immagine le sembra prestarsi, Stefania si arma di ditale, ago e refe (talvolta ricorrendo persino alla macchina per cucire) e la ritocca con una cucitura capace, ad esempio, di ridare un geometrico quanto rigoglioso fogliame rosso a un albero rinsecchito. Acqua e alberi sono i soggetti che sembrano maggiormente interessarla, quelli che le lasciano maggiore libertà per tracciare nell’immagine, con ago e filo, il segno evidente di un proprio intimo sentire.

Talvolta il filo, dopo aver arzigogolato attorno a un’altra pianta, si stacca dai rami ed esce per così dire dall’inquadratura, stagliandosi su uno sfondo bianco che invita lo spettatore a ripercorrere il geroglifico tracciato del refe, o a interpretarlo con la propria sensibilità. «I segni geometrici/poligonali che si alzano dalle acque – annota la critica d’arte Viviana Conte – non solo tracciano i percorsi immaginari dell’autrice, non solo proiettano possibili rotte oniriche; ma costituiscono anche realtà alternative».

Un filo d’Arianna che si/ci diverte a condurci verso inaspettati labirinti (le reti dei pescatori sulla spiaggia, le fronde d’un bosco di betulle). Un originale ritocco grazie al quale ogni fotografia ricamata diventa un’opera unica, sensibile pure al tatto e irripetibile.