Uno spazio nero per raccontare Gaza

by azione azione
25 Febbraio 2026

Accolto a Venezia e a Soletta, "Who Is Still Alive" conferma la forza di un cinema d’autore che affida alla forma astrattala propria legittimazione

In Who Is Still Alive, il regista Nicolas Wadimoff costruisce un documentario che prende le distanze dal realismo. Di fronte a un contenuto che, per peso storico ed emotivo, rischierebbe di schiacciare qualsiasi fiction, l’autore sceglie la via opposta: un’astrazione radicale, di matrice teatrale. Wadimoff mette in scena – nel senso più letterale del termine – le storie di nove rifugiati, fuggiti dalla guerra di Gaza.

Il film è girato interamente in uno spazio nero, privo di scenografie, dove la città esiste soltanto come una mappa tracciata a pennello sul pavimento. Non vediamo case, strade o confini, ma li percepiamo. È una scelta stilistica che richiama Dogville di Lars von Trier: anche lì il cinema rinunciava al realismo visivo, affidando tutto alla parola e ai corpi.

È lo stesso regista ad aver spiegato questa scelta nella presentazione del film: «Ciò che hanno vissuto i sopravvissuti di Gaza non può essere descritto a parole. A volte i gesti, i respiri o il silenzio dicono più delle parole. Non si tratta di schieramenti politici, ma di raccontare le storie di un popolo spesso disumanizzato. Ascoltare, osservare, sentire – corpi martoriati, anime ferite. Il film è un ponte tra l’intimo e il collettivo: un appello a pensare insieme l’impensabile, a riconquistare la nostra umanità. Affinché la vita continui – là e qui».

La forza del film sta proprio nel rifiuto di qualsiasi immagine illustrativa o di ogni appoggio visivo esterno al racconto dei protagonisti. Allo stesso tempo, questa coerenza formale ne rappresenta anche il limite. L’astrazione è talmente dominante da uniformare le voci, rendendo le singole storie parti di un disegno più ampio che tende a livellarne le differenze. Il dispositivo teatrale lascia poco spazio all’imprevisto, al dettaglio che rompe la forma, al momento autentico che sfugge al controllo del racconto. E questo, a nostro giudizio, è un peccato: la tragica esperienza reale – vissuta dai protagonisti – è «solo» raccontata all’interno di un luogo asettico.

Certo, si potrebbe obiettare che la volontà del regista sia proprio quella di concentrare l’attenzione sulle parole e sui silenzi. È vero. Ma lo spettatore si sente fin troppo guidato e fatica a prendere il volo. Paradossalmente, l’immaginazione che dovrebbe scaturire dai racconti dei superstiti non si attiva, o lo fa solo in parte.

Who Is Still Alive rimane così un’opera rigorosa e coerente, ma anche molto controllata. Ed è proprio questa guida, spinta fino alle estreme conseguenze, che rischia di trasformare la forma in una zona di sicurezza. Il film chiede allo spettatore di diventare testimone, ma lo fa all’interno di un perimetro formale molto preciso, che finisce per proteggere tanto chi guarda quanto chi mette in scena.

Non è un caso che Who Is Still Alive sia stato accolto e premiato alle Giornate degli Autori di Venezia e successivamente alle Giornate di Soletta. Due contesti che ne hanno riconosciuto il valore, ma che ne fissano anche la posizione: quella di un cinema d’autore che trova nella forma controllata il proprio strumento di legittimazione. Venezia, Soletta e altri festival che lo stanno premiando certificano la forza del gesto cinematografico, ma lo inseriscono anche in un circuito che tende a valorizzare un certo cinema fondato più sulla forma che sul contenuto. È una scelta radicale che, per sua natura, può convincere alcuni e lasciare altri, come chi scrive, più distanti.