Educare i maschi del futuro

by azione azione
18 Febbraio 2026

Il caffè dei genitori ◆ La sensazione delle donne è che per gli uomini sia difficile parlare di ciò che sentono. Come aiutarli a coltivare la disponibilità a scoprire se stessi e gli altri oltre i copioni che gli sono stati assegnati?

Quante volte noi mogli, compagne o fidanzate ci siamo infuriate davanti alla risposta secca del nostro partner: «Non voglio parlarne»? E quante altre, durante la litigata a seguire, invece di analizzare insieme il problema ci siamo sentite rinfacciare: «Non importa cosa faccio, non sarà mai abbastanza per te»? E poi, dopo lo scontro, quante volte ancora ci siamo ritrovate a fare i conti con un broncio interminabile?

A Il caffè dei genitori, dove più volte ci siamo interrogati su come educare i figli maschi alle emozioni, oggi proviamo a fermarci su una domanda di fondo: perché per gli uomini è così difficile parlare? O, perlomeno, parlare di ciò che sentono?

L’occasione per discutere dell’argomento ci viene offerta da Francesca Cavallo, scrittrice e attivista, co-autrice del fenomeno editoriale mondiale Storie della buonanotte per bambine ribelli (Mondadori, 2017), che affronta apertamente il tema nella sua rubrica Maschi del futuro su Substack: «Per gli uomini è facile parlare delle cose piccole – scrive –, ma quando si tratta di quelle grandi spesso si incontra un muro di silenzio, sul quale si infrangono molti matrimoni».

La scommessa di Cavallo è puntare sulle nuove generazioni: «Ripensare l’educazione dei maschi – è il suo mantra – significa anche aiutarli a non avere paura delle proprie emozioni, a saperle riconoscere e accogliere». Un principio che ha preso forma anche nel libro Storie spaziali per maschi del futuro (ed. Undercats, 2024) una raccolta di 12 fiabe in cui i protagonisti non devono essere eroi per sentirsi amati. Al centro non ci sono forza o imprese epiche, ma coraggio emotivo, gentilezza, creatività e curiosità. Una sfida fondamentale. Ma nel frattempo, con i maschi adulti che abbiamo accanto, come facciamo?

È difficile, a questo punto, non tornare a uno dei testi più citati quando si parla di incomunicabilità di coppia: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere di John Gray, pubblicato da Sonzogno nel 1992. Il terzo capitolo è significativamente intitolato Gli uomini si rifugiano nelle caverne e le donne parlano: «Pretendere che un uomo chiuso nella sua caverna diventi istantaneamente aperto, affettuoso e attento è irrealistico – scrive Gray –, come pretendere che una donna turbata si calmi all’istante». Un’esternazione diventata cult, come il libro. Ma che oggi mostra tutti i suoi limiti: politicamente scorretta, priva di basi scientifiche, ancorata a stereotipi di genere che vengono riprodotti e rafforzati. Una lettura assolutoria, che finisce per ignorare quanto contino l’educazione e il contesto sociale nel modo in cui uomini e donne imparano a esprimere – o a trattenere – le emozioni.

Il problema, però, resta. Lo racconta bene sul «New York Times Magazine», in un articolo che ha fatto il giro del mondo, Daniel Oppenheimer, scrittore e filmmaker americano, autore di saggi e articoli su politica, cultura e relazioni, che racconta in prima persona la propria esperienza di terapia di coppia. Oppenheimer descrive la quotidianità delle liti con la moglie Jess partendo da scene minime, apparentemente neutre: un modulo scolastico scomparso, un’osservazione detta senza enfasi, un sospiro di troppo. «È un’osservazione apparentemente neutrale – scrive – ma sono abbastanza sicuro che sia rivolta a me». La risposta arriva secca, difensiva: «Sono sveglio dalle 6.30 del mattino e sto facendo del mio meglio. Puoi darti una calmata?».

Un figlio che non si comporta al meglio, la quotidianità di casa trascurata per un progetto importante di lavoro, per poi scoprire a cena con gli amici le ore trascorse da lui a smanettare online, l’esigenza di amore e intimità comunicata male: dietro i motivi di litigio raccontati da Oppenheimer c’è molta della nostra quotidianità. Uomini che si sentono giudicati, rimuginano, tacciono e poi esplodono: «Se ero in allerta – racconta Oppenheimer – bastava una provocazione con un pizzico di sottotesto o una lamentela buttata lì per scatenare una reazione». Una quotidianità che spesso fa rima con incomunicabilità. Il «non ne voglio parlare» che chiude ogni possibile confronto a cuore aperto. La difficoltà a costruire una vera intimità.

Commenta Francesca Cavallo: «È una storia che colpisce, perché non so voi, ma io questa storia l’ho sentita così tante volte fra le persone intorno a me: amici, parenti, conoscenti. La capacità degli uomini di costruire intimità con gli altri viene soppressa durante l’infanzia quando, tra la metà e la fine della scuola elementare, il loro bisogno di connessione, di contatto fisico, di conforto inizia ad essere brandizzato come “debolezza”».

E noi donne ci auto assolviamo? Anche la reazione di Jess, la moglie di Daniel Oppenheimer, è comune a molte di noi: «Prima lottavo di più per la vicinanza – ammette –. Ma col tempo, mi sono semplicemente ritirata».

Daniel e Jess decidono di fare terapia di coppia da Terry Real, psicoterapeuta statunitense noto per il lavoro con coppie sull’orlo del divorzio, autore di bestseller, primo fra tutti I Don’t Want to Talk About It (Non voglio parlarne, 1997). Sul suo sito, Real si domanda: «Cosa sta realmente succedendo agli uomini in questo momento? Per generazioni, agli uomini è stato insegnato che l’invulnerabilità è l’essenza della mascolinità. Che più sei duro, più diventi un “vero uomo”. Ma secondo quel vecchio copione, eri costretto a negare metà della tua umanità. Nascondi i tuoi sentimenti. Ingoia i tuoi bisogni. Rimani stoico. Sii invulnerabile. Ma questa è la ricetta per la solitudine. Per relazioni fallite. Per problemi di salute».

Terry Real teorizza addirittura che «la disponibilità degli uomini a minimizzare la debolezza e il dolore è così grande che è stata identificata come un fattore della loro minore aspettativa di vita. I dieci anni di differenza nella longevità tra uomini e donne risultano avere poco a che fare con i geni. Gli uomini aspettano più a lungo per riconoscere che sono malati, impiegano più tempo per cercare aiuto, e una volta ricevuto il trattamento non vi si attengono bene quanto le donne».

Ritorniamo, però, al punto di partenza: da mamme puntiamo sui maschi del futuro, ma noi come ne usciamo? Real si rivolge direttamente agli uomini: «Ciò di cui hai bisogno è essere completo: un uomo forte, sexy, brillante, dal cuore grande e amorevole». A Il caffè dei genitori – dove peraltro siamo tutte felicemente sposate o risposate –, ci domandiamo: «Ma uno così dove lo trovi?».

Terry Real assicura agli uomini che possono imparare: perché gli ideali maschili tradizionali hanno reso così tanti uomini soli, insensibili o arrabbiati; perché troppa sicurezza può essere dannosa e cos’è la vera autostima; come essere adattabili, dolci quando serve e duri quando serve; come mantenere la propria posizione ed essere assertivi senza sembrare dominanti; come esprimere le proprie emozioni senza sentirsi deboli o impotenti; come accettare aiuto, di tanto in tanto, senza sentirsi sotto pressione per essere sempre quello che risolve i problemi; come gestire i conflitti senza chiudersi in se stessi o esplodere. In che modo tutto ciò sarebbe possibile? Lo psicoterapeuta propone corsi online di tre ore a 47 dollari.

Permetteteci di dubitare che secoli di mascolinità alfa possano essere smontati così. Forse è meglio tornare a puntare sui nostri figli. Francesca Cavallo, però, ci invita a non gettare la spugna: «Secondo me gli uomini del presente non andrebbero scoraggiati dall’innescare dei processi di cambiamento. La promessa non è “diventerai sexy e tenero, dolce e forte” ma, “inizierai un percorso di scoperta di te, che ti porterà a vivere una vita che ti assomiglia infinitamente di più di quella che conduci ora”. Io credo sia importante anzi incoraggiare gli uomini che stanno iniziando a lavorare su di sé, perfino con un corso da 47 dollari. Purché il punto di approdo non sia una performance alternativa a quella del “maschio alfa”, ma la disponibilità a scoprire se stessi e gli altri (le altre) oltre i copioni che ci sono stati consegnati».