Nelle vie della città circola un ragazzo attorniato da una muta di cani. Tarchiato, fra le mani i guinzagli come i fili di un burattinaio, è il perno di una ruota abbaiante. Incedono sul marciapiede simili a un polpo: i quadrupedi, di ogni taglia ed età, sono tentacoli – annusano, orinano, si piantano davanti a un lampione, un tronco, il cerchione di un’auto. Lui, la testa, manovra le briglie, allenta o tira, raddrizza e guida, e li conduce verso l’area verde, o soltanto al semaforo successivo. D’estate, i cani possono essere anche nove, ma i fissi sono un boxer, un barboncino, un cocker e un bracchetto. Lui li passeggia. Sì, nella sua professione il verbo diventa transitivo. Li prende dal padrone, li tiene fuori il tempo stabilito, e li riporta. Ad alcuni dà anche da mangiare o li ospita in casa sua. Insomma, Joaquin è un dog-sitter.
Ma non l’avrebbe mai immaginato. Viveva coi nonni (del padre mai saputo neanche il nome) in una baraccopoli di Arequipa, Perù: il cibo bastava a stento per gli umani, quindi era impensabile nutrire un animale inutile. Il gallo, le galline, l’asino – ma cani proprio no. Poi la madre, emigrata in Spagna, ottenne il ricongiungimento familiare e mandò i biglietti aerei per i due figli – Joaquin e la sorella Pilar. Nonostante i doni e le rimesse puntualmente inviati, i ragazzini si ricordavano appena di lei. Partirono né volentieri né riluttanti.
Tuttavia la madre si era trasferita a Torino con un muratore salvadoregno. I ragazzini non capivano l’italiano e detestarono la città, i compagni di classe, la scuola, il clima, gli inverni senza sole. Joaquin prese la licenza di terza media per umanità dei professori ma gli fu impossibile proseguire. Era attenzionato dai servizi sociali. Menava le mani, bestemmiava, girava col coltello. Se ne andò di casa. Dormiva dove capitava, e poi si spostò a Genova con altri peruviani che dicevano di poter trovare lavoro al porto. Non so cosa abbia fatto fino ai trent’anni. Può darsi sia stato in carcere, comunque vagabondo. Fatto sta che diventa misantropo. Non sopporta gli umani. Li evita. Ho vissuto, mi ha raccontato, libero come un randagio. Ed ero felice.
I cani sentono affinità con quella creatura taciturna e si lasciano avvicinare. Joaquin raccoglie un cucciolo moribondo e lo cura, poi addomestica tre cani inselvatichiti che azzannano i passanti. Se ha fame, staziona davanti a un supermercato con una scopa in mano e un mucchietto di foglie nella scatola di cartone. Chiede l’elemosina, ma mostrando di volersi rendere utile.
Ogni volta, uscendo dal supermercato, una vecchietta gli lascia una moneta. Ha un meticcio – mezzo bassotto, mezzo yorkshire – che fa le feste a Joaquin e lo lecca, zampettando e mugolando. Così la vecchietta supera la diffidenza che le ispirano i capelli lisci di Joaquin, il profilo inca e gli occhi a fessura, e finisce per lasciargli il cane mentre lei spinge il carrello fra i banconi. Al momento di riprendere il meticcio, allunga al ragazzo una moneta in più. Quando la vecchietta si rompe il femore, si dispera, perché vive sola e non sa chi possa badare al suo cagnolino. Al pronto soccorso le viene in mente l’indio del supermercato, e glielo affida. Due mesi di ricovero. Pensione completa per il meticcio nel tugurio di Joaquin. Duemila euro. Il cagnolino è stato trattato come un principe. Nel quartiere si sparge la voce.
Joaquin guadagna un’altra cliente: una negoziante che teneva il labrador tutto il giorno sdraiato fra gli scaffali della cartoleria. Lo paga venti euro cash per una passeggiata di due ore. Poi un’amica della negoziante, estetista a domicilio, gli chiede di somministrare i croccantini al suo bulldog – perché lei all’ora di pranzo ha la maggiore richiesta di appuntamenti. Insomma, nel giro di qualche mese, e complici le vacanze, gli affari decollano. La negoziante gli confessa, sospirando, che ormai lui guadagna più di lei. L’avesse saputo da giovane…
Joaquin affitta una casa col giardino, ai margini della città. Paga cash. Con gli umani non si è riconciliato. Si è fatto i conti. Qualche anno ancora di passeggiate, bisogni, croccantini e zampate al parco e potrà aprire una pensione per cani – vera, coi permessi – e i padroni quasi non vederli più. Li amo, e gli sono grato: i cani italiani mi hanno fatto diventare un signore.