Carteggi ed erbari amatoriali: le lettere, le erbe e gli animali di Rosa Luxemburg indagano la possibilità di continuare ad amare il mondo anche nel luogo della punizione
«Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente… lasciate ogni speranza, voi ch’entrate», scrive Dante Alighieri nella Divina Commedia al Canto terzo (1-9). Siamo alla porta dell’Inferno, nel baratro della città di Dite.
Il carcere è una piccola città dolente. In carcere si muore, in carcere si odia, in carcere si pena, in carcere ci si automutila, in carcere si pensa alla vendetta, in carcere si ozia, in carcere ci si abbrutisce. Qui vengono rinchiuse le persone non conformi; che devono essere sorvegliate e punite. A volte qualcuno pensa che possano essere riabilitate. Ma, a parte casi eccezionali, la detenzione non fa altro che acuire la propria personalità deviante. «Se il motivo di un delitto – scrive Michel Foucault – è il vantaggio che ci si rappresenta, l’efficacia della pena è nello svantaggio che ci si attende… La pena dell’idea della pena».
Difficile per chi non è stato in carcere capire cosa si provi.
Ma, anche se non spesso, qui si legge, si scrive, si dipinge, si sogna.
Non avete idea di quanti intellettuali o artisti abbiano soggiornato in una cella. Avevo iniziato a stilarne una lista, ma è troppo lunga. Cito a caso i filosofi Zenone di Elea, il quale tenta di uccidere il tiranno Demilo e per non rivelare altri nomi si strappa a morsi la lingua e la sputa contro di lui, e Severino Boezio; poi Torquato Tasso, Silvio Pellico, Cesare Pavese, Jean Genet, Pëtr Kropotkin e Oscar Wilde del quale non potete perdervi La ballata del carcere di Reading. «Io non ho mai visto – scrive – uomini guardare con un occhio così malinconico verso il minuscolo lembo d’azzurro, che i prigionieri chiamano cielo, e verso ogni nube errante che trascinava i suoi velli sfilacciati dietro».
Anche Rosa Luxemburg (Zamosć, 1871 / Berlino, 1919) c’è stata.
Recentemente l’editore Casagrande di Bellinzona ha pubblicato alcune sue lettere dal carcere in un agile volume dal titolo Un ardente desiderio di primavera. (Per chi volesse approfondire ulteriormente l’argomento suggeriamo il libro di Peter J. Nettl Rosa Luxemburg, il Saggiatore; di Rosa Luxemburg Lettere di lotta e disperato amore. La corrispondenza con Leo Jogiches, Feltrinelli; e di Hannah Arendt Rosa Luxemburg, Mimesis).
Rosa è un personaggio amato od odiato sia in vita sia dopo. Per decenni viene oscurata, sino forse agli anni Settanta quando il suo pensiero ritorna in auge magari con le ecofemministe. Ancor oggi è difficile darne un giudizio pacato e ragionevole. Lelio Basso nell’introduzione alle sue lettere scrive che al fondo della sua personalità c’è «un bisogno infinito di amare la vita e di amarla in tutte le sue creature». Forse, alla radice di molti rivoluzionari o «di tante ribellioni giovanili che poi influenzano tutta una vita» c’è una profonda rivolta contro le sofferenze e la miseria «e un sentimento di amore per chi ne è vittima».
«Io mi sento di casa in tutto il mondo – scrive Rosa in una lettera a Matilde Wurm nel 1917 – ovunque siano nuvole o uccelli e lacrime umane». Ma il suo amore per Leo è quello più forte e nel 1896 gli scrive: «Se dovessi arrivare alla conclusione che ho due alternative, o ritirarmi dall’attività politica e vivere con te in pace da qualche parte, oppure continuare l’attività politica su larga scala e rompere con te, sceglierei la prima soluzione».
È il mondo che Rosa ama.
In una lettera del 1898 scrive: «Il paesaggio mi ha colpito più di tutto il resto; i campi di segale, i prati, i boschi, le distese infinite, la lingua polacca e i contadini polacchi. Non puoi immaginare come tutto questo mi renda felice. Mi sento come rinata, come se avessi ritrovato la terra sotto i piedi. Non sono mai sazia delle loro parole, del sapore dell’aria di qui».
Rosa ha sempre desiderato un figlio che non è mai arrivato. Per questo la gatta Mimi occupa un posto importante nella sua vita e nelle sue lettere. Mentre la storia d’amore con Leo è fatta di dissapori e distacchi, ma le due vite sono indissolubili.
Durante i moti del 1919, repressi dal governo socialdemocratico, viene arrestata, assieme allo spartachista Karl Liebknecht, dalle milizie dei Freikorps, assassinata con un colpo di pistola alla testa e il suo corpo gettato nel fiume. Anche Karl viene ucciso. A Leo non rimarrà molto da vivere. Anche l’eroe, il cospiratore inafferrabile e leggendario, dopo poche settimane verrà arrestato e ucciso.
Rosa milita nel Partito socialdemocratico tedesco ed entra in collisione con l’ortodossia del suo dirigente Karl Kautsky. Taccia di autoritarismo Lenin e predilige un approccio politico maggiormente spontaneo. Giornalista, saggista, rimane il suo scritto Accumulazione del capitale del 1913. Nel 1916 è tra i fondatori dello Spartakusbund che promuove l’insurrezione.
L’immagine che si ha di Rosa è duplice, come la sua vita; da una parte la si vede assetata di sangue e dall’altra una sentimentale «osservatrice di uccelli e amante dei fiori», scrive Hannah Arendt. Ma l’aspetto maggiormente rilevante per Arendt è la scoperta da parte di Nettl, biografo di Rosa, del «gruppo dei pari» , oggi completamente scomparso. Il suo nucleo era formato da ebrei assimilati. Ebrei colti, borghesi, di cultura tedesca (Rosa conosceva a memoria Goethe) e di formazione politica e morale russa. Friedrich Nietzsche è il primo a capire che in Europa gli ebrei sono «buoni europei». Arendt sostiene che le borghesie ebraiche di Parigi, Londra, Berlino, Mosca… non erano internazionaliste, come sostenevano, bensì europee. Non avevano una patria perché la loro patria era l’Europa. Rosa parlava correntemente polacco, russo, tedesco, francese e conosceva l’inglese e l’italiano. Era un outsider e rimase, conclude, un’ebrea polacca.
Rosa passa in prigione circa quattro anni in diversi momenti della sua vita. Nel 1904 a Zwickau, nel 1906 a Varsavia, nel 1907, nel 1913 e nel 1916 nel carcere di Barnimstrasse a Berlino, e da qui spostata nella fortezza di Wronki nella regione di Poznan. Esce dal carcere il 9 novembre 1918, pochi mesi prima del suo assassinio.
Il volume delle edizioni Casagrande presenta venti lettere e sedici fogli provenienti dagli erbari di Rosa. Lettere struggenti nelle quali sono presenti oltre alla sua amata gatta Mimi, delle oche, delle cinciallegre, dei fringuelli, degli usignoli, dei canapini; poi api, formiche… Ma rivelano anche la sua passione per la pittura. In una lettera del 1917 dal carcere di Wronki indirizzata a Luise Kautsky chiede se Robert Kautsky, durante la prossima visita, forse potrebbe «realizzare il suo progetto di dipingermi, se gli bastano tre o quattro sedute. Oddio, questa idea mi diverte». Quella che più rivela la sua sensibilità è indirizzata a Sophie Liebknecht nel 1917, scritta dal carcere di Breslavia dove incontra dei bufali addetti al trasporto dei sacchi. Il soldato li frusta e, durante l’operazione di scarico, un bufalo sanguinante la guarda con i suoi occhi neri e dolci; «mi sono messa davanti a lui e l’animale mi ha guardata, mi sono scese le lacrime – erano le sue lacrime…».
Gli erbari amatoriali sono realizzati con la vegetazione raccolta nei cortili delle varie prigioni o nelle vicinanze. In quello dell’infermeria del carcere di Berlino vi era un orto con verdure ed erbe aromatiche, ma anche delle galline. Gli erbari ci raccontano delle piante esistenti ai suoi tempi e ci aiutano a immaginare dove potevano crescere per ammirarne i colori e cercare di comprendere cosa viveva in quelle carceri: un’edera, una splendida anemone, una delicata malva, un asparagus…
