Una necropoli monumentale alle porte di Cerveteri

by azione azione
4 Marzo 2026

La Banditaccia oltre a essere un luogo funerario, è anche e soprattutto un sistema urbano scavato nel tufo che riflette gerarchie, potere e trasformazioni culturali

Cerveteri è una cittadina laziale sul mare, a una cinquantina di chilometri a nord di Roma, lungo la via Aurelia. Luogo di villeggiatura per i romani, come tanti altri lungo la costa. Il mar Tirreno da una parte, le colline della Maremma laziale dall’altra, sarebbe un sito po’ anonimo se non fosse che in passato qualcosa di straordinario ha reso uniche queste terre.

Detta Caere, per gli Etruschi Cerveteri era il fiore all’occhiello, crocevia di commercio e scambi culturali, la città più redditizia e fiorente, culla della loro civiltà. E proprio alla periferia di Cerveteri si trova quella che è la più grande necropoli di questa civilizzazione, la Banditaccia, chiamata anche la Città dei Morti.

Nonostante il nome possa incutere un po’ di paura, la Banditaccia è un luogo che merita assolutamente di essere visitato non solo perché è la più grande necropoli etrusca al mondo – si possono visitare circa dieci ettari dei circa 450 – ma anche per lo stato in cui sono conservate le circa 400 camere funerarie nella parte aperta al pubblico e che vanno dal IX al III secolo avanti Cristo.

La zona prende il nome de La Banditaccia nell’Ottocento, quando i terreni furono banditi, cioè affittati con bando pubblico ai cittadini di cerveterani dai proprietari terrieri. La necropoli è organizzata come una vera e propria città dell’epoca e si cammina in mezzo alle tombe lungo la via degli Inferi, una via costruita scavando nel tufo. Le tombe si dividono principalmente in due tipi, quelle circolari a tumulo, che sono molto monumentali, scavate nel tufo e ricoperte da un tetto a cupola, e quelle a dado, molto più semplici architettonicamente, successive a quelle a tumulo e realizzate in questo modo perché si voleva che tutti i defunti fossero uguali davanti alla morte.

È veramente suggestivo camminare in questo sito storico. E non si può fare a meno di provare a immaginarlo più di 2500 anni or sono, quando i parenti dei defunti percorrevano queste stradine, oppure mentre erano all’opera nella costruzione delle tombe o ancora mentre scavavano il tufo e disponevano il sepolcro per farlo assomigliare il più possibile all’ambiente in cui viveva il defunto, con stanze, porte, finestre, colonne e pilastri. Segno di cura e rispetto per i morti.

Un luogo scavato sistematicamente dagli archeologi all’inizio del Novecento e poi dopo la seconda guerra mondiale. «Ahò, ma tu devi capì ’na cosa, – mi dice Nello, pensionato di 70 anni, vestito sportivo, un fisico asciutto a cui si contrappone una voce baritonale con forte accento romano, appassionato di storia e venuto qui in visita con la moglie – gli Etruschi erano un popolo con una grande cultura ed erano anche dei grandi artisti». Si ferma un attimo, guarda la moglie come per cercare consenso e poi riprende: «Sì, i Romani hanno fatto l’Impero, ma prima di loro c’erano gli Etruschi. E la maestosità di questo posto, di queste tombe ti fa rendere l’idea che molti di quelli che erano sepolti qui erano nobili, aristocratici, gente importante. Ma soprattutto erano un popolo con una grande civiltà. Vieni, ti faccio vedere una cosa». E senza aspettare una risposta riprende il cammino, con la moglie sottobraccio. A passo veloce ci porta davanti a quella che è una delle meraviglie della Banditaccia, forse il sepolcro più bello, la Tomba dei Rilievi realizzata nel 300 a.C..

Strade, tumuli e tombe a dado della Banditaccia ricostruiscono l’ordine di Caere, raccontando come gli Etruschi pensavano la continuità oltre la morte

Se da fuori si mostra con la classica cupola, è il suo interno a stupire. E così, dopo aver sceso una ripida scala di metallo, da dietro una porta a vetri che vieta l’ingresso e protegge la tomba ma permette di vederne l’interno, dopo aver cliccato sull’interruttore e aver acceso la luce, ecco che ci appare una vera e propria opera d’arte. Si possono ammirare le pareti, adorne di disegni e, appunto, rilievi di stucco. In generale l’architettura delle tombe rappresentava in qualche modo la casa di quando il defunto era in vita, mentre questa è l’unica dove sono riprodotti fedelmente sulle pareti gli oggetti del morto come elmi, scudi, spade e quelli di uso domestico come vasi, strumenti di lavoro, borse: «Questi mica sono qui per caso» dice sempre Nello, mentre appoggia il viso sul vetro per vedere meglio l’interno. «Questa è la tomba del nobile Vel Matunas e della sua famiglia».

Sembra saperne il nostro pensionato e così mi spiega che mentre gli oggetti di uso domestico rappresentano l’ottima qualità della vita dentro la casa, gli oggetti militari invece significano l’alta carica militare e politica del defunto e della sua famiglia. Le nicchie alle pareti sono i letti dei defunti, una cassettiera e persino dei sandali ai piedi di un letto. Ma al suo interno, sotto al letto centrale, sono rappresentati anche due mostri: Scilla e il cane a tre teste Cerbero. Questo sta a significare un cambiamento di come veniva percepito l’Aldilà dagli Etruschi. Non più un regno di gioia, ma un luogo inospitale e terribile dove si potevano ritrovare ansie e paure, le stesse di una civiltà che sentiva che stava spegnendosi perdendo tutta la sua gloria.

Abbandono la simpatica coppia e mi inoltro lungo le stradine della necropoli, sbircio dentro diverse tombe, alcune molto semplici (nient’altro che un grande buco scavato nel tufo), mentre altre sono più imponenti e ricordano una vera e propria casa: al loro interno ci sono diverse camere mortuarie. I grandi tumuli circolari sono ricoperti di terra rendendo il tutto più monumentale. E più era importante la famiglia più grande era il tumulo. Questo anche perché chi dalla città guardava la necropoli, poteva ben distinguere le tombe più illustri.

Nel nostro girovagare ci imbattiamo in una delle tante scolaresche in visita, giovani ragazzi e ragazze con lo zainetto in spalla: un’esperienza davvero unica quella di poter studiare la storia degli Etruschi a scuola e nello steso tempo poter visitare quella che è una delle massime rappresentazioni della loro civiltà. Mettendoci in disparte decidiamo di ascoltare la spiegazione della loro professoressa che propone un paragone con la realtà dei nostri giorni: «Anche la necropoli degli Etruschi, proprio come i nostri cimiteri, è stata creata in un luogo tranquillo, appartato, silenzioso. E anche qui trovate tombe grandi, piccole, imponenti o modeste. Alcune più vecchie di secoli rispetto ad altre». Gli alunni ascoltano con grande attenzione. «Ma soprattutto, questo luogo ci dà l’idea di cosa pensassero gli Etruschi dell’aldilà e del loro rapporto con la morte. E come tutto si sia evoluto nei secoli».

Le tombe della Necropoli sono però state una preda ambita per i malviventi, oggetto di saccheggi da parte dei tombaroli, bande di ladri che già all’inizio del Novecento hanno cominciato a depredare i sepolcri sottraendo gli oggetti che vi erano custoditi. Pratica che è durata in modo massiccio, più o meno, fino alla metà degli anni Ottanta. Ma ancora oggi, in diverse zone sia della Tuscia laziale che vanta diverse zone etrusche, sia in altre parti d’Italia, è ancora molto in voga. Tutti gli oggetti di valore rubati venivano poi venduti in modo illecito a privati, collezionisti d’arte o musei. E non è raro ancora oggi il recupero, da parte delle forze dell’ordine, di vasi e suppellettili trafugati illegalmente.

Uno dei casi più famosi è quello di un vaso greco di terracotta, chiamato cratere, risalente al VI secolo a.C. e attribuito a uno dei più grandi pittori greci, Eufronio. Questo cimelio fu trafugato da alcuni tombaroli nel 1970 vicino a Cerveteri e venduto per 80 milioni di lire (ndr. circa 400/500 mila franchi) a un commerciante d’arte. Che a sua volta lo vendette al Metropolitan Museum of Art di New York per la somma di 1,2 milioni di dollari. Nel 2008, dopo lunghe vicissitudini, processi e condanne, finalmente il vaso è tornato alla sua terra d’origine e oggi è possibile ammirarlo nel museo etrusco di Cerveteri.

La Banditaccia, nonostante sia un sito Unesco dal 2004 è un luogo ancora poco noto, dove non si incontrano orde di visitatori, e in lotta con la natura delle piante che crescono tutto intorno ma che gli regala un colore verde intenso. Ferita dai tombaroli, ancora oggi è un libro aperto sulla civiltà etrusca. Un museo scolpito nel tufo, dove ci si perde tra la Tomba dei Capitelli e quella delle Cornici, per rimanere a bocca aperta davanti a quella dei Rilievi.

Sicuramente in questa vastissima area c’è ancora tanto da scavare e da scoprire. Sebbene, come mi dice il pensionato Nello, che incontro di nuovo all’uscita, «caro mio, il problema qui non è scavare, ma proteggere e tutelare». Si infila gli occhiali da sole, si sistema i capelli passandoci la mano e, dopo essersi abbottonato la giacca, prende di nuovo sotto braccio la moglie, rimasta in silenzio fino a quel momento, quando – prima di andare – guarda il marito e dice: «Nello, non fare il sapientone. La frase più bella sulla Banditaccia la detta Piero Angela: Magica è la parola che sceglierei per descrivere questo luogo».