Canone, 200 franchi bastano davvero?

by azione azione
25 Febbraio 2026

L’8 marzo si vota sull’«Iniziativa SSR» e sulla necessità di istituire un fondo per il clima. Gli argomenti pro e contro

A otto anni dalla bocciatura dell’iniziativa popolare «No billag», il canone radio-tv continua a far discutere. L’iniziativa popolare «200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)», in votazione l’8 marzo prossimo, prevede di ridurre il canone per le economie domestiche dagli attuali 335 a 200 franchi all’anno e di esentare tutte le imprese dall’obbligo di pagarlo. L’iniziativa vuole dunque tagliare drasticamente i mezzi finanziari della SSR (il canone costituisce circa l’80% delle sue entrate), che si dimezzerebbero da 1,25 miliardi a 630 milioni di franchi, cui si aggiungono circa 200 milioni di entrate pubblicitarie. Il taglio non tocca le radio locali o le televisioni regionali. Consiglio federale e Parlamento respingono l’iniziativa, perché va troppo lontano. L’esito dello scrutinio è incerto.

Constatando la necessità di agire, il Governo ha elaborato un controprogetto moderato, a livello d’ordinanza, che prevede una riduzione progressiva del canone a 300 franchi entro il 2029 (con una riduzione del budget della SSR del 17%), ciò che permette all’azienda di garantire il servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche. Gli introiti dovrebbero diminuire di 120 milioni e scendere a 1,2 miliardi. L’Esecutivo intende anche correggere le condizioni di assoggettamento al canone delle imprese, che dovranno versarlo solo a partire da un fatturato annuo di 1,2 milioni di franchi (e non più di 500 mila franchi come ora). Il consigliere agli Stati Fabio Regazzi (Centro/TI), presidente dell’Unione Svizzera delle Arti e Mestieri (USAM), critica il canone richiesto alle aziende: i collaboratori lo pagano già a titolo privato e non è corretto che lo versino due volte.

Quali vantaggi ci sarebbero se questa iniziativa fosse accolta? Per i fautori dell’«Iniziativa SSR», la riduzione del canone sgraverebbe gli utenti privati e le imprese (esse versano il 12% del totale). Per loro non si tratta di smantellare il servizio pubblico, ma di «riportarlo al suo mandato essenziale». Mentre la popolazione «deve avere più soldi per vivere». L’iniziativa «200 franchi bastano!» viene dall’UDC, dall’USAM e dai Giovani PLR. È sostenuta da UDF, Lega dei Ticinesi, GastroSuisse e Centro patronale. Per il comitato a favore è ingiusto che tutte le economie domestiche siano costrette a pagare 335 franchi all’anno per il canone. Ciò significa che le persone sole pagano proporzionalmente di più.

Il comitato respinge la preoccupazione degli oppositori, secondo cui la riduzione del canone porterebbe a un taglio dei programmi della SSR e metterebbe a rischio la possibilità, nelle diverse regioni linguistiche, di avere un’informazione indipendente e di qualità. Anche dopo l’accettazione dell’iniziativa – sottolineano i suoi fautori – la SSR disporrà pur sempre di 850 milioni di franchi. Per quanto riguarda la Svizzera italiana, essa contribuisce al canone per circa il 4%, ma riceve una quota di ridistribuzione pari al 22%. La SSR impiega complessivamente 7130 collaboratori, di cui 1124 in Ticino; il personale rappresenta la voce di spesa principale, con quasi 852 milioni di franchi. La direttrice generale percepisce uno stipendio annuo che sfiora i 520 mila franchi.

Taglio dei programmi 

Consiglio federale e Parlamento respingono l’iniziativa. Vi si oppongono deputati federali di tutti i partiti, salvo l’UDC. Sono contrari anche Cantoni, Comuni, città, sindacati e organizzazioni culturali, sportive e del turismo. Per loro, quelle proposte dall’iniziativa non sono misure innocue ma avrebbero un impatto devastante. La SSR dovrà ristrutturare massicciamente i suoi programmi, sopprimendo emissioni, con conseguenze troppo importanti sull’offerta, ha ammonito il ministro delle telecomunicazioni Albert Rösti, nonostante sia membro dell’UDC.

Per gli oppositori, la riduzione del canone da 335 a 200 franchi annui, come pure l’annullamento del canone per le imprese, comporterebbe un ridimensionamento dei programmi e metterebbe come detto in pericolo la qualità dell’informazione, importante nell’attuale contesto d’incertezza e di fake news. A loro avviso, ne risentirebbero anche i posti di lavoro e l’equilibrio tra le regioni linguistiche. Il Ticino sarebbe particolarmente toccato. In quest’ottica, «avere meno RSI» non sarebbe un vantaggio per il nostro Cantone, ma un indebolimento della sua visibilità culturale, linguistica ed economica.

L’incertezza dello scrutinio è legata anche a coloro che votano l’iniziativa per protesta contro i programmi e le scelte della SSR, come il passaggio alla radio DAB+ che, di fatto, costringe l’ascoltatore a pagare il canone per un servizio che non può più ricevere, a meno d’investire a proprie spese nella tecnologia digitale.