Il galoppo del malambo contro le frontiere

by azione azione
25 Febbraio 2026

Gli undici danzatori di Los Potros Malambo portano al Kursaal di Locarno "Freedom", un musical argentino che trasforma la tradizione gaucha in racconto teatrale; ce ne parla il produttore Adrián Aragón

Capelli lunghi e neri frustano l’aria, toraci nudi si mostrano lucidi di fatica, cinturoni da mandriani stringono pantaloni neri, mentre i tacchi degli stivali martellano il palco come zoccoli di puledri che colpiscono il suolo ancestrale ai piedi della cordigliera delle Ande, prendendo fiato lungo i pascoli della Pampa argentina: i danzatori di Los Potros Malambo – dei fratelli Isaac e Javier Gardella – avanzano in branco, a tratti armati di boleadoras o altri attrezzi scenici, con un’energia quasi tribale più che folcloristica.

Una fisicità fatta di percussione dei piedi, sincronismi e improvvise esplosioni di energia, ma anche di interpretazione della storia che viene raccontata: è quanto gli undici danzatori della rinomata compagnia rioplatense – tra gli artisti più rappresentativi del malambo a livello mondiale – porteranno in scena a Locarno, nella sala del Kursaal, con il musical argentino intitolato Freedom – The power of the wild instinct, sabato 7 marzo 2026 alle 20.30.

Impossibile non tornare con la mente a Martín Fierro – protagonista dell’omonimo poema epico ottocentesco di José Hernández – non il gaucho da souvenir, ma l’uomo che cerca spazio per respirare mentre il mondo gli si stringe addosso.

A fare da ponte tra questa energia primordiale e il pubblico europeo è Adrián Aragón, produttore argentino che da oltre trent’anni lavora tra Sudamerica e Italia, muovendosi lungo la stessa linea di confine che separa tradizione e reinvenzione. Noto tanguero e creatore a sua volta, per anni protagonista sulle scene italiane accanto a Erica Boaglio, Aragón è stato tra i primi a rompere lo schema dello spettacolo di tango: «Bisogna raccontare una storia», ripete. È questa la chiave che lo ha convinto a sostenere Los Potros Malambo: trasformare la pura destrezza – già impressionante di per sé – in narrazione, in drammaturgia, in musical.

Adrián Aragón e Erica Boaglio. (Chrarly Soto)

Adrián Aragón, perché un titolo in inglese e non in spagnolo?
Freedom è uno spettacolo nato già con l’idea di proporlo anche fuori dai confini argentini, e l’inglese è indubbiamente una lingua più internazionale; e poi Freedom è una parola potente (pur se molto piccola, rappresenta tanto), per cui incarna in modo naturale l’energia del malambo. Questa danza nasce infatti in un contesto rurale e competitivo, dove la forza e la resistenza erano la materia con cui si sfidavano i gauchos.

Cosa si conserva in questo spettacolo di quell’origine e cosa invece è stato trasformato per il pubblico di oggi?
Gli spettacoli di malambo, come a volte erano gli spettacoli di tango, sono sempre stati basati sulla potenza e la destrezza del ballerino, senza mai basarsi su una narrazione, come invece si fa in Freedom, che è il primo musical del genere.

Non solo danza, ma una storia, dunque…
Esatto. La compagnia ha lavorato con un drammaturgo, dando vita a una storia essenziale, una specie di favola tra il mondo degli animali – quello del  salvaje (puledro selvaggio) – e la vita degli esseri umani. Il puledro, per amore, si trasforma in qualche maniera in un essere umano, ritrovandosi a dover affrontare le difficoltà proprie del nostro genere.

Una storia che rimanda sempre a quella del poema di Martín Fierro?
Come per altre danze popolari, anche il malambo è nato (nel 1600) come una rappresentazione legata a quello che succedeva in quel periodo. Oggi abbiamo una società molto più evoluta, ma in Argentina il malambo e il folklore locale restano potentissimi. Ci sono più di cento festival – adesso siamo in periodo estivo là – che rappresentano questo genere. È molto interessante come oggi tutte le nuove generazioni tengano molto alle tradizioni, ma allo stesso tempo si vadano contaminando con mezzi nuovi. Soprattutto nel campo artistico, dove un creatore si concentra su quello che vuole raccontare utilizzando ciò che ha a disposizione, ma rompendo le strutture, a volte persino la tradizione, per poter contaminare la propria creazione con altre arti.

È così anche in Freedom?
Nel 1940-1950 un grandissimo ballerino, El Chúcaro (ndr, Santiago Ayala, all’anagrafe) di Córdoba, realizzò per primo una fantasia del malambo. Questa danza è molto ritmica e tradizionalmente veniva ballata solo con il corpo, tuttavia lui riuscì a inglobare in una coreografia gli attrezzi del gaucho – le boleadoras, i tamburi, le espuelas (gli speroni), il facón (il coltello grande che utilizzavano). Possiamo fare risalire a questi anni il germe della prima contaminazione. Lo spettacolo Freedom, che vanta musiche interamente originali, attiva tutte queste contaminazioni per poter raccontare meglio la sua storia.

In scena la libertà è una nostalgia (un mito del gaucho) o un’urgenza del presente?
L’arte, dentro ogni creazione, ha una parte politica, ma non è quello che ci interessa. La libertà ognuno la concepisce come vuole. Freedom cerca di trasmettere questa libertà attraverso la comunione e l’amore tra due personaggi, rompendo tutte le strutture: familiari, politiche, tradizionali, tutto quanto, per continuare ad andare avanti con un amore genuino. Se uno confronta un essere umano a un puledro potrebbe notare che la vita libera di un puledro è molto più semplice. È più genuina, più umile. Senza sovrastrutture, regole, convenzioni…

Entrambi colpiscono il suolo con i piedi, eppure fuori dall’Argentina il malambo non è conosciuto tanto quanto lo è il flamenco…
Non è semplice da spiegare: da una parte portare il malambo in Spagna avrebbe significato entrare in competizione diretta con il flamenco. In Russia è molto apprezzato, perché hanno una quasi equivalente tradizione nei balli potenti, basti pensare ai loro Ballet. In Italia, invece, è come se vigesse una certa svalorizzazione del concetto di «folklore». La parola folklore viene percepita come qualcosa di vecchio. Per questo è più difficile sdoganare il malambo essendo, di fatto, una danza folcloristica.

A noi sembra più una danza tribale, tuttavia…
Io sono sicuro che le persone, quando vedono uno spettacolo potente, interessante, ben fatto, riescono ad apprezzarlo al di là delle definizioni. Il malambo ha una complessità enorme. Per diventare ballerino di malambo bisogna iniziare da piccoli. I movimenti sono molto complessi, la questione ritmica è molto difficile da risolvere. Non è una danza dove dici «va bene, basta battere i piedi». È molto articolata anche nella struttura musicale, e richiede una grande potenza, direi una potenza virile…

Il malambo è stato di fatto a lungo una pratica esclusivamente maschile. Come si inserisce oggi la presenza femminile nella vostra compagnia? È un’evoluzione naturale o una presa di posizione artistica?
Oggi esistono anche le competizioni di malambo tutte al femminile. Le donne fanno gli stessi movimenti, magari solo un po’ più morbidi, ma non per questo meno interessanti. In Freedom le donne della compagnia sono fondamentali: rappresentano in parte le strutture di quello che si vuole raccontare. Anche se tutte sono molto brave malambiste, sono anche grandissime ballerine di altre danze folcloristiche, ma pure di danza contemporanea. È molto difficile trovare questo tipo di protagonisti: ballerini che siano buoni interpretativamente, buoni nel malambo, buoni nella danza contemporanea.

Che differenza c’è dunque tra flamenco e malambo?
Potremmo dire che il flamenco è molto più introspettivo. Il malambo è più esplosivo.

Se uno spettatore dovesse uscire dal teatro con una sola idea chiara sulla libertà, quale sperate che sia?
Penso che a far sentir costretti gli esseri umani siano le frontiere culturali, fisiche, religiose. Infrangere queste barriere, secondo me, rende liberi. Detto questo, un’artista crea l’opera, racconta quello che sente dentro. Quello che arriverà al pubblico, sarà una percezione, un’idea, un’interpretazione individuale di ogni spettatore. Quindi, la rottura delle frontiere, ma saranno valide anche tutte le altre.