L’ultimo libro di Claudio Cerasa è un invito a ragionare su dati e fatti reali che dimostrano un miglioramento complessivo delle condizioni dell’umanità
Possiamo permetterci di essere ottimisti oggi? Ottimisti non nel senso del cuore, che spera sempre per il meglio, ma della ragione che vede esplodere il disordine mondiale, aumentare l’insicurezza dei popoli, moltiplicarsi guerre, tendenze tiranniche e politiche ricattatorie anche laddove non te le saresti mai aspettate? È ragionevole, in altre parole, mantenere uno sguardo positivo su un mondo apparentemente allo sbando? È un quesito, questo, a cui risponde affermativamente e forse anche controintuitivamente Claudio Cerasa, direttore del quotidiano «Il Foglio», nel suo ultimo saggio, L’Antidoto. L’abbiamo intervistato.
Il suo libro è un invito a uscire dalla passività , a informarsi, a capire perché nonostante tutto non possiamo non dirci ottimisti, rispetto al futuro. Viviamo quindi, come avrebbe detto Leibniz, nel migliore dei mondi possibili?
No, e infatti il mio libro non è un’operazione leibniziana. Non dico che questo sia il migliore dei mondi possibili, dico che è migliore di come viene raccontato. Il punto non è proclamare che tutto va bene, ma rifiutare l’idea opposta, oggi dominante, secondo cui tutto va irrimediabilmente male. L’ottimismo che difendo non è metafisico, è storico e razionale: nasce dal confronto tra dati, trend, progresso reale e percezioni collettive. Non siamo nel migliore dei mondi possibili, ma siamo in un mondo che migliora più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Ed è già una buona ragione per non consegnarsi al fatalismo.
Lei scrive: «Qualsiasi tentativo di essere ottimisti, oggi, viene considerato non solo uno scandalo, ma un’eresia, una negazione irresponsabile del nuovo dogma dominante: la cultura dello sfascio». Cos’è la cultura dello sfascio?Â
La cultura dello sfascio è l’idea secondo cui descrivere il mondo come un disastro permanente non è solo legittimo, ma moralmente obbligatorio. È una cultura che trasforma il pessimismo in segno di intelligenza e l’ottimismo in colpa. Funziona così: se riconosci un progresso sei ingenuo, se citi un dato positivo sei complice del potere, se provi a distinguere tra problemi reali e percezioni sei sospetto. Nel libro faccio molti esempi: dall’ecoansia trattata come unica postura possibile, alla demonizzazione dell’Occidente, fino al modo in cui i media selezionano solo ciò che conferma una narrazione di declino. È una cultura che non mobilita, paralizza.
Il suo libro, citiamo, «è un tentativo folle ma speriamo apprezzato di mettere a fuoco quelle che David Brooks ha definito anni fa la virtù dell’onestà radicale». Cioè?
L’onestà radicale è la scelta di raccontare il mondo per quello che è, non per quello che fa più rumore. Brooks dice una cosa semplice ma rivoluzionaria: distinguere tra fatti e opinioni, tra ciò che è discutibile e ciò che non lo è. Oggi sembriamo incapaci di farlo. Nel libro uso questa idea per dire che l’ottimismo non nasce dall’autoinganno, ma dall’onestà verso i numeri, i trend, la complessità . Essere onesti radicalmente significa rinunciare a parte dell’enfasi morale per guadagnare lucidità . È una virtù scomoda, perché ti costringe a contraddire lo spirito del tempo.
E quindi i media sono responsabili di questa disonestà radicale, o sono solo lo specchio di una civiltà della post-verità in cui la verità sembra un concetto in forte ribasso (Trump insegna)?
Sono entrambe le cose. I media riflettono una domanda di emozione, ma allo stesso tempo la alimentano. Nel libro mostro come il meccanismo del «bad news is good news» non sia neutro: altera la percezione del rischio, amplifica l’ansia, legittima il catastrofismo come unica forma di serietà . Non è solo colpa di Trump o della post-verità : è una scelta editoriale, spesso economica. Il problema non è raccontare le cattive notizie, ma raccontare solo quelle, senza contesto, senza proporzioni, senza memoria storica. Così il mondo sembra sempre peggiore, anche quando non lo è.
«In mezzo al caos – si legge nel suo volume – le borse mondiali hanno continuato a crescere (…) Solo nel 2024, la capitalizzazione globale ha toccato i 110 trilioni di dollari, più dell’intero Pil mondiale». Sì, la ricchezza cresce, ma secondo il World Inequality Report 2026 resta nelle mani di pochi: il 10% della popolazione possiede il 75% della ricchezza mondiale; Il 50% appena il 2%; l’1% controlla da solo il 37% della ricchezza globale…
Non nego questi dati, li contesto. La disuguaglianza esiste ed è un problema serio, ma va letta insieme ad altri dati che spesso vengono omessi: la riduzione drastica della povertà estrema, l’aumento del reddito medio globale, l’accesso crescente a istruzione, sanità , tecnologia. Nel libro spiego che molte statistiche sulla ricchezza fotografano stock, non flussi, e ignorano mobilità sociale, capitale umano, miglioramenti reali delle condizioni di vita. Dire che il mondo è più ricco non significa dire che è giusto. Significa però rifiutare l’idea che sia irrimediabilmente ingiusto e quindi senza via d’uscita.
Da qualche tempo sputano rubriche sui giornali e podcast dedicati alle notizie positive che ci circondano. Sono iniziative lodevoli, ma non rischiano di essere «riserve indiane» che marginalizzano ulteriormente le informazioni positive?
Sì, se restano ghetti. Le buone notizie non devono essere una categoria a parte, come se fossero un genere minore o una consolazione. Il punto non è creare spazi separati per l’ottimismo, ma contaminare il racconto generale con contesto, dati, proporzioni. Nel libro dico che la vera sfida è smettere di trattare le notizie positive come eccezioni imbarazzanti. Se le isoli, confermi l’idea che la normalità sia il disastro. L’ottimismo non deve essere un supplemento, deve essere un criterio.
Lei cita Tony Blair secondo cui «difesa dell’ottimismo significa difesa della democrazia. Difesa del pessimismo significa difesa del populismo». Come lo spiega?
Perché la democrazia vive di fiducia nel futuro. Se tutto è perduto, se il sistema è irriformabile, se il declino è inevitabile, allora la tentazione populista diventa razionale. Blair coglie un punto centrale: nessuno si affida volentieri a chi dice che non c’è speranza. Il pessimismo permanente delegittima le istituzioni, rende inutili le riforme, prepara il terreno a chi promette rotture radicali. L’ottimismo, quando è informato, è una forza conservativa nel senso migliore: difende ciò che funziona e lo migliora, invece di bruciarlo.
Nel suo strepitoso Candide, Voltaire ci mette in guardia dalla bontà cieca, dall’ottimismo per principio: il suo protagonista, convinto assertore della positività del mondo, in effetti, subisce una quantità incredibile di ingiustizie. Aveva torto Voltaire?
No, e infatti non difendo l’ottimismo cieco di Pangloss. Candide è una critica all’ottimismo passivo, a chi pensa che «andrà tutto bene comunque». Nel libro riprendo la distinzione di Paul Romer: tra ottimismo compiacente e ottimismo condizionato. Il primo è ingenuo, il secondo è esigente. Dire che il mondo può migliorare se facciamo le scelte giuste non è un’illusione, è una responsabilità . Voltaire aveva ragione contro l’ottimismo ottuso. Ma oggi il rischio opposto è diventato dominante: un pessimismo automatico che non capisce più nemmeno ciò che funziona.
