In occasione delle Olimpiadi di Cortina, una mostra plurima dedicata a questa importante esperienza artistica
Come dichiarato fin dal titolo, che raddoppia il termine declinandolo al plurale, uno degli intenti principali della grande mostra Metafisica/Metafisiche, promossa dal Comune di Milano in concomitanza con le olimpiadi invernali, è l’ampliamento della nozione di Metafisica oltre i ristretti orizzonti temporali della vicenda artistica maturata nei locali dell’ospedale neurologico di Villa del Seminario a Ferrara negli anni del primo conflitto mondiale. L’ipotesi alla base di questo approccio, avanzata dal curatore Vincenzo Trione nel bel saggio in catalogo, è che nel caso della Metafisica, oltre che di un movimento artistico, si possa parlare anche di «un paradigma, di un modello intemporale, di un fondamento critico ed estetico condiviso, di una struttura generale della conoscenza, di una categoria spirituale, di un ordine logico, di una tendenza psicologica che appartiene a ogni epoca».
Se l’origine della Metafisica viene fatta risalire al 1917, il primo quadro metafisico di Giorgio de Chirico, il celebre L’enigma di un pomeriggio d’autunno del 1910, è solo di pochi mesi posteriore alla apparizione del Manifesto futurista pubblicato da Marinetti su «Le Figaro» nel febbraio del 1909. Reduce dalle letture di Schopenhauer e di Nietzsche, il giovane de Chirico, che in quegli anni si muove tra Firenze e Parigi, senza dimenticare un brevissimo ma fondamentale soggiorno torinese, nelle sue tele di quegli anni si propone di squarciare il velo di Maya delle apparenze per cogliere la verità enigmatica dell’esistenza. Tra gli alti colonnati delle piazze vuote, popolate solo da statue e manichini e attraversate dalle ombre nette e oblique di un sole basso sull’orizzonte, assistiamo all’epifania dell’assenza di senso della vita, all’esperienza dello «schiudersi della divina indifferenza» come dirà magistralmente Eugenio Montale alcuni anni dopo.
Opponendo all’agitazione febbrile e scomposta del dinamismo futurista la staticità immota e secolare dell’antichità, de Chirico fruga nelle pieghe più banali della quotidianità alla ricerca dell’infinito. «L’infinito degli astronomi babilonesi veglianti nel silenzio delle notti estive tra le sfere armillari ed i compassi perfetti sopra i tetti terrazzati di città», come scriveva in Noi metafisici del 1919. Parole che potrebbero benissimo essere quelle dei versi di una canzone di Franco Battiato, anche lui uno dei tanti che ha contributo a dilatare l’eredità «metafisica» ben oltre il ristretto campo della pittura e il breve giro d’anni compreso tra il 1917 e il 1920 e che meriterebbe di essere aggiunto all’elenco già lunghissimo stilato da Trione e i suoi collaboratori dei post o neometafisici.
D’altronde, come ha scritto Alberto Arbasino, la metafisica è veramente «una delle pochissime conquiste intellettuali e dimensioni dello spirito promulgate negli ultimi due o tre secoli nel Bel Paese, e malgrado il Bel Paese offerte al patrimonio di tutti».
Questo stretto rapporto tra la Metafisica e l’Italia e l’italianità è indubbiamente un elemento centrale, che va sottolineato e ribadito non per pestare ulteriormente il pedale dell’enfatizzazione patriottica e sovranista già schiacciato a fondo in questi giorni di retorica olimpica, ma piuttosto perché serve a capirne la natura oltre che i limiti.
A differenza degli altri movimenti di avanguardia, la Metafisica non ebbe una dimensione transnazionale, ma rimase un fenomeno sostanzialmente italiano. Certo negli anni iniziali, grazie soprattutto ai cosmopoliti fratelli de Chirico, i rapporti e gli scambi con gli esponenti delle diverse avanguardie europee furono numerosi e intensi. Così come innegabile è anche l’enorme attenzione e l’interesse che suscitò la pittura di de Chirico, fin dalle prime mostre parigine degli anni Dieci. Al punto che sono stati in moltissimi a saccheggiare la sua opera, ricavandone un vocabolario fatto di manichini, statue antiche, architetture classiche semplificate, ombre allungate, piazze deserte, poliscenici, strumenti da disegno, biscotti e giocattoli.
Un saccheggio che non si è arrestato ai dadaisti e ai surrealisti – tra l’altro il debito contratto da questi ultimi nei confronti della Metafisica rimane inestinguibile –, ma che si estende fino ai nostri giorni, includendo discipline molto diverse, dall’architettura alla moda, dal teatro alla fotografia, dalla musica ai fumetti, come documenta ampiamente la mostra nella sua complessa articolazione, che include ben quattro sedi espositive diverse. Ma questa è una storia diversa. Rimane il fatto che la Metafisica, come movimento vero e proprio, si riduce al ristretto manipolo di artisti che si riunirono a Ferrara tra il 1917 e il 1920. Oltre ai due de Chirico, Carrà, De Pisis e Morandi.
Nata per conciliare la frattura tra modernità e tradizione, tra movimenti d’avanguardia e storia dell’arte, l’esperienza metafisica scaturiva in qualche modo dall’incontro tra lo spirito malinconico e la dimensione sovraumana del tempo storico. L’enigma dell’esistenza per manifestarsi richiede infatti che ci si allontani dal presente; che si frapponga una distanza tra noi e le cose in grado di rallentare il tempo, di fermarlo, come quando osserviamo le stelle in cielo. Le città italiane, con la loro densa stratificazione architettonica, con le loro innumerevoli rovine, sono uno dei luoghi dove più di ogni altro luogo al mondo è possibile fare quotidianamente questa esperienza.
Tuttavia proprio questa enorme eredità storica è quella che ha fatto sì che l’Italia abbia faticato più di altri paesi ad aprirsi alla modernizzazione. E così, l’intuizione metafisica è stata innestata sulla modernità soprattutto grazie allo spirito antiborghese e rivoluzionario del Dadaismo e del Surrealismo. In Italia, invece, l’esperienza della Metafisica ha finito ben presto per esaurire la sua carica innovativa, mentre i suoi esponenti, nel generale clima di ritorno all’ordine che in ambito artistico affianca l’affermazione del Fascismo, ripiegavano su formule stereotipate o sulla nostalgia arcaizzante dei Valori plastici.
Ecco allora che le Piazze d’Italia deserte che il Pictor Optimus, vittima del proprio successo, continuò a dipingere anche negli anni Venti e Trenta, spesso retrodatando le opere, fanno da melanconico contraltare alle piazze reali stipate fino all’inverosimile di camice nere e di gente che plaudiva i discorsi del Duce. Anche se solo in parte e solo marginalmente compromessi con il regime fascista, gli artisti della Metafisica hanno spinto il loro sguardo «al di là» della realtà, nei territori senza tempo dell’enigma e del mistero, forse anche perché non volevano o non avevano la forza di guardare quello stava accadendo di fronte a loro e soprattutto di affrontarlo.
