In una fase in cui l’amministrazione in carica mette in discussione i diritti civili e le tutele per le minoranze, la lezione del leader di recente scomparso torna di stringente attualità
La notte del 4 novembre 2008, al Grant Park di Chicago, mentre l’America scopre di aver eletto Barack Obama, un fotografo si ferma su un volto tra i duecentocinquantamila in festa. È quello del reverendo Jesse Jackson, rigato dalle lacrime. In quegli occhi arrossati c’è mezzo secolo di storia, ci sono le marce per i diritti civili, i sit-in, le proteste nel Sud, l’ostinazione di Martin Luther King, di Rosa Parks. E il sogno di uguaglianza che, quella sera, sembra compiuto. Jackson, leggendario leader del Movimento è spirato lo scorso 17 febbraio, a 84 anni, dopo una lunga malattia. Con lui se ne va uno degli ultimi protagonisti della stagione che aveva obbligato l’America a fare i conti con le sue promesse mancate.
È sul terreno del voto che si gioca la partita decisiva
L’uscita di scena coincide con un tornante politico e civile carico di tensione. Con Donald Trump alla Casa Bianca, il Paese riprende a interrogarsi su quanto di quegli ideali sia sopravvissuto. «La sua morte cade in un momento di evidente reazione ai progressi conquistati», ci dice Adrienne Jones, politologa già in forze al Morehouse College di Atlanta. «Alle straordinarie vittorie di quella stagione sta seguendo un contraccolpo, con un Governo fortemente conservatore, con tratti di destra radicale». Studiosa di diritto di voto e sistemi elettorali, con ricerche sull’evoluzione delle leggi nel Sud e sulle restrizioni che incidono sulla partecipazione delle minoranze, Jones osserva: «Proprio per questo è essenziale, ora più che mai, riportare l’eredità di Jesse Jackson al centro del dibattito pubblico».
Nato nel 1941 in South Carolina da una ragazza madre, e cresciuto nel Sud, Jackson si impose come uno dei più giovani e visibili collaboratori di Martin Luther King. Era con lui a Memphis sul balcone del Lorraine Motel, quando il 4 aprile 1968 il profeta della nonviolenza fu assassinato. Fondò la Rainbow PUSH Coalition, con cui contribuì a spingere il Partito democratico verso istanze più progressiste e inclusive. Candidato due volte alla Casa Bianca negli anni Ottanta, fu il primo a inserire apertamente il sostegno ai diritti gay nella propria piattaforma. Il suo percorso, tuttavia, fu turbolento; attraversò scandali personali e polemiche pubbliche. Ma le ombre non cancellano il peso storico della sua battaglia né l’impatto che ebbe sulla politica americana.
In una fase in cui l’amministrazione in carica mette in discussione le garanzie sui diritti civili, cassa le politiche di inclusione e usa una retorica divisiva verso le minoranze, l’eredità di Jesse Jackson torna di stringente attualità , ci dice Adrienne Jones. Le comunità che ha difeso continuano a fare i conti con disuguaglianze endemiche nell’istruzione, nella sanità , nel lavoro. Ma è principalmente sul terreno del voto che si gioca la partita decisiva.
«Per lungo tempo negli Stati Uniti prima la schiavitù e poi le leggi segregazioniste Jim Crow hanno permesso alla supremazia bianca di controllare il processo elettorale. I singoli Stati potevano decidere chi fosse ammesso al voto, escludendo di fatto i neri e limitando l’accesso ai soli uomini bianchi proprietari». Le conquiste del Movimento per i diritti civili (dal Civil Rights Act del 1964 al Voting Rights Act del 1965) hanno abbattuto quelle barriere ma, avverte l’esperta, si tratta di diritti che non possono essere dati per scontati.
I diritti regrediscono
Trump, difatti, sostiene il SAVE America Act, già approvato alla Camera, che prevede requisiti di identificazione più stringenti per poter votare. Se passasse il vaglio del Senato, la proposta restringerebbe l’elenco dei documenti accettati ai seggi, imponendo certificati come passaporto o atto di nascita. Secondo i critici, la proposta potrebbe di fatto escludere milioni di elettori, colpendo in modo sproporzionato afroamericani e altre minoranze che non possiedono i documenti richiesti e che dovrebbero procurarseli affrontando spese, tempi lunghi e procedure burocratiche complesse.
«La giustificazione ufficiale è la lotta ai brogli, ma l’effetto reale è limitare l’accesso al voto delle minoranze», denuncia Jones. «C’è una paura diffusa che il cambiamento demografico riduca il bacino elettorale necessario a mantenere il controllo del Governo. In diversi Stati a guida repubblicana, e ora anche a livello federale, sono state introdotte misure che restringono le condizioni di un voto pienamente equo».
Tra esse c’è il gerrymandering, ovvero la ridefinizione strategica dei confini dei collegi elettorali per orientare i risultati prima ancora che si voti. «Siamo in una fase di regressione. Perfino i diritti delle donne vengono ridimensionati, i diritti riproduttivi smantellati. In ambienti estremisti si arriva perfino a mettere in discussione il suffragio femminile». Il clima politico si è irrigidito sul fronte dei diritti degli immigrati, con l’intensificazione delle operazioni dell’ICE. A Minneapolis le tensioni sono sfociate in tragedia con la morte Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Pretti, uccisi da agenti federali in seno alle proteste.
Opporsi all’ICE
«Eppure a Minneapolis ci sono persone che continuano a opporsi all’ICE», evidenzia Jones, sottolineando come – malgrado lo scontro – possa emergere anche un’opportunità di partecipazione civica. In fondo, la parabola di Jesse Jackson resta significativa anzitutto per la capacità di mobilitare e organizzare le comunità . «Ha speso la vita per l’equità , la democrazia e la rappresentanza. È il tipo di impegno che oggi dobbiamo ricostruire». E aggiunge una riflessione più ampia: «I Padri fondatori hanno scritto la Costituzione; forse sarà necessario rimetterci mano». E magari non solo i padri. «In questo contesto c’è spazio per una prospettiva diversa, matriarcale. Forse non saremmo a questo punto se a guidare il Paese fossero state le donne; non si concentrerebbero sull’annientamento dell’avversario, ma su come garantire cibo, case sicure, istruzione, ambienti protetti. È tempo di una presidente donna».
Tra i nomi che potrebbero affacciarsi nel dibattito c’è quello di Jasmine Crockett, giovane parlamentare afroamericana del Texas in ascesa nell’area progressista. Avvocata, impegnata sui diritti civili e sul diritto di voto, si è fatta notare per uno stile diretto e combattivo in Congresso, dove ha incalzato i repubblicani. Per molti osservatori incarna una nuova generazione di leadership nera, cresciuta dopo l’era Obama ma pronta a raccogliere il testimone delle battaglie storiche per l’uguaglianza. «Se decidesse di candidarsi alla presidenza, potrebbe farlo. È coerente nel denunciare le disfunzioni del Governo e, soprattutto, non arretra».

