Dentro una Cuba che si consuma

by azione azione
18 Febbraio 2026

Con l’ex presidente venezuelano Maduro in carcere, l’isola perde l’ultimo alleato: poco petrolio, blackout diffusi, ospedali ridotti all’osso, alberghi che chiudono mentre la povertà e il degrado dilagano

Cuba, Cuba, adiós Cuba. Cronaca urgente di queste ore. Monta l’idea che i falchi e gli agenti segreti di Trump puntino ad affossarla così tanto, e in breve tempo, brevissimo, da rendere inevitabile un’insurrezione dall’interno. Farla collassare. Oppure obbligare il presidente Miguel Díaz-Canel all’estrema umiliazione: invocare la pietà del medesimo Trump. L’aggressione americana del Venezuela dell’ex presidente Maduro, arrestato a inizio gennaio e messo in galera a New York, ha sottratto ai cubani uno degli ultimi alleati. L’ultimo. Il principale fornitore di petrolio e di altre materie prime. Cuba sta male. I blackout bloccano gli aeroporti, il Governo ha varato misure forse definitive: basta vendita di gasolio al pubblico, ridotti i turni dei dipendenti statali, tagliati gli orari di apertura degli ospedali dove hanno sospeso molti interventi chirurgici. E stanno financo chiudendo gli alberghi. Sì. Gli alberghi. Sì, i turisti.

Allora si sappia che noi turisti (appena due milioni di afflussi stranieri nel 2024, l’anno scorso ancora di meno), versiamo i soldi direttamente a loro. Ai veri padroni. Pochi. Spesso anonimi in quanto nell’ombra, in questa meraviglia vera e straziante che è Cuba. Isola e mondo. Un mondo isolato. Il vuoto attorno anche innescato, appunto, dall’America trumpiana. Ma prima, Gaesa. Ovvero il Consorzio legato al Minfar, il Ministero delle forze armate rivoluzionarie, il suo settore commerciale articolato in una Banca centrale parallela che controlla i trasporti, i supermercati, le aree di servizio e oltre la metà di alberghi e resort come accertato da plurime inchieste giornalistiche compresa una sul «Miami Herald», fondato nel 1903 nella città per antonomasia degli esuli cubani.

La censura strangola, la libertà di stampa latita

Gaesa: un conto bancario da 18 miliardi di dollari – dicono – in una terra di stipendi medi tra i 15 franchi di un impiegato e i 30 franchi di un medico, dentro un listino prezzi che sale, l’equivalente di 0,9 franchi per mezzo chilo di pane, e in centro nella capitale Avana, la Habana in lingua spagnola, anche 180 franchi d’affitto mensile per un monolocale. Povertà però non nell’istruzione, merito enorme di Fidel Castro e qualità permanente di Cuba nonostante la crisi; Fidel il quale vive e lotta nella cartellonistica, una sequenza di poster ai lati delle strade, primi piani giganteschi, scoloriti; ancora oggi Cuba primeggia nel contrasto alla mortalità infantile. Ma la censura strangola, di conseguenza la libertà di stampa latita, le centinaia di cubani detenuti per aver protestato in strada contro il Governo (era il 2021) se ne stanno in cella. Punto.

Vedete, prima d’andare a Cuba, qualche mese fa, avevamo cercato e cercato e cercato colleghi. Per poterli incontrare, dialogarci. Invano. Nessuno ci ha risposto. Anche a causa del disastro d’ogni servizio, dell’impossibilità tecnica d’affidarsi a telefonate, messaggistica, e-mail. Fuori dall’isola s’apprende il minimo, di Cuba. Gli stessi abitanti incontrati a caso ripetono che da quel 2021 sono spariti, emigrando, in 2 milioni. Sull’isola, secondo alcune stime, rimangono in 8 milioni. Picco negativo. Passaggio storico.

I vecchi bus scassati

I mezzi pubblici sono scenario per le fotografie, vecchi coloriti scassati bus. Zero treni, permangono rotaie invase dall’erba d’un verde acceso, il colore verde ovunque domina, straborda. S’allungano autostrade per collegare le principali aree, ad esempio dalla capitale a Ponente verso l’onirica valle di Viñales coi suoi mille cani randagi paciosi, i suoi cavalli forti e fieri. Ma l’autostrada principale che doveva attraversare l’isola venne lasciata interrotta dai sovietici, finanziatori ed esecutori, tutto terminò di colpo in concomitanza con la frantumazione dell’Est Europa nel 1989. L’asfalto, in generale, è relativo. C’è, manca, si sbriciola. Chi se ne frega. Il moto rimane perpetuo. Un popolo in movimento. Gente in bici che gestisce un cavallo al lazo. E l’occupazione primaria dei cubani: fare l’autostop. A cominciare dagli universitari.

La cosiddetta Generazione Z, che include i nati tra la fine degli anni Novanta e il 2010, si tiene lontana dall’epica rivoluzionaria a differenza dei genitori i quali s’aggrappano ad autoconvincimenti per giudicare in positivo l’impero di Castro, anzi dei Castro (dopo Fidel il fratello Raul, capo di Stato dal 2008 al 2018), e le eredità.

I cubani in estrema indigenza

Un improvvisato autista – ma d’altra parte l’improvvisazione è arte di sopravvivenza, la stessa che trasforma i salotti in bar, gli impiegati in venditori di vestiti di seconda mano che hanno addosso – salta fuori per miracolo nel mezzo d’una tempesta in una Avana distesa di rovine fra palazzi sberciati, disossati, discariche abusive e l’orina svuotata dal balcone raccolta nei secchi ché lo scarico era intasato. Egli ci fa salire su di una Lada, macchina sovietica prodotta settant’anni fa, e vaga distratto e beato e innamorato e gonfio d’orgoglio patriottico centrando pozzanghere e schivando passanti vari che se ne infischiano di camminare investiti dal temporale, ormai sono zuppi, quale del resto il senso di rifugiarsi sotto di un portico, affrettarsi per cosa, e verso dove?

Vi sono fra questi passanti uomini anziani male in arnese, le coordinate d’una resistenza da privi di fissa dimora, insomma barboni, giornate d’afa, che inzuppa, a invocare l’elemosina. Non erano mai esistiti, o forse non in questa significativa misura, i cubani in estrema indigenza, ma Cuba ora è altro, il Sudamerica che le stava vicino scivola via. La narrativa del passato ha perduto appassionati tifosi nei palazzi del potere; Colombia e Brasile sono stati partner solidi e si fermano a rapporti cordiali, non oltre; Argentina, Bolivia e la Repubblica dominicana sono contro; l’embargo degli Stati Uniti risale al 1958 e trattasi di un blocco commerciale, economico, finanziario. Di Trump s’è detto, del Venezuela idem.

Intanto si diffonde copioso il contrabbando. E non abbiamo narrato dell’infinito Levante, da Camaguey a scendere fino a Santiago di Cuba, una delle culle della rivoluzione castrista, e spenta per giorni dall’assenza di luce nonché dal razionamento massiccio dell’acqua. Avanzano angoli ampi di buio che innescano comportamenti da coprifuoco in replica al risveglio di predoni i quali nei vicoli assaltano, derubano, feriscono e anche segnano a vita o magari la tolgono con una lama da cucina già sporca di sangue. I cubani che tornano per le ferie dall’Europa hanno una valigia in stiva gonfia di saponi, deodoranti, salviette, carta igienica, fazzoletti, medicinali per il mal di testa e la febbre, ormai beni di lusso poiché inesistenti, e intanto galleggiano nel mare le bottiglie di birra, la birra costa una miseria, è pressoché gratis, un’arma di distrazione di massa, il sole accecante lampeggia sui vetri.