Enrico Baj secondo Daniele Vaschi

by azione azione
18 Febbraio 2026

L’autore di Comprami ripercorre la storia dell’artista milanese

Anche se non sembra, c’è una certa continuità fra Comprami. La mia ragazza è su OnlyFans (Il Sole 24 Ore, 2023) e La sindrome di Baj (Storie libere, 2025), l’ultimo podcast di Daniele Vaschi, DJ, musicista e conduttore radiofonico passato, fra metà degli anni ’90 e i primi del 2000, dagli studi di Radio Lupo Solitario a quelli dell’ormai scomparsa Rock FM.

Se il primo lavoro – fra l’altro, a suo tempo recensito anche su queste pagine – attraverso la propria indagine sulla piattaforma OnlyFans esaminava le metamorfosi della libido in una contemporaneità che di quest’ultima fa merce in nome di un riscatto sociale che non conosce vergogna, ora il secondo prende le sue mosse a partire da una domanda sull’eros – in senso lato – declinato in una dimensione di desiderio: «perché ci si deve sempre innamorare di qualcuno o di qualcosa?».

Ma questo qualcuno o qualcosa nel podcast di Vaschi sono un artista e la sua opera. E non è un caso che per parlare di innamoramento l’autore approdi all’arte, luogo in cui il linguaggio eccede le sue funzioni pratiche in nome di una spinta vitale che non si esaurisce nel mero pragmatismo.

L’artista in questione, naturalmente, è Enrico Baj (Milano, 1924 – Vergiate, 2003), pittore, scultore ed autore al quale, fra il 2024 e il 2025, Palazzo Reale ha dedicato un’importante mostra – Baj Baj chez Baj – e da cui Daniele Vaschi è letteralmente ossessionato; come si può immaginare, il titolo del podcast rimanda alla nota sindrome di Stendhal, quel fenomeno che colpisce chi è sconvolto da un’opera al punto da manifestare dei disturbi somatici.

Ecco che allora, per guarire dal suo «male», Vaschi si lancia nella realizzazione di una «audio-biografia» strutturata come un viaggio dal presente al passato; quest’idea proviene dallo stesso Baj, il quale, per raccontare la sua storia nella Automitobiografia (Johan & Levi, 2018) procede a ritroso nel tempo, dal 1983 al 1924.

In verità fin dal suo incipit La sindrome di Baj ci catapulta piuttosto indietro nel tempo, e in particolare al 16 dicembre del ’69, dove troviamo l’immagine di Giuseppe Pinelli in caduta libera dalla finestra della questura di Milano ad aprire il racconto. Sì, perché è bene ricordare che esiste un tragico legame fra la recente mostra realizzata a Milano e i giorni a partire dai quali la storia italiana si addentrò, per dirla con Sergio Zavoli, nella «notte della Repubblica».

Nel 1972 il capoluogo lombardo propose a Baj una retrospettiva a Palazzo Reale. In tutta risposta, l’artista dichiarò di voler esporre una sola opera: I funerali dell’anarchico Pinelli, installazione composta da pannelli e materiali vari in cui è raffigurata, con un dichiarato riferimento a Guernica, la violenta morte del ferroviere ingiustamente sospettato dell’attentato neofascista di Piazza Fontana. Il riferimento a Picasso, per Baj, non era casuale: nel ’53, in quello stesso museo ancora segnato dalla guerra, l’artista spagnolo aveva voluto collocare il suo capolavoro sul bombardamento della città basca.

Ora, la bomba del 12 dicembre del ’69 alla Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana fu un trauma enorme. Non va dimenticato che quello stesso giorno, in Italia, scoppiarono altri quattro ordigni. L’omicidio di Pinelli, poi, rappresentò un diretto «prolungamento» della strage. Per Baj tutto questo era la sua Guernica e da qui l’intenzione di esporre a Palazzo Reale i sopraccitati funerali.

Le cose però non andarono come previsto: a ridosso dell’inaugurazione venne ucciso il commissario Luigi Calabresi, giudicato dall’opinione pubblica della sinistra extraparlamentare responsabile della morte di Pinelli. Morale della favola, l’evento venne annullato e sono dovuti passare più di quarant’anni perché quel quadro scomodo, in seguito alla recente monografica Baj Baj chez Baj, trovasse stabilmente visibilità presso un’istituzione museale milanese (oggi lo si può finalmente vedere presso il Museo del Novecento).

Ma tutto questo non è che l’inizio del lungo racconto che Vaschi fa del suo amato Baj attraverso ricerche, considerazioni personali, materiali d’archivio e interviste con chi lo ha conosciuto ed è stato suo collaboratore, come la moglie-archivista Roberta Cerini Baj, vero e proprio Virgilio del podcast, o il pittore Ugo Nespolo, amico e fondatore, con lui, dell’istituto ticinese di Patafisica.

Ciò che però più colpisce è come questo viaggio che, appunto, presto si addentra nel passato, parli immediatamente del nostro presente. Sono infatti impressionanti le dichiarazioni di Baj rispetto alle problematiche ambientali e all’intelligenza artificiale – dichiarazioni dei primissimi anni Novanta – da lui già considerata un potenziale pericolo in una società sempre più computerizzata, in cui i media sono peggio delle droghe e dove l’umano – e qui si torna al podcast Comprami menzionato in apertura – è sostituito da parametri che dell’umano sembrano avere davvero poco.