Un cambiamento nel segno della continuità?

by azione azione
25 Febbraio 2026

Il popolo biancoblù è più che mai in ambasce. L’Ambrì Piotta fatica a trovare stabilità e orientamento. I risultati altalenanti di questa stagione hanno messo in grave crisi anche la dirigenza. Lo scorso 8 ottobre, il presidente Filippo Lombardi aveva esautorato in un amen il Direttore sportivo Paolo Duca e il coach Luca Cereda.

Che i due fossero in discussione lo si sapeva. La squadra non girava, gli stranieri non rendevano, i risultati erano più che scarsi. A provocare il travaso di bile nell’ambiente, era stata tuttavia la tragicomica gestione della conferenza stampa, dopo che il giorno precedente Lombardi, all’insaputa del Consiglio di Amministrazione e dei due interessati, si era recato a Zurigo per intavolare le trattative con un potenziale subentrante alla conduzione della squadra. Il pacato Cereda l’aveva messa via con eleganza. Il fumantino Duca non le aveva mandate a dire.

Un progetto quasi decennale a km zero veniva quindi stroncato. Non l’hanno avuta facile neppure i successori. Sotto la guida di Éric Landry e René Matte, già assistenti di Cereda, e di Alessandro Benin, DS ad interim, l’Ambrì-Piotta ha continuato a proporre il meglio e il peggio di sé. Con il presidente Lombardi oramai dimissionario, dopo la pesante sconfitta casalinga contro il Kloten, Lars Weibel, nuovo DS del Club, di freschissima nomina e non ancora insediato, suggerisce un ulteriore cambio di rotta. Alla transenna arriva il finlandese Jussi Tapola, ex Berna, tecnico dal pedigree blasonato. Vince il derby al debutto. In odore di beatificazione preventiva, due giorni dopo perde a Langnau una sfida quasi da dentro o fuori. Al punto che già circolano le voci su chi guiderà la squadra a partire dalla prossima stagione. Non certo l’ideale per donare stabilità e fiducia a un gruppo che sta lottando per la salvezza.

Le voci diventano un coro quando si accenna al tema «Nuovo Presidente». Pare ci fossero più opzioni. L’Assemblea punta su Davide Mottis, 57enne avvocato di Lugano, di origini leventinesi, già membro del CDA biancoblù dal 2002 al 2009. «Riconquistare fiducia e credibilità» è il suo primo proclama. Lasciamolo lavorare.

Una cosa mi pare certa. Filippo Lombardi sembrava un elemento insostituibile dell’arredo emotivo dell’Ambrì Piotta. Quante volte lo si è visto uscire a centro pista, prima di una partita, sul tappeto rosso, per presentare alla folla un tifoso VIP, oppure per regalare un attimo di visibilità a un’associazione filantropica degna di lode. Lo faceva col suo incedere tra il goffo e il trionfale. Con la sua straordinaria capacità di arringare la folla. Col suo sorriso che lo ha accompagnato in quasi tutti gli appuntamenti ufficiali del Club. Nella buona e nella cattiva sorte, quasi a sancire un matrimonio indissolubile, i cui panni sporchi si lavano nell’intimità delle mura domestiche.

Lombardi ha rivestito un ruolo fondamentale nella storia recente dei Biancoblù. Da più parti, si sostiene che senza di lui la Gottardo Arena non esisterebbe e l’Ambrì Piotta sarebbe destinato a sprofondare nei meandri dell’hockey regionale. Non saprei né confermare né smentire. È tuttavia fuori di dubbio che il politico di razza Lombardi abbia saputo tirare marsine, tessere relazioni, rassicurare, garantire, promettere, mantenere. Il risultato, che reca la firma di un archistar come Mario Botta, è lì da vedere. Ogni settimana, una media di 6500 fedelissimi lo respira dal vivo, con il collo e le spalle cinte dei colori sociali e con il cuore che batte.

Anche la Gioventù Biancoblù ha riconosciuto i meriti del «nemico». «Ti abbiamo sempre criticato per gli errori commessi. Ma sulla tua passione non ci siamo mai permessi. Salutiamo 17 anni di storia». Lo striscione, esposto dopo che era stata annunciata l’uscita di scena di «Pippo», era eloquente. Il rapporto tra il Presidente e la tifoseria più viscerale non è mai stato idilliaco – spesso più per ragioni politiche che tecniche – ma sempre schietto.

Ora, il disco passa sulla paletta della nuova struttura societaria. Il Motto? Vietato sbagliare. Credo che sarà necessario fare una riflessione sulla filosofia del Club. Giusto «ricordarsi chi siamo e da dove veniamo». Ma con la consapevolezza che per cercare di non naufragare si dovranno rinegoziare alcuni capisaldi. Il che non significa svendere la propria storia e i propri valori, ma saperli adattare alle esigenze dell’hockey del terzo millennio. Magari con sponsor e leadership che non hanno alcuna idea di dove si trovino Chironico o Lurengo.