Narrativa balcanica: Miljenko Jergović ricostruisce la capitale bosniaca come un organismo narrativo
Miljenko Jergović, scrittore bosniaco che vive a Zagabria, è uno dei più importanti esponenti della letteratura balcanica contemporanea. Molto attento ai temi storici e al conflitto interetnico, nei suoi romanzi, opere teatrali, scritture in versi, articoli giornalistici mette al centro personaggi estranei ai nazionalismi identitari che vivono come esuli, stranieri in Patria.
Il libro che l’ha fatto conoscere al grande pubblico internazionale è stato Le Marlboro di Sarajevo (Bottega Errante Edizioni), dei microracconti della durata appunto del fumo lento di una sigaretta, sulla condizione umana durante l’assedio durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 raccontata in presa diretta. Narra le storie di quei giorni, viste dalla parte degli assediati, legando una vita all’altra, la sorte di un uomo a quella di una donna, di una casa indenne a una colpita dalle cannonate, l’esistenza claustrofobica di chi è costantemente sotto la minaccia delle armi.
La memoria storica è sempre presente nei suoi libri, sia frontalmente, penso a romanzi come L’attentato (Nutrimenti), che narra la storia del giovane Gavrilo Princip, il quale il 28 giugno 1914 sparò all’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, episodio che innescò la Prima Guerra mondiale o Ruta Tannenbaum (Nutrimenti); ma anche in quelli più intimi di ambientazione famigliare, come il notevole Il padre, Radio Wilimowski (sempre editi da Bottega Errante Edizioni) o I Karivan (Einaudi). Una forma di ossessione per la grande Storia nel ricostruirla e interpretarla, sia come memoria individuale sia come destino collettivo.
Il suo ultimo libro, Sarajevo, una mappa della città (Keller, 2025), è una summa di quanto Jergovic ha scritto in circa trenta opere; non è solo il romanzo di una capitale, ma una sorta di opera universale, quello che Kapuściński definirebbe un libro di «storia viva», oltre che una nuova forma di romanzo ibrido e labirintico dove memoria e finzione convivono, realtà e immaginazione si fondono in un mosaico vivo di situazioni.
Dentro ci sono i ricordi autobiografici di un romanzo di formazione «dal vero», storie personali e famigliari nei secoli, ma c’è anche una riflessione sulla Storia, la città ottomana così come quella austro-ungarica, o la città comunista del maresciallo Tito e degli eroi della resistenza, e poi le etnie, le religioni, l’elenco telefonico, la topografia, le fotografie, quanto basta per farne un’opera mondo.
Sarajevo, una mappa della città è dunque un racconto caleidoscopico che tiene insieme memoria famigliare e crocevia di storie e di destini individuali. Dove, capitolo dopo capitolo, le vie della città diventano palinsesti, sedimentati storici e metamorfici, «tempi solari e umani, imperi, sistemi politici e usi popolari» come scrive l’autore, una tessitura infinita di connessioni fatta di una scrittura avvolgente, stratificata, la moltiplicazione di punti di vista e di una toponomastica in continua trasformazione che diventa un labirinto inesplicabile quanto attraente.
Memoir, saggio, dissertazione filosofica, così come visione antropologica, sono le tante facce che convivono in questa babele narrativa, un «paesaggio dialettico» come lo intendeva Walter Benjamin, o addirittura un ipertesto. Le storie si infittiscono, entrano una nell’altra come in una matrioska, personaggi storici e persone comuni condividono le stesse piazze, gli stessi palazzi, i lunghi elenchi di nomi, anche le epoche sfilano in modo tutt’altro che cronologico, eppure tutto si tiene, tutto funziona in questo domino impazzito, in questa giostra tenuta viva da un burattinaio sapiente, dal fingitore che si fa beffe dell’inafferrabile realtà, l’inventore eccentrico dei punti di vista che dilata, sconfina.
Jergović è cosciente che «la nostra realtà quando diventa passato e dal passato viene sopraffatta, appare tendenziosa, falsa e patetica», quindi mescola nel fuoco del racconto anche le storie orali ascoltate al bar di quartiere, quelle popolari tramandate di generazione in generazione, le letture dei romanzi, la musica ascoltata, le opere d’arte, persino la storia di Ezra Kajon, «il re delle calze», o di altri personaggi bizzarri di cui il suo romanzo polifonico è popolato.
Adesso che abbiamo letto questo libro di rara forza espressiva, costruzione complessa e montaggio esemplare, sappiamo tutto di Sarajevo, sappiamo persino troppo, questa è la sensazione finale che prova il lettore, anche il più smaliziato; abbiamo visitato le ville, i cimiteri, le chiese. Sappiamo tutto però di una città che è solo in parte quella della realtà perché è anche opera della fantasia, o di una memoria eccentrica, filtrata dalla letteratura, che inventa, mutevole nel tempo. Sappiamo le grandi trame della storia ma anche le piccole aneddotiche quotidiane, il colore degli intonaci, oppure le ombre di una via. Sappiamo persino che alla nuova stazione ferroviaria, sulla torre di sinistra, si trova un orologio, è quello più grande di Sarajevo, un orologio che «non si ferma mai, ma non è mai preciso».
