Paula: «Questa sono io»

by azione azione
25 Febbraio 2026

150 anni fa nasceva la pittrice tedesca Modersohn-Becker

Chi è Paula Modersohn-Becker? Quasi un’icona in Germania; semisconosciuta alla nostre latitudini. Eccezion fatta per la piccola personale del 2015 al Museo comunale di Ascona e le tre opere presenti nella collezione permanente Kurt e Barbara Alten nel Museo Castello San Materno, sempre ad Ascona, che apre il 5 marzo dopo la pausa invernale. Qui potete trovare gli artisti della colonia di Worpswede frequentati da Paula.

Quest’anno ricorre il 150esimo della sua nascita e il museo di Brema a lei dedicato (che compie cento anni) promuove per il prossimo triennio diverse iniziative fra le quali l’esposizione Becoming Paula.

Piccola, minuta. Guance rotonde. Lentiggini. Uno chignon cadente, la riga in mezzo. «Capelli di un oro fiorentino», come scrive l’amico Rainer Maria Rilke. Sa di essere bella e alle serate degli artisti a Worpswede assieme a Otto Modersohn e Heinrich Vogeler a volte indossa la gonna di velluto verde che le «sta una favola» e alcuni dei presenti, scrive nel suo diario, «non le staccheranno gli occhi di dosso».

Legge Henrik Ibsen, il Diario di Marie Bashkirtseff e sogna di vivere come lei a Parigi. Ma anche Knut Hamsun, con i suoi uccelli e gli amori estivi, prima – fa notare nella splendida biografia di Paula Marie Darrieussecq Essere qui è uno splendore – che diventasse nazista e donasse a Josef Goebbels la medaglia del suo premio Nobel. Poi le opere di Friedrich Nietzsche «prima che venissero recuperate da quei bruti del Partito». Siamo nel 1900 e tutto è ancora permesso.

Paula nasce a Dresda l’8 febbraio 1876 e muore il 20 novembre 1907 a Worpswede, sempre in Germania. Un’esistenza breve ma intensa. Precorritrice dell’espressionismo, non ha grande fortuna in vita. Viene considerata poco più che una dilettante. Suo marito, il pittore Otto Modersohn, la descrive come una pittrice che «odia tutto ciò che è convenzionale e commette l’errore di rendere tutto spigoloso, brutto, bizzarro, legnoso… Non si lascia consigliare». Quali fonti di ispirazione per Paula possiamo annoverare le opere di Paul Cézanne e Henri Matisse con quelle linee di contorno aspre e dure. Dipinti innovativi e sconvolgenti con i suoi volti primitivi, negroidi. Paula inizia a seguire corsi di disegno a Berlino, poi frequenta la colonia di artisti di Worpswede fondata da Fritz Mackensen, Heinrich Vogeler e Otto Modersohn, che diventerà suo marito. «Sono tua e tu sei mio, dovresti saperlo. A presto, il tuo io» gli scrive nell’autunno del 1900. La colonia è frequentata pure da Rainer Maria Rilke che diventa amico di Paula.

Si iscrive all’Accademia Colarossi a Parigi dove i suoi compagni trovano «carine» le opere di Auguste Rodin.

Le piace dipingere i nudi. Ed è proprio lei che si ritrae senza vestiti nel bellissimo Autoritratto nel 6° anniversario di nozze da vedere nel suo museo a Brema. Il 25 maggio 1906 è la data della prima volta che una donna si dipinge nuda. Seni a punta, fianchi larghi, ombelico in fuori, la pancia tondeggiante come se fosse incinta. Una grande collana d’ambra appesa al collo. Scrive Darrieussecq: «Questa donna sana, sportiva, bella, rotonda, nudista, tedesca, amava il suo corpo».

Ma Worpswede le sta stretta e nel 1906 lascia Otto per ritornare a Parigi. «Lasciami, Otto. Non ti voglio più come marito. Non voglio». Una settimana dopo una nuova lettera: «Se non pensi di avermi lasciata per sempre, allora vieni qui in fretta, che proveremo a ritrovarci». Otto parte per Parigi. Sei mesi dopo Paula rimane incinta. «Partisti, scrive Rilke, e frammento dopo frammento ti staccasti a fatica dalla Legge per il bisogno di riaverti tutta».

Sono quattro i soggiorni parigini di Paula e sono sempre ricchi di emozioni, da Gauguin a Matisse ai Nabis. Ma è il Louvre che l’affascina con le sue grandi tele e soprattutto la sezione egizia dove incontra i ritratti dell’oasi di Fayum. Questi ritratti hanno un grande impatto sul suo lavoro. La frontalità, la monumentalità, la stesura del colore diventano uno dei tratti distintivi delle ultime opere, tese a una progressiva riduzione delle forme, a una nitidezza del segno e a una semplificazione archetipica. Lei «è una grande figura solitaria» della storia dell’arte, scrive Uve M. Schneede, come forse la pittrice finlandese Helene Schjerfbeck, la svedese Hilma af Klint e il danese Vilhelm HammershØi. Ci lascia una produzione di quasi quattrocento dipinti e un migliaio di disegni.

Tornano, con lei incinta, per l’ultima volta a Worpswede. Dopo un travaglio difficile, il 2 novembre 1907 nasce Mathilde. Il medico le intima di non alzarsi dal letto. Cosa che può fare il 20 novembre. Si alza e subito dopo stramazza a terra e muore. Cadendo mormora: «Schade», peccato. Sempre Rilke nel Requiem a lei dedicato, e redatto un anno dopo la morte, scrive: «Se ancora ci sei, se in questo buio resta ancora uno spazio dove il tuo spirito sensibile vibri al contatto delle piatte onde sonore che una voce, sola nella notte, crea nella corrente di una grande stanza: ascolta: aiutami».

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