Fioccano sui quotidiani italiani irresistibili interviste a famosissimi personaggi del jet set che pochi conoscono tra i lettori abituali di giornali. E sono interviste, per lo più, sulla loro vita intima e sentimentale (3-): il trauma infantile, qualche abuso sessuale, la solitudine adolescenziale, il primo bacio, il secondo bacio, il terzo bacio, il tradimento, le fughe, le gelosie, i ritorni, il matrimonio fallito, il divorzio riuscito, l’incontro folgorante, la vacanza più esotica, la vacanza più erotica, eccetera.
Dicono che queste pagine hanno grande successo (2) soprattutto in rete. Interviste che fanno guadagnare molti clic (ma non si sa quanto e se i clic facciano davvero guadagnare qualcosa). Personalmente conosco solo lettori (vecchi bacucchi) che leggono ancora il giornale di carta, e che incontrando quelle interviste sempre più frequenti fuggono, a volte indignati a volte annoiati, comunque fuggono dai giornali. Se osi obiettare che «Le Monde» non pubblicherebbe mai un’interminabile intervista a una velina o a un velino sui suoi amori passati e presenti, ti sentirai rispondere, con un lieve sorriso (1), che il pubblico italiano (3) è diverso da quello francese (5½). Possibile che non riesci a capire? A furia di sentirti ripetere per anni e anni dai funzionari del marketing che devi liberarti della vecchia cultura e che sei tu a non capire il trend, il mainstream, il sentiment collettivo, hai finito per crederci. Finché, a un certo punto, ti sei guardato alle spalle e hai visto che quelli che ti deridevano e capivano tutto – il trend, il mainstream, il sentiment – hanno lasciato sulla loro strada nient’altro che macerie. I giornali sono al collasso e il mercato dei libri idem.
Ora, con quelle interviste che mi sembrano effimere e inutili, anzi addirittura nocive (intendo commercialmente oltre che culturalmente), non ci casco più (6+ a me stesso). I giornali, nonostante tutto, perdono copie e le soluzioni furbe non funzionano come non funzionava, all’inizio degli anni Novanta, l’immissione massiccia di chiacchiere e personaggi televisivi nei giornali nazionali. Ibridazione nata dalla certezza che solo così la platea dei lettori sarebbe cresciuta. Pura illusione: non solo il pubblico non è cresciuto ma è diminuito.
Ricordo che mio padre, antico lettore del «Corriere della Sera», in quegli anni ne fu disorientato e lo lasciò (6+ anche a mio padre). Guardava volentieri la tv, ma non amava la confusione e non voleva che la tv invadesse il «suo» giornale. Sono convinto che la confusione e l’indistinto non giovino quasi mai: provate a entrare in una libreria di catena: dopo due passi vi trovate davanti a titoli di ogni genere e qualità , Fabio Volo accanto a Philip Roth e Bruno Vespa (con tutto il rispetto, 1) di fianco a Heidegger… Come resistere alla tentazione immediata della fuga? I migliori alleati di Amazon sono i megastore di libri che danno visibilità a ciò che è già visibile ovunque, con pile pericolanti di bestseller.
Tornando ai giornali, anche lì il disorientamento è sommo. Accanto al velino di turno che parla della prima volta che si è depilato, ecco lo scrittore inglese Julian Barnes (5½), intervistato da Raffaella De Santis sulla «Repubblica», parlarci del suo ultimo romanzo, Partenze (Einaudi). Ultimo davvero, perché Barnes annuncia che non scriverà più. Una leucemia all’alba degli ottant’anni gli impone di dedicarsi alla malattia: «Mi sono detto: l’idea di morire e lasciare un libro a metà non è un bel modo di concludere. Così ho pensato che la cosa migliore fosse scrivere il mio ultimo libro ora». Parla dell’aldilà e della vecchiaia: affrontarla, dice, senza credere in Dio, «rende tutto più difficile». D’altra parte, aggiunge, «la malattia è semplicemente l’universo che fa il suo lavoro», non è una colpa, ma «soltanto il corpo che comincia a declinare». Barnes è un uomo in partenza che ci invita a riflettere sulla vita molto meglio dei tanti giovanotti depilati su cui il marketing punta tutto. Sentite questa: «La memoria si degrada. Più raccontiamo un ricordo, più cambia. La memoria è più vicina all’immaginazione che al recupero fedele del passato. Ma l’alternativa sarebbe intollerabile. Se il cervello ci restituisse tutto, impazziremmo».
Immaginando una frase da dire nel momento della morte, Barnes non ha dubbi. È una frase di Prosper Mérimée: «Sono sul treno». Sul treno, non sul trend.