Alla scoperta delle ecoemozioni

by azione azione
18 Febbraio 2026

Un manuale dedicato ai più giovani aiuta a riconoscere e gestire le emozioni che scaturiscono dal contatto con la crisi climatica

Perché si prova un nodo allo stomaco quando si vedono immagini di foreste bruciate o di animali intrappolati nella plastica? Come si può gestire il senso di colpa se si viene assaliti dalla preoccupazione di non fare abbastanza per la Terra? Ci sono delle strategie per superare l’ansia per un mondo che sembra destinato alla distruzione? Ecoemozioni. Piccola guida di sopravvivenza al pianeta che cambia (Erickson) è un manuale per i più giovani scritto da Alice Facchini, giornalista, e Matteo Innocenti, psichiatra e psicologo. L’obiettivo del testo è riconoscere e nominare le emozioni legate alla crisi ambientale. Attraverso spunti pratici, esercizi e riflessioni, vengono proposti strumenti per trasformare la sensibilità ai temi ambientali in energia per agire.

Alice Facchini, che cosa sono le emozioni climatiche?
Sono emozioni che scaturiscono dal contatto con la crisi climatica. Ce ne sono di diversi tipi. Nel libro citiamo l’ecoansia che deriva dalla preoccupazione di quello che potrebbe accadere all’ambiente. L’ecoansia può farci sentire arrabbiati, impotenti, tristi oppure in colpa per i nostri comportamenti e quelli di chi ci sta intorno. La solastalgia, invece, è un senso di perdita di qualcosa a cui ancestralmente sentiamo di appartenere: il nostro ambiente naturale. Proviamo solastalgia quando il nostro territorio è direttamente colpito da un evento estremo. Pensiamo a un’alluvione o un incendio. Ma possiamo anche soffrirne nella vita di tutti i giorni, se vediamo un parco che viene cementificato, oppure se gli alberi della nostra strada vengono tagliati. Insieme alla natura, in quei momenti vengono distrutti anche i nostri ricordi, le nostre abitudini e certezze.

Esistono anche emozioni climatiche più estreme?
Sì, ad esempio l’ecoparalisi è una delle emozioni ambientali più dure da affrontare. Nasce quando la nostra mente si fissa sul pensiero che il mondo sta morendo e non c’è più alcun modo per poterlo salvare. L’ecoparalisi ci sommerge e ci immobilizza, impedendoci di agire. Accade soprattutto quando siamo molto esposti a notizie sul cambiamento climatico: sappiamo fin troppo bene cosa dovrebbe essere fatto per salvare il pianeta, e cosa effettivamente si sta facendo. E siamo consapevoli che il singolo non può fare la differenza da solo, a fronte di Stati e multinazionali che agiscono su larga scala. L’ecoparalisi arriva quando veniamo invasi dallo sconforto. Di solito questa condizione dura da qualche ora a qualche giorno. In casi più complessi, può continuare più a lungo e sfociare in uno stato di depressione. Quando ci accorgiamo di avere un crollo, è molto importante cercare di condividere le proprie emozioni e chiedere aiuto.

Nel vostro libro ricordate che le emozioni ambientali non sono delle malattie…
Sì, secondo psicologi e psichiatri le emozioni ambientali sono una risposta funzionale al mondo che ci circonda e vanno ascoltate e accolte. Bisogna imparare a gestirle in maniera efficace ed efficiente. Inoltre esistono anche emozioni positive che in parte bilanciano quelle negative. Pensiamo alla biofilia, al senso di appartenenza ed empatia dell’essere umano con gli elementi della natura, come le piante, gli animali, le montagne e gli oceani. Un’altra emozione positiva è l’eutierria che crea un senso di coesione tra noi e la natura. Quando proviamo quest’ultima emozione i confini spariscono e ci sentiamo parte del tutto: percepiamo una connessione con la vita del pianeta e un profondo sentimento di pace e unità. L’eutierria è una sorta di medicina e per risvegliarla non occorre andare lontano, basta passeggiare in un parco cittadino oppure prendersi cura delle piante dentro casa.

C’è un capitolo nel quale avete raccolto alcune delle paure più diffuse tra i giovani. Quali sono?
I giovani dicono di non venire ascoltati dagli adulti che limitano la loro capacità di azione. Hanno le mani legate mentre continuano a sentirsi ripetere che sono proprio loro a dovere salvare la Terra. Abbiamo raccolto le loro denunce e le loro domande in più occasioni, durante workshop e incontri pubblici. Proprio in seguito a queste esperienze abbiamo deciso di scrivere il libro, perché pensiamo che sia giusto incoraggiare i ragazzi e le ragazze a condividere quello che provano e a sostenerli nel cercare di incanalare le loro energie verso qualcosa di costruttivo. Non è giusto che i giovani cadano nello sconforto, pensando che tutto quello che fanno è vano semplicemente perché non hanno il potere di un presidente del consiglio o di qualche altra figura politica o istituzionale. Come cittadini del mondo possiamo fare tutti la nostra parte e l’azione ci può aiutare anche a superare il disagio nel quale spesso ci troviamo immersi. Ogni persona è unica e piena di talenti che può usare per migliorare il mondo, anche nel bel mezzo della crisi climatica.

Nel vostro manuale suggerite anche di imparare ad essere «elastici». Perché?
È importante conciliare la propria azione individuale con quella collettiva e capire fino a che punto è opportuno sacrificarsi per il bene dell’ambiente. La decisione di dove mettere la propria asticella è individuale. Certe volte è bene ricordarsi che concedersi uno sgarro non è così sbagliato, ma è umano. Abbiamo intervistato dei ragazzi che, pur di ridurre il loro impatto ambientale, erano arrivati a sacrificarsi al punto di mangiare solo avanzi, sviluppando anche disturbi del comportamento alimentare. Crediamo che il sacrificio personale non debba diventare un’autoflagellazione. È importante cercare di regolare l’intensità emotiva causata dalle ecoemozioni senza colpevolizzare chi le prova, provando a trovare dei modi utili per canalizzare le energie. Per questo abbiamo inserito nel libro anche degli esercizi pratici, per gestire i momenti in cui si viene travolti dalla preoccupazione, ma anche per migliorare la propria routine quotidiana.