Palazzo Moroni, da dimora privata a bene storico

by azione azione
18 Febbraio 2026

Itinerario d’arte: a Bergamo Alta il FAI ha restaurato la residenza nobiliare di una famiglia bergamasca

Un tempo si conosceva il sostantivo bergamasco murù che indicava la pianta di gelso molto diffusa in Lombardia (gelsicoltura) perché era il nutrimento del baco da seta e quindi stava alla base della manifattura tessile composta da tante filande diffuse anche nel nostro Cantone. Ebbene, proprio questa attività fece la fortuna dei signori Murù, termine dialettale con cui era nominata la famiglia Moroni di Bergamo. Nomen omen avrebbero detto i latini, cioè nel nome sta tutto il destino di una persona, nel nostro caso è il cognome che identifica di fatto la caratteristica di questa famiglia bergamasca la quale volle l’albero del suo benessere nel proprio blasone.

I Moroni erano originari di Albino (Valle Seriana), un grosso paese a 13 km dal capoluogo orobico, e si erano trasferiti in città a metà del Cinquecento. Fu Francesco Moroni (1606-1674) a promuovere la costruzione della nobile dimora in un punto panoramico di Bergamo Alta che guarda verso oriente soprattutto per ragioni di rappresentanza e di prestigio personale visto il fiorente commercio di stoffe a cui si dedicava. Comperò alcuni vecchi edifici e un vasto appezzamento a Porta Penta (Porta Dipinta) sulla via principale che dalla pianura sale nel centro storico, si sposò con Lucrezia Roncalli nel 1631 e vissero nella nuova magione i cui lavori durarono nove anni, dal 1646 al 1655.

Da quel momento, l’imponente palazzo appartiene ai Moroni ma la sua manutenzione, ultimamente, è diventata onerosa, così, nel 2008, il conte Antonio Moroni (1919-2009) donò alla Fondazione Museo di Palazzo Moroni l’edificio e il parco. Nel 2019 tale Fondazione, per iniziativa della figlia Lucretia Moroni, che vive a New York, affidò in gestione tutta la proprietà al FAI, il Fondo per l’Ambiente Italiano, ente che si prodiga nella tutela del patrimonio artistico e paesaggistico della Penisola, sostenuto da fondi pubblici e privati.

Dopo gli opportuni restauri delle sale seicentesche, degli affreschi e l’aggiornamento degli impianti d’ordinaria utilità, nel 2023 il FAI ha ridato vita a questo luogo unico aprendo al pubblico tutto il piano nobile, il mezzanino e il parco che si estende su due ettari circa. Per una visita conoscitiva dei vari ambienti interni e una passeggiata nel vasto parco servono almeno due ore. Ci sono visite guidate da prenotare, audioguide o un opuscolo che illustra brevemente ogni angolo, cominciando dalla facciata sobria ed elegante, passando per il sontuoso scalone, fino ad alcune suppellettili che sono vere opere d’arte.

Partiamo dai grandi ambienti spettacolari. Come si addice a ogni dimora gentilizia, il primo impatto piacevole è con lo scalone d’onore che porta al piano nobile; è tutto affrescato secondo lo stile barocco del Seicento, le figure celebrano la famiglia Moroni e il suo successo economico-sociale ispirandosi alla Metamorfosi di Apuleio. Straordinario è poi il soffitto della Sala dell’Età dell’oro, un affresco realizzato con la tecnica del trompe-l’œil che dà maggiore profondità alla stanza, una prospettiva che sale fino al cielo in cui spicca Saturno, il dio dell’agricoltura, munito di falce per mietere il raccolto, allusione agli abbondanti frutti del tenace lavoro svolto dai Moroni.

L’episodio della Caduta dei Giganti, tratto dalla Metamorfosi di Ovidio, costituisce lo spunto per il magnifico soffitto della sala omonima che funge da monito contro la superbia, un peccato capitale che può colpire chicchessia, anche le famiglie più in vista. Ma è nella Sala della Gerusalemme Liberata che l’occhio si appaga di una straordinaria bellezza: è il locale più vasto con funzione di rappresentanza e accesso ai giardini ed è qui che bisognava esprimere i valori in pregio alla famiglia Moroni ispirandosi alla Gerusalemme Liberata, il poema epico di Torquato Tasso.

L’effetto cupola con lucernario sul cielo azzurro è dovuto ancora all’illusione ottica del trompe-l’œil che ingigantisce il volume della stanza e fa stare con naso all’insù per un bel momento, cercando di identificare i motti virtuosi dipinti sui cartigli tra le finte colonne e le allegorie. Qui non possiamo dilungarci a descrivere gli altri ambienti di Palazzo Moroni, segnaliamo comunque l’intimità del Salottino cinese che testimonia il gusto esotico del Settecento, il Mezzanino dove visse il conte Antonio Moroni, il cortile con la statua di Nettuno, i giardini terrazzati all’italiana (ortaglia, pergola, prato, roccolo) e la quadreria, tutti segni della grande passione artistica e naturalistica delle famiglie Moroni che si sono succedute lungo i quattro secoli della loro storia di successo.