Donne poco valorizzate nell’agricoltura

by azione azione
25 Febbraio 2026

La presidente delle contadine ticinesi Alice Ambrosetti: bisogna puntare su formazione e riconoscimento economico

Ogni mattina il primo pensiero di Snjezana Negrini – dopo i suoi due figli, naturalmente – è la sua azienda agricola nel Comune di Monteceneri. Un impegno che l’assorbe quasi 365 giorni l’anno. Ci sono terreni da gestire, animali da accudire e gli immancabili imprevisti che la gestione di una struttura complessa comporta. Produce piccole meraviglie a chilometro zero: oggetti in feltro ricavato dalla lana delle sue pecore e prodotti per la cura della pelle. Sono soddisfazioni autentiche, ma anche fatiche immense. E tutto questo si intreccia con un altro lavoro al 50 per cento, che rende il suo equilibrio quotidiano ancora più straordinario. La sua storia è simile a quella di molte donne ticinesi che, con impegno, competenze e grande inventiva, animano ogni giorno le aziende rurali del territorio.

Le donne sono – e sono sempre state – una colonna portante del settore primario. Alcune stime indicano che, nella Confederazione, circa un terzo della forza lavoro agricola è femminile e, secondo l’Unione svizzera dei contadini, quasi l’8% delle imprese del comparto – per lo più a conduzione familiare – è gestito da donne. Eppure il loro contributo rimane spesso poco valorizzato e ancora esposto a stereotipi radicati. Ne parliamo con Alice Ambrosetti, presidente dell’Associazione Donne Contadine Ticinesi, in occasione dell’Anno internazionale delle agricoltrici proclamato dall’Onu.

«La nostra associazione esiste dal 2001 e conta circa 200 socie», spiega. «Siamo un gruppo molto eterogeneo: si va dalle mogli, compagne o madri di agricoltori – donne che svolgono un lavoro spesso invisibile – alle giovani agricoltrici formate, magari già alla guida di un’azienda. Tutte, però, si scontrano con pregiudizi duri a morire. Non è raro che, quando una donna si presenta con il partner o con un collaboratore, gli interlocutori si rivolgano all’uomo per chiedere informazioni sull’azienda». Nell’immaginario collettivo persiste ancora l’idea che una donna non sia in grado di gestire un’impresa agricola o che non abbia la forza fisica necessaria. In realtà, spiega l’intervistata, strategie e tecnologie innovative permettono oggi di svolgere ogni attività senza particolari difficoltà.

Inventiva e multitasking

L’interesse, di sicuro, non manca: il numero di apprendiste resta stabile – dice Ambrosetti – e non poche donne scelgono di riqualificarsi per entrare nel settore. Un settore che ha tutto da guadagnare dal loro apporto: «Molte agricoltrici portano con sé una straordinaria capacità di trovare soluzioni creative. Lo ha ricordato anche Parmelin: le donne sono brave ad adattarsi e più propense al cambiamento, portano innovazione. È vero. Siamo abituate al multitasking: casa, figli, lavoro in azienda. E questa capacità di tenere insieme tante cose ci porta anche a trovare soluzioni e a “inventare” anche dentro l’impresa: dalla vendita diretta agli eventi in fattoria, dalle attività per i bambini alla trasformazione casearia». Intanto, però, le responsabilità familiari continuano a pesare in modo sbilanciato: sono ancora le donne le principali responsabili della cura di casa e figli. In alcuni periodi, poi, non c’è tregua e questa pressione costante può facilmente sfociare in affaticamento, se non in vero e proprio burnout.

Quali sono i passi necessari per migliorare le condizioni delle agricoltrici? La nostra interlocutrice ha le idee chiare: «Il nostro motto è: impegnate, competenti e unite! Partiamo dunque dalle competenze: a livello nazionale esiste una formazione ad hoc per donne contadine. Non è detto che quella sia la strada da seguire, ma io credo profondamente nello sviluppo di competenze riconosciute e certificabili. Queste servono in caso la donna voglia cambiare strada a livello professionale oppure sia obbligata a farlo, ad esempio in caso di separazione e divorzio. Oggi non è tutelata e in questi casi si ritrova senza nulla in mano. Qualche passo concreto lo stiamo facendo – ad esempio la nostra associazione ha proposto una formazione in contabilità in collaborazione con Bio Ticino – e sarà importante riflettere sulla possibilità di sviluppare percorsi utili, magari a Mezzana».

Salari propri e assicurazioni sociali

Un altro punto fondamentale – continua Ambrosetti – riguarda il riconoscimento economico del lavoro delle donne in azienda. Questo si traduce in salari propri, assicurazioni (infortunio e malattia) e previdenza. «Le donne generano reddito per l’impresa ma troppo spesso non ricevono un loro salario, niente assicurazioni sociali o contributi previdenziali, con tutte le conseguenze negative del caso. Credo sia fondamentale fare opera di sensibilizzazione: in caso di divorzio o al momento del pensionamento è quasi sempre la donna a rimetterci, fino a cadere in situazioni di povertà. Mantenere la propria indipendenza e autonomia – magari anche attraverso un’entrata esterna all’azienda – è essenziale per non ritrovarsi esposte nei momenti di difficoltà. Su questo tema, però, ci sono ancora molte resistenze. Non tutte le contadine condividono questa sensibilità: serve tempo. Noi possiamo solo iniziare a piantare i semi e poi vedere cosa crescerà».

Per l’Anno Onu delle agricoltrici l’associazione visiterà il Ballenberg, che per tutto il 2026 espone una serie di ritratti dedicati alle contadine di tutta la Svizzera, compreso quello di Sevenja Krauss, orticoltrice di Sant’Antonino («Donne nell’agricoltura: ieri, oggi, domani»). Il 21 novembre è invece prevista una tavola rotonda nel Bellinzonese: un’occasione per discutere sfide, prospettive e riconoscimento del ruolo femminile nell’agricoltura contemporanea.